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VIAGGI - ambiente
A passeggio con i leoni:
ma dietro c'è lo sfruttamento
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Daniela Danna
18.08.2012
Si chiamano Lion Encounter e African Impact, cercano volontari amanti degli animali nello Zimbabwe. Ma dietro la vetrina animalista si nasconde un business per turisti. La denuncia di una ex volontaria

Daniela Danna - 18.08.2012
Perché Liam e Bram, Kirstin e Agnes e tutti gli altri, un gruppo in maggioranza di ventenni europei, camminano di fianco alle guide di Lion Encounter davanti ai turisti che hanno pagato 130 dollari ciascuno per passeggiare, a loro volta, insieme a due leoncini nel Parco Nazionale dello Zambesi? Sono volontari, li stanno proteggendo dagli animali pericolosi che si possono incontrare in una sconsiderata passeggiata nella natura selvaggia africana. Ma non lo sanno. Siamo a Victoria Falls, vicino alle cascate del Fumo Che Tuona, e i volontari sono venuti a partecipare a un programma di conservazione dei leoni. Secondo le informazioni del documento Pre-Departure Information Victoria Falls Lion Rehabilitation, al mattino: «Fai una passeggiata con i leoni insieme ai clienti, o trascorri il tempo nel campo con i cuccioli più piccoli, a preparare la loro alimentazione», i doveri della tarda mattinata «possono includere la pulizia dei recinti, l'alimentazione dei cuccioli o la ricerca dei lacci dei bracconieri», «le attività pomeridiane possono comprendere l'interazione con i cuccioli, le passeggiate coi leoni, una camminata nel bush, o la manutenzione dei recinti». A che serve passeggiare col leone? Risponde la pagina web con la pubblicità del progetto diretta a potenziali volontari: «Trascorrere del tempo con i leoni in natura ogni giorno è una parte essenziale della educazione del cucciolo. Se i cuccioli devono essere rimessi in libertà, è importante che passino il tempo in questo ambiente. Hanno bisogno di adattarsi ad esso, imparare da esso, capire, osservare, sentire e sentire l'odore della natura selvaggia». Di questi grandi felini, di cui chiunque subisce il fascino, ne sono rimasti meno di 30 mila in tutta l'Africa, sono soggetti a malattie portate dalle mosche, il loro habitat si restringe inesorabilmente, la metà dei cuccioli muoiono prima di raggiungere la maturità, quindi un programma di allevamento e reimmissione pare sensato.
I leoni sono creature magiche. Vederli da vicino e persino toccarli è un'esperienza travolgente. Non si pensa molto chiaramente, nelle vicinanze di un leone, sopraffatti dalla sua potenza e dalla sua bellezza. Ci vogliono alcuni giorni per mettere tutto a fuoco, e capire che cosa siamo veramente venuti a fare.
I leoni di Lion Encounter a Vic Falls sono quattro: Thuli e Tembeli, due sorelle di sei mesi e due fratelli - femmina e maschio - di un anno, Sengwa e Sarawi. A dispetto delle immagini che Lion Encounter diffonde, noi volontari non siamo da soli con i leoni nel bush - un pugno di pazzi in uno scenario romantico. Nel poco tempo in cui non se ne stanno chiusi nelle loro gabbie (10 metri per 10) con recinti a doppia protezione - gli animali selvatici se li mangerebbero - ma li facciamo uscire per le Lion Walks, i quattro poveri leoncini sono perennemente circondati da branchi di umani. Ci sono i locali che lavorano per Lion Encounter, poi i gruppi di turisti paganti (almeno venti persone due volte al giorno), e infine tutti i volontari: tra arrivi e partenze sempre non meno di una decina.
Da dove vengono i leoni? Vengono separati dalla madre che li partorisce in cattività ad Antelope Park, scrive in una mail Lesley Breederkamp, responsabile dei contatti con i volontari per la multinazionale African Impact. Alcuni volontari sono arrivati attraverso questa organizzazione, altri attraverso altre, come ad esempio Go Eco, pagando quindi prezzi diversi. Come agenzie turistiche, queste agenzie di viaggi di volontariato probabilmente comprano pacchetti di proposte per rivenderli, senza organizzare direttamente il lavoro dei volontari, semplicemente li trovano - con pubblicità ingannevole - e li mettono a disposizione. Sono intermediari, il contratto finale è con Lion Encounter. African Impact interverrà soltanto per confermare le regole che prevedono che il lavoro dei volontari sia interamente deciso da Lion Encounter, per quanto inutile, irragionevole o pericoloso. Se non ci si presenta prima dell'alba per essere trasportati al parco su un pick up scoperto - è inverno e senza il sole fa veramente freddo, molti di noi tossiscono e starnutiscono ma l'uscita un'ora prima che la temperatura ritorni decente è imperativa - si viene sbattuti fuori senza troppi complimenti.
«Gli studi scientifici» - Lion Encounter infatti vanta la collaborazione con ricercatori universitari - «dimostrano che i leoncini allevati in cattività mostrano gli stessi istinti di quelli cresciuti dalle madri», scrive Lesley. Non c'è da preoccuparsi allora se vengono tolti alle madri a due settimane di vita, quando persino i gattini non possono essere separati dalla madre prima di due mesi, per non avere scompensi. Gli istinti di belva feroce sono gli stessi. Quando i volontari esprimono dubbi sul fatto che questi leoni verranno rimessi in libertà, il direttore locale Steve Jonasi risponde che è vero, questi leoni verranno spostati al programma di allevamento quando saranno troppo grandi per passeggiare con i clienti, ma i loro figli verranno poi reimmessi in natura. Il "programma" esiste da sette anni, un leone diventa adulto a due, e ancora nessuno è stato rilasciato. «Non abbiamo i permessi, il governo non ce li dà». Permessi? Per rilasciare in natura un animale selvaggio? Ma andiamo avanti.
 

