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Se ne è andato Chris Marker,
il "gatto arancione" infaticabile viaggiatore
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Cristina Piccino
31.07.2012
Il regista de La Jetée è morto ieri. Diceva di sé: "Non mi piace essere definito cineasta impegnato". Nelle sue immagini le barricate alla Sorbona e la battaglia di Okinawa, il vissuto di una generazione

Cristina Piccino - 31.07.2012
Se incontri un gatto arancione magari è Chris Marker. Era una delle tante leggende che circondava il cineasta francese, scomparso ieri, che spesso amava rappresentarsi con l'immagine, appunto, di un gatto color arancio. Ma la sua figura enigmatica, la scelta di non comparire in pubblico alimentava l'affabulazione: si diceva che non uscisse mai di casa, invece Marker era un viaggiatore infaticabile,la Bosnia, il Kosovo, per citare dei luoghi dai lui filmati in tempi più recenti, e naturalmente il Giappone, dove era un mito, si dice che vi sia a un caffé col nome del suo film, La Jetée. Ma questo suo viaggiare, o meglio questo suo essere nel mondo, si intrecciava intimamente alla sua visione del cinema.
Volendo trovarne altre di coincidenze, c'è anche che uno dei suoi primi film sia stato girato in occasione del giochi olimpici di Helsinki, cinquant'anni fa, e lui se ne va ora, durante altre Olimpiadi...
Chris Marker è in città scriveva sui Cahiers du cinéma, negli anni Ottanta, Serge Daney, raccontando del suo filmare random, tra il Giappone dell'isola di Okinawa (laddove c'erano le basi americane) e Pechino, e delle loro conversazioni sul fatto che l'Armata Rossa poteva aver filmato durante la rivoluzione culturale, e sulla morte di Bruce Lee ...
A Chris Marker la definizione di «cineasta impegnato» non piaceva, eppure i suoi film sono radicalmente politici, e non soltanto quelli del periodo del cinema collettivo e militante col gruppo Slon (elefante in russo), una cooperativa di cineasti e operatori che realizzano controinformazione, e poi col collettivo Groupe Medvedkine di cineasti-operai. È che la definizione di cinema politico nel suo lavoro rovescia il paradigma di ciò, che erroneamente, è stato (e in molti casi continua a essere) considerato tale, l'idea di film «impegnato» a partire dal suo soggetto, lasciando da parte l'immagine e la riflessione sugli immaginari, e il loro riuso. Privilegiando invece la retorica dell'informazione, di lacrime e sangue.
Le Fond de l'air est rouge (77) è forse uno dei film più belli, e struggenti, sul maggio francese, e più in genere sull'utopia di un decennio, gli anni Sessanta-Settanta, raccontato da sinistra. A un certo punto di vede De Gaulle che dice: «Il 68 lo saluto con soddisfazione perché ...» stacco, e le immagini ci portano sulle barricate alla Sorbona occupata, nell'esplosione della rivoluzione, eppure qualcosa è già perduto. La voce off di Marker ci dice: «Gli apparati politici tradizionali hanno già cominciato a secretare i loro anticorpi, che gli permetteranno di sopravvivere alla più grande minaccia che abbiano incontrato sul loro cammino. E, come la palla da bowling di Boris Karloff in Scarface, che abbatte ancora dei birilli dopo il lancio mentre la mano che l'ha tirata è già morta, tutte queste energie e queste speranze accumulate nel periodo di crescita del movimento soccomberanno all'eclatante e vana parata del 1968, a Parigi, a Praga, in Messico, altrove ... ». Non solo il Maggio, ma anche il golpe militare in Cile, la morte del Che, la lotta contro il Vietnam, e prima ancora l'opposizione alla guerra di Algeria: fili che intessono una memoria collettiva, che torna a quel punto, a quel momento di rottura, di irruenza, di speranza, finché il pavé si piega alla vitttoria trionfante della destra in Francia, e altri sogni di spezzano sanguinosamente. Le voci di Simone Signoret, di Yves Montand, Devbray, Semprun, oltre che quella del regista compongono quel coro polifonico di generazioni di cui Marker cerca di mettere in relazione l'esperienza, i vissuti, la sconfitta. Ma sono le immagini, le ore di archivi e di girato che costruiscono la storia, non c'è nulla di paradigmatico, o di dimostrativo, e anzi la dimensione personale, è dichiata al punto che, nell'ultima ora del film, Marker racconta la sua passione per i felini, i gatti, in quanto animali che non «amano il potere».
La memoria. È lo spazio del cinema, un racconto del secolo, e dei suoi conflitti, ma anche, o forse soprattutto, il punto in cui si tende il limite delle immagini, mettendone alla prova la possibile verità.
Torniamo perciò alla battaglia di Okinawa, l'assalto feroce dell'America al Giappone, ma Level five, in cui la ripercorre, è pensato come un videogioco, in cui appaiono tra gli altri Nagisa Oshima, narratore a sua volta della rivolta in Giappione e rivoluzionario con le sue immagini contro il sistema. L'immaginario è l' arma politica, questa è la sfida.
 
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