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CARRAMBA - sociale
"Arrestato senza un motivo".
Ora il poliziotto risponde e spiega...
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Luigi Perna
23.08.2012
Un dirigente di Rifondazione, viene arrestato dalla polizia municipale durante una festa. Lo racconta sul nostro sito. Ora risponde uno degli agenti: sono anch'io di sinistra, e ho fatto il mio lavoro

Luigi Perna - 23.08.2012
Caro compagno Morvillo,
mi chiamo Luigi Perna e sono uno degli agenti della polizia municipale di Napoli che nella notte tra il 15 e il 16 agosto scorsi hanno preso parte al tuo arresto. Ho ritenuto doveroso intervenire sull'argomento dopo aver letto i resoconti parziali e male informati di alcuni quotidiani e il tuo corposo resoconto inviato al manifesto, quotidiano a me caro a causa del mio recente passato in cui, come te, sono stato dirigente di uno dei partiti della sinistra napoletana.
Nelle ore successive ai fatti da te raccontati avevo deciso di starmene in disparte e non occuparmi dell'argomento, tuttavia le tue considerazioni esigono una risposta, se vuoi da compagno a compagno.
Partiamo dall'inizio: una macchina della polizia municipale arriva presso il locale da te frequentato alle 3 del mattino in seguito alle proteste degli abitanti dovute alla musica troppo alta e agli schiamazzi: sappi che è una cosa che capita molto spesso, purtroppo anche a causa della proverbiale incapacità delle diverse amministrazioni comunali di trovare una mediazione definitiva tra il diritto al divertimento e quello, consentimi, sacrosanto, delle persone che si svegliano presto la mattina per andare a lavorare, di riposare in pace almeno per qualche ora. In ogni caso, nella quasi totalità delle occasioni, si preferisce non intervenire con sanzioni amministrative, anche laddove ci sono violazioni della legge, e chiedere civilmente di andare incontro alle esigenze dei cittadini e abbassare il volume. Quella notte i colleghi entrarono nel locale con lo stesso intento e tuttavia, contrariamente a quanto tu racconti, furono essi ad essere trattati in modo irriguardoso e provocatorio, in particolare dalla persona che gestiva la musica, che quasi cacciò fuori con parole offensive la collega che aveva chiesto di abbassare la musica. Da un compagno come te mi sarei aspettato che prendessi le difese di una lavoratrice notturna trattata male nell'esercizio delle sue funzioni... e invece tu, concentrando la tua attenzione su quello che rappresenta la «divisa» ai tuoi occhi, ti sei unito fin dall'inizio, in modo arrogante, a quelli che si ribellavano contro una normalissima attività di routine.
I colleghi sono stati costretti a chiedere i rinforzi perché, in quello stato di agitazione generale e nell'impossibilità di giungere ad una pacifica soluzione del problema, c'era bisogno di maggiori unità: se tu, quale compagno politicamente impegnato, ti fossi attivato con gli altri partecipanti alla festa nella direzione di una mediazione, la questione si sarebbe risolta in cinque minuti.
Come sempre avviene in questi casi, quando dall'altra parte si riscontra solo incomprensione ed ostilità, si decide di fare fino in fondo il proprio dovere nell'esercizio delle proprie legittime competenze. Ed è a quel punto, quindi, che tre colleghi sono entrati dentro per effettuare un normale e banalissimo controllo della documentazione amministrativa del locale. Non potendo effettuare tale operazione con venti persone addosso che inveivano contro di noi, si è chiesto a tutti di uscire fuori per il tempo strettamente necessario (cinque minuti) al controllo dei permessi e all'eventuale redazione di una contravvenzione. Nessuna ispezione, compagno Morvillo, solo un controllo dei permessi.
Tu però non eri d'accordo e non volevi che facessimo il nostro dovere, urlavi davanti al portone del locale agitando il tuo tesserino di giornalista insistendo sul fatto che era un tuo diritto assistere a quello che stavamo facendo: cosa assolutamente falsa, come forse ti avranno spiegato in seguito. A più riprese hai cercato di forzare il blocco alla porta e a più riprese un collega ti ha gentilmente allontanato invitandoti a non perseverare nel tuo intento, per il tuo bene. Ricordo bene che tu urlavi: «Arrestatemi! Fatemi vedere, voglio essere arrestato!». Nell'unico momento in cui il collega si è distratto tu hai quasi sfondato la porta, sei piombato all'interno e urlando ti sei scaraventato contro il collega che stava controllando i documenti, che non è caduto a terra solo grazie alla sua mole. A quel punto, nell'impossibilità di farti ragionare - eri una furia - ti abbiamo caricato su una delle auto di servizio e condotto presso il nostro comando centrale.