Lion Encounter è una impresa innovatrice: nessuno aveva pensato prima a far passeggiare i turisti con dei leoni. I leoni devono essere abbastanza piccoli per lavorare. «Temdeli forse non la faremo più lavorare, non reagisce bene quando i clienti la accarezzano, non vuole farsi fotografare» dice una guida. La famiglia Conolly, che risiede ad Antelope Park vicino a Gweru in Zimbabwe, possiede tre luoghi dove queste Lion walks vengono fatte, e non ha concorrenza. «I Conolly sono inglesi», mi racconta una delle guide «una volta eravamo sotto gli inglesi, oggi ancora quasi tutti i businessmen sono inglesi».
 

African Impact invece è una ditta basata in Sudafrica, e fa commercio di buoni sentimenti. La maggior parte dei volontari presenti erano ventenni inglesi, che avevano visto il documentario Lion Country prodotto dal canale televisivo Itv, che romanticizza le gesta della famiglia Conolly.
La verità è che nessun leone del "programma" è mai stato immesso in natura. C'è stato nel 2007 un tentativo fallito, strettamente monitorato con collari elettronici, elicotteri e gruppi di impala radunati e spostati coi camion per fare da preda agevolata ai leoni «reimmessi nella natura» nei possedimenti dei Conolly.
 

«Credevo di venire a lavorare con animali feriti, loro parlano di riabilitazione, cioè di un ritorno allo stato precedente, ma questi leoni non hanno mai vissuto allo stato selvatico». Né mai ci torneranno: «Ogni volta che vanno fuori strada durante le passeggiate li riprendono, li minacciano con i bastoni. Dove vuoi che vadano se li rilasciano in natura? Mi fanno pena. Sono delusa e la cosa mi rattrista». Agnes è arrivata per un programma di Lion rehabilitation: «Arrivata qui trovo dappertutto Lion Encounter, e parlano dei loro "clienti". Ma cosa c'entra con la riabilitazione dei leoni?»
 

Gli handler - traducibile a senso come "domatori" - sono i "padri" dei leoni, quelli che li controllano e ne hanno la responsabilità. «Hanno preso gli uomini più coraggiosi di Victoria Falls, e ci hanno formati per sei mesi ad Antelope Park» racconta uno di loro. I leoni conoscono bene gli handler, appena questi si avvicinano le bestie si agitano e non li perdono di vista: hanno chiaramente paura di loro.
 

