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AMBIENTE - ambiente
Laguna di Grado analisi inutili
per la bonifica infinita
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ANDREA PALLADINO
11.08.2012
Lo stabilimento chimico della Caffaro inquinato, l'emergenza prorogata per nove volte, un'inchiesta con quattordici indagati. Con un'ipotesi: si è fatto di tutto per non bonificare. Un'indagine della procura di Udine 

ANDREA PALLADINO - 11.08.2012
Nel paese dei veleni c'è una contaminazione invisibile, che penetra quelle aree industriali rimaste a testimoniare un passato industriale molto poco glorioso. È una macchina in grado di prorogare all'infinito l'esistenza delle terre desolate cresciute attorno ai mostri della chimica, del petrolio, della siderurgia, macinando milioni di euro in consulenze inutili, affidando agli amici degli amici lavori eterni. Lasciando alla fine la bonifica come una meta irraggiungibile, una chimera, una preda da inseguire - senza mai raggiungerla - per mantenere sempre aperta la stagione della caccia. Una voragine sistematica, pensata con metodo, che ha una vero e proprio manuale seguito alla lettera, con istruzioni precise in parte ricostruite in un'indagine della procura di Udine, decisa a capire perché da anni si preparano progetti milionari senza mai arrivare ad una conclusione. Carte processuali che dimostrano, ancora una volta, come dietro l'apparente immobilismo sulle bonifiche ci celi una strategia ben precisa, lontanissima dalla tutela della salute per migliaia di persone a rischio in questo momento nell'intero paese.
Il segreto dei Sin

È il 1998, governo Prodi. Il ministero dell'ambiente avvia l'operazione di perimetrazione dei Siti d'interesse nazionale, i Sin. Zone con concentrazioni di scorie pericolose a livelli intollerabili. Aree dove, soprattutto, si muore ogni giorno di tumori, di patologie degenerative, a volte asfissiati da sostanze killer come l'amianto. Nel 2006, con Berlusconi al governo, il conteggio delle terre desolate incluse nella mappa dei Sin è completa: 57 zone, toccando tutte le regioni d'Italia. Un'estensione enorme, che copre il 10% della popolazione, con una previsione di spesa per gli interventi che nessuno si azzarda neanche a pronunciare.
Il pm di Udine Viviana Del Tedesco due anni fa ha provato ad avviare una sorta di spending review su una delle 57 bonifiche mai terminate, quella dell'area della Laguna di Grado e Marano. La zona ospitava fino a qualche anno fa lo stabilimento chimico della Caffaro, società responsabile di almeno tre grandi contaminazioni ambientali (oltre a Grado, Brescia e Colleferro, in provincia di Roma). C'era qualcosa che non funzionava: per almeno nove volte l'emergenza era stata prorogata, senza, alla fine, riuscire a restituire alla normalità almeno parte dell'area contaminata. Il 27 luglio scorso, alla fine di un'indagine complessa e lunga, c'è stata una prima conclusione, con un elenco di quattordici indagati. E un'ipotesi terrificante: si è fatto di tutto per non bonificare, trasformando l'emergenza in una gigantesca macchina in grado di drenare risorse preziose, spendendo milioni di euro in analisi inutili, distribuendo poi il tutto tra società compiacenti e funzionari ministeriali.
L'accusa principale è di peculato, «per una somma globale stimabile in circa 54,8 miliardi di lire (28,3 milioni di euro, ndr)», come si legge nell'invito a comparire partito a fine luglio dalla procura di Udine. Questo capo d'accusa riguarda l'ex assessore all'ambiente della regione Friuli Venezia Giulia Paolo Ciani, il vice direttore centrale della stessa regione del ministero delle infrastrutture Dario Danese, l'ingegner capo del Genio civile di Gorizia Francesco Sorrentino e i vertici della società di Vibo Valenzia Nautilus Raffaele Greco e Lorenzo Passaniti. Secondo la procura di Udine gli indagati, una volta stanziati i fondi per la bonifica, «se ne appropriavano, anziché destinarli proficuamente allo svolgimento dei lavori di caratterizzazione della laguna». Un'accusa che - qualora fosse confermata in tutti i gradi di giudizio - potrebbe nascondere in realtà qualcosa di più grave rispetto ad una storia di cattiva gestione dei fondi pubblici.
I diecimila voti