Ho chiesto personalmente al personale di turno di aprire una stanzetta di servizio dove ti ho fatto accomodare - ti ricordi? - e subito dopo sono andato a comprarti una bottiglietta d'acqua. Abbiamo contattato il magistrato di turno e insieme a lui abbiamo convenuto che non era il caso di accompagnarti presso le camere di sicurezza della questura di Napoli (al buio e con letti di pietra), come si fa in questi casi, e ti abbiamo trattenuto al comando pur non essendo forniti di strutture adeguate. Ti abbiamo piantonato, caro compagno Morvillo, al di là dell'obbligo legale di fare ciò, soprattutto perché il tuo persistente stato di agitazione non garantiva sul fatto che te ne saresti stato buono al tuo posto senza provocare ulteriori danni prima di tutto a te stesso, e quindi anche a tutela della tua incolumità. Ti abbiamo chiesto di fornirci il numero o anche solo il nome del tuo avvocato di fiducia, per avere il tempo necessario per cercarlo e convocarlo, e ti sei rifiutato di darcelo. Ti abbiamo chiesto un numero di casa tua, di un parente, di una amico o di una persona di tua fiducia da contattare per informarla di quanto stava accadendo, di dove ti trovavi e di cosa ti aspettava, e ti sei rifiutato di darcelo. Pretendevi di avere il tuo telefonino, cosa che non era possibile. Per venirti incontro ho anche telefonato in piena notte ad un nostro ufficiale esperto della materia per verificare se nella normativa ci fosse qualche appiglio che ci consentisse di farti fare direttamente le telefonate, ma la risposta è stata assolutamente ed inderogabilmente negativa.
Quanto alle manette che ti sono state messe prima di essere portato in tribunale, sappi che i colleghi che ti hanno assistito sono stati sonoramente rimproverati per non avertele messe fin dall'inizio, cosa che va fatta ogni volta che una persona viene tratta in arresto.
Nel complesso, quindi, dal mio punto di vista tu sei stato trattato in modo assolutamente umano e rispettoso dei tuoi diritti, e se ti è capitato un fatto del genere è solo perché non hai capito che il tuo diritto al divertimento doveva conciliarsi con il rispetto dei lavoratori in divisa con cui sei venuto in contatto e con i tuoi concittadini che avevano bisogno di dormire.
Detto questo, mi consentirai di non condividere i tuoi reiterati riferimenti ai fatti di Genova 2001 e ai casi Cucchi, Aldrovandi, Sandri, Giuliani, etcc... Io a Genova c'ero, come te, sicuramente, e ho visto cose terribili, tanto terribili che quando son tornato a casa volevo a tutti i costi licenziarmi e non indossare mai più una divisa. Per fortuna non l'ho fatto: ero stato assunto da pochi mesi e negli anni successivi ho avuto la possibilità di conoscere, dall'interno, una realtà complessa fatta di persone in carne ed ossa che si confrontano quotidianamente con una serie di contraddizioni che la classe politica scarica esecrabilmente sulle loro spalle.
Ma tu, compagno Morvillo, credi davvero che alla maggioranza di noi piaccia sgomberare i clandestini o smantellare i mercatini degli extracomunitari? Ma tu pensi davvero che queste operazioni nascano nella testa di un comandante e non siano, invece, il frutto di una scelta politica chiara e deliberata e tuttavia non ammessa pubblicamente a causa delle contraddizioni interne alla maggioranza?
Caro compagno Morvillo, mi consentirai come chiosa una considerazione un po' provocatoria: Pier Paolo Pasolini, come ben sai, all'indomani degli scontri di Valle Giulia si schierò dalla parte dei poliziotti figli di contadini ed operai e contro gli studenti figli di borghesi. Ebbene, nella notte tra il 15 e il 16 agosto scorsi, confrontandomi con te ed i tuoi amici io, da comunista, sono stato felice di essere dalla parte dei gendarmi.
Spero comunque di rivederti in migliori occasioni.
Fraterni saluti,
Luigi