Agnes è nata in Polonia e viene dalla Germania: «I leoni sono così tristi. È evidente che non verranno mai rilasciati nella natura. Devono obbedire ai comandi, devono farsi fotografare. Io penso anche che li picchino perché hanno paura degli handler». Le guide - zimbabwiani neri - sono pagate 370 dollari al mese, meno di quanto tre turisti pagano per un'oretta coi leoni. I volontari invece pagano un centinaio di dollari al giorno - ma non servono per la carne dei leoni, questa proviene dagli animali cacciati nel Parco: elefanti "in sovrannumero" per cui i "cacciatori professionisti" nonché ricchi e sanguinari turisti pagano 30 mila dollari a trofeo. L'avorio esce legalmente dal paese, la carne rimane per il consumo umano e leonino. Non che sia necessariamente una cattiva cosa, ma chi decide quando un elefante è in sovrannumero? Gli stessi che usano i volontari in un circo?
 

I volontari ricevono precise istruzioni per la loro giornata nel Parco: «Non mettetevi mai dietro i leoni mentre i turisti fanno fotografie. Offritevi per aiutarli a fare le foto. E tenete sempre in mano il vostro lion stick, il bastone per i leoni». Per il resto, chiacchierate pure con le guide, socializzate tra di voi, dovete solo camminare di fronte o in fondo al gruppo, insieme alle guide e all'uomo col fucile, c'est tout. Ma è una zona selvaggia, potrebbero esserci mandrie di bufali - molto pericolosi, - elefanti, serpenti cobra, magari leoni selvatici. «Vedete queste orme di gattone?» ci dice una guida, «sono di ieri sera». «Che cosa facciamo qui?» chiedo finalmente a Lesley. «Siete i fratelli e le sorelle dei leoni» mi risponde impunita. Traducendo dalla favola romantica: siete quelli che proteggono questi cuccioli dagli altri animali selvatici. Peccato che nessuno ci abbia detto chiaramente che saremmo venuti a proteggere i clienti paganti di Lion Encounter, pagando a nostra volta.
 

«A cosa vi servono tutti questi soldi?» chiedono Kirstin e Agnes al direttore Steve. «A costruire una recinzione, non vedi quanto è grande il parco?» Questa poi è la prima volta che la sentiamo. Tutto per il bene degli animali, of course.
Così anche i volontari che fanno community work vengono portati alle Lion walks (che è chiaramente il fulcro del "programma"). Una volta alla settimana anche i volontari dei leoni vanno in orfanotrofio. Kirstin in Germania insegna ai bambini con problemi e, disgustata dal circo dei leoni, si è messa d'accordo con la fondatrice e direttrice dell'orfanotrofio per andare da loro a fargli lezione tutti i giorni. Viene richiamata dal direttore Steve: «Se non fai il lavoro con i leoni, puoi anche rimanere qui a dormire ma devi pagare di nuovo. Il lavoro che vuoi fare non è nel nostro programma». È utile? Chissenefrega. «Al massimo possiamo concederti di passare al community work». È il lavoro che sta facendo Amber, che in Arizona studia pedagogia: «La mattina prima che sorga il sole ci portano a innaffiare gli orti, con secchi di acqua gelida, le mani e le braccia bagnate, e scarpe e vestiti. Poi ci hanno portato a pulire l'ospedale e l'orfanotrofio. Io voglio lavorare con gli orfani, non nell'orfanotrofio. Ma se hanno scritto così suppongo che sia colpa mia». Se c'è una cosa di cui l'Africa, con tutti i suoi disoccupati, non ha proprio bisogno sono mani in più per lavori non qualificati! Ma forse qualche scudo umano per proteggere i turisti nella savana - nonché i cuccioli, vere macchine per far soldi - ci può stare di certo. Anche perché, ehi, abbiamo i volontari! Non può che essere un progetto bellissimo. Loro sono molto coraggiosi. Ma non lo sanno.
Quanto raccontato in questo articolo è frutto di esperienza di prima mano: anche io ho fatto la volontaria «per la conservazione dei leoni» all'inizio di agosto, per lasciare il programma - perdendo completamente i soldi anticipati per vitto e alloggio, per «cattiva influenza» sugli altri volontari.
 
Alias:11 settembre, Ground Zero. La guerra in Afghanistan  Ultraoltre: intervista a Massimo Guerrini autore di Murasaki Baby Ultrasuoni: la scena di Manchester Ultrasport Action City, le attrezzature per lo sport nei luoghi pubblici: intervista al prof. Antonio Borgogni
 
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Le «maschiette»
di Riyad
Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).

  In edicola
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