Quello che per i magistrati è stato il vero trucco nascosto dietro i piani di bonifica si chiama perimetrazione. È l'attività chiave, destinata a delimitare l'area contaminata: più è grande, più difficile e difficoltoso sarà il recupero ambientale. Se poi l'area è immensa e difficilmente gestibile, l'emergenza è assicurata. Per anni, senza alla fine risolvere nulla. Questa operazione nella Laguna di Grado e Marano - scrive la procura di Udine - «avveniva a prescindere da qualsivoglia valutazione tecnico-scientifica sullo stato del territorio», includendo l'87% di terreno agricolo, oltre alla zona della Caffaro, «l'unica zona davvero inquinata». Ancora prima di questo fondamentale passaggio il governo Berlusconi aveva già stanziato i soldi: come a dire, si deve spendere a scatola chiusa, senza neanche sapere che tipo di intervento sarà necessario. Quando poi si tratterà di assegnare i ruoli chiave di commissario straordinario e di soggetto attuatore - procedura che avviene in tutti i siti d'interesse nazionale - inizia una vera e propria giravolta di lettere, corrispondenze preoccupate, pressioni e raccomandazioni. C'è l'interessamento dell'allora ministro degli interni Claudio Scajola, del capo di gabinetto Roberto Sorge - «che caldeggia a Guido Bertolaso la nomina dell'allora sindaco di Latisana a commissario straordinario», annota il pm di Udine -, di deputati locali di Forza Italia che raccontano come «questo giochetto costerà a noi non meno di diecimila voti».
L'appalto principale per la caratterizzazione viene intanto - siamo nel 2003 - aggiudicato ad un'associazione d'imprese con a capo fila la Nautilus, «malgrado diverse macroscopiche anomalie», commenta la procura. Una società che, per i magistrati, «era priva di idonee strumentazioni per effettuare simili analisi», tanto che in un interrogatorio del 2005 il direttore del laboratorio della cooperativa calabrese, Francesco Lico, «riferiva che la società non era in possesso della tecnologia necessaria per fornire dati attendibili».
Le analisi fantasma
Quello delle analisi è un punto centrale. La legge prevede che - per essere "validate" - debbano avere un riscontro da parte dell'Arpa, almeno per il 10% dei campioni. In assenza di tali controlli i dati acquisiti erano privi di validità. Ed è quello che - per la procura di Udine - è alla fine avvenuto, facendo sì che non fosse mai chiara, in definitiva, la vera estensione dell'area da bonificare, mantenendo sempre aperta la porta dell'emergenza, e, paradossalmente, non risanando quelle aree realmente contaminate attorno all'ex area industriale della Caffaro.
In cima alla piramide di quello che appare come un vero e proprio sistema pensato per mantenere un'eterna emergenza - senza risolvere i gravi problemi ambientali - nella ricostruzione della procura di Udine, c'è la Sogesid, la società del ministero dell'ambiente utilizzata nella progettazione delle bonifiche. È questa la struttura che oggi ha in capo la progettazione degli interventi di bonifica in gran parte dei siti d'interesse nazionale, Taranto compresa. Grazie al suo status di società pubblica può evitare le normali procedure per stipulare le consulenze e assumere personale «che poi collocava negli uffici del ministero stesso - scrive il pm Del Tedesco - proponendo sistematicamente sul territorio nazionale per studi e progetti senza che nemmeno uno di questi fosse mai realizzato». Un sistema che ancora oggi sopravvive, immune da ogni spending review. Nonostante le migliaia di morti attorno alle nostre terre contaminate.
 
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