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TEATRO POVERO
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A Monticchiello la favola popolare di Campriano. Il racconto che ogni anno gli abitanti approntano per la scena, ha la caratteristica non comune di nascere dalle loro esperienze e dai loro pensieri
GIANFRANCO CAPITTA - 03.08.2012
Resiste un sapore a Monticchiello (e non è solo quello dei pici sopraffini) che rende i suoi spettacoli diversi da qualunque altro. Il racconto che ogni anno gli abitanti (di generazioni diverse, che continuano a rinnovarsi) approntano per la scena, ha la caratteristica non comune di nascere dalle loro esperienze e dai loro pensieri. E dai loro ricordi, che danno sale e corpo alle fantasie con cui tutti noi ci troviamo a confrontarci. Anzi più spesso sono incubi, come quelli che le cronache in questi mesi ci vomitano minacciosamente ogni sera addosso. Ma è molto bello, se non completamente rassicurante, rispecchiare le nostre ansie in quelle simili che gli attori /cittadini ci raccontano sulla scena. Rende il fardello meno tragico, e forse dà una qualche indicazione di via d'uscita, almeno come scelta di un percorso.
Giunto alla sua 46° esperienza, il Teatro Povero di Monticchiello non può fare a meno di confrontarsi con la crisi, che anche il Val d'Orcia, e in Toscana, colpisce duro, costringendo a conti e tagli drastici. Ma gli abitanto di questa valle e di queste mura antiche, sono avvertiti, e nelle loro riunioni preparatorie al Granaio che è la loro sede, sanno che proprio quello più angustia tutti, dev'essere il cuore dello spettacolo annuale. E quest'anno è il gioco finanziario che tutti colpisce e impoverisce a risultare protagonista, quel vortice di piraterie di borsa e di banca a cui pare non esserci modo di reagire. Come quei giochi traditori che si facevano da piccoli, anche il Val d'Orcia, in particolare Palla avvelenata, che contiene quella carica ambigua che ben si adatta a fare da titolo allo spettacolo di quest'anno (in scena fino al 14 agosto, lunedì riposo, info 0578 755118).
L'antidoto che la comunità di Monticchiello, chiusa nelle sue mura medievali solo per anagrafe, perché poi ognuno si confronta col lavoro e con i rapporti che lo portano a muoversi per tutta la megalopoli della Toscana meridionale, è proprio la memoria: delle passate esperienze e dei saperi ereditati (quasi coltivati con cura) nel passaggio da una generazione a un'altra. Anche se non ci sono più i padri fondatori del Teatro Povero, non solo viene dedicata loro l'andata in scena (Alpo Mangiavacchi, meraviglioso e soave Balzellino, e Osvaldo Bonari, sono scomparsi in quest'ultimo anno), la loro sapienza è rimasta intatta nei concittadini che vanno in scena. Così che con mano sicura (quella del regista Andrea Cresti, che da anni ha assunto la responsabilità scenica)mettono in atto dopo un prologo collettivo di grande effetto, quel doppio registro di cui il loro teatro è divenuto un commovente esempio.
Alle miserie di oggi, viene trovato nel patrimonio tradizionale della comunità un elemento di racconto che ne rispecchi i caratteri. Che questa volta è una favola antica, dal sapore medievale, quasi una beffa del Decamerone. È la favola di Campriano, il contadino poverissimo ma accorto che viene vessato da uno speziale dopo l'altro, che avidi gli offrono sempre meno denaro per il prezioso miele secreto dalle api di lui. Saranno avidi e senza scrupoli, come certi nostri politici o come certi manager della finanza che ci pare di ben conoscere, ma il concretissimo buon senso di Campriano si rivelerà in grado di beffarli, oltre a farli fallire come «banalissimi» Lehmann Brothers.
La favola antica è gustosa, realizzata con cura e maestria particolare, e fa ridere e commuove. Allo stesso modo in cui allerta e scalda la presa di coscienza dell'oggi, nella scelta del fare e non solo di lamentarsi. Identica la grazia, identico l'incoraggiamento che dalle mura di Monticchiello esala. Dopo averci conquistato, e ridato un po' di fiducia, anche a noi cittadini/spettatori.
Giunto alla sua 46° esperienza, il Teatro Povero di Monticchiello non può fare a meno di confrontarsi con la crisi, che anche il Val d'Orcia, e in Toscana, colpisce duro, costringendo a conti e tagli drastici. Ma gli abitanto di questa valle e di queste mura antiche, sono avvertiti, e nelle loro riunioni preparatorie al Granaio che è la loro sede, sanno che proprio quello più angustia tutti, dev'essere il cuore dello spettacolo annuale. E quest'anno è il gioco finanziario che tutti colpisce e impoverisce a risultare protagonista, quel vortice di piraterie di borsa e di banca a cui pare non esserci modo di reagire. Come quei giochi traditori che si facevano da piccoli, anche il Val d'Orcia, in particolare Palla avvelenata, che contiene quella carica ambigua che ben si adatta a fare da titolo allo spettacolo di quest'anno (in scena fino al 14 agosto, lunedì riposo, info 0578 755118).
L'antidoto che la comunità di Monticchiello, chiusa nelle sue mura medievali solo per anagrafe, perché poi ognuno si confronta col lavoro e con i rapporti che lo portano a muoversi per tutta la megalopoli della Toscana meridionale, è proprio la memoria: delle passate esperienze e dei saperi ereditati (quasi coltivati con cura) nel passaggio da una generazione a un'altra. Anche se non ci sono più i padri fondatori del Teatro Povero, non solo viene dedicata loro l'andata in scena (Alpo Mangiavacchi, meraviglioso e soave Balzellino, e Osvaldo Bonari, sono scomparsi in quest'ultimo anno), la loro sapienza è rimasta intatta nei concittadini che vanno in scena. Così che con mano sicura (quella del regista Andrea Cresti, che da anni ha assunto la responsabilità scenica)mettono in atto dopo un prologo collettivo di grande effetto, quel doppio registro di cui il loro teatro è divenuto un commovente esempio.
Alle miserie di oggi, viene trovato nel patrimonio tradizionale della comunità un elemento di racconto che ne rispecchi i caratteri. Che questa volta è una favola antica, dal sapore medievale, quasi una beffa del Decamerone. È la favola di Campriano, il contadino poverissimo ma accorto che viene vessato da uno speziale dopo l'altro, che avidi gli offrono sempre meno denaro per il prezioso miele secreto dalle api di lui. Saranno avidi e senza scrupoli, come certi nostri politici o come certi manager della finanza che ci pare di ben conoscere, ma il concretissimo buon senso di Campriano si rivelerà in grado di beffarli, oltre a farli fallire come «banalissimi» Lehmann Brothers.
La favola antica è gustosa, realizzata con cura e maestria particolare, e fa ridere e commuove. Allo stesso modo in cui allerta e scalda la presa di coscienza dell'oggi, nella scelta del fare e non solo di lamentarsi. Identica la grazia, identico l'incoraggiamento che dalle mura di Monticchiello esala. Dopo averci conquistato, e ridato un po' di fiducia, anche a noi cittadini/spettatori.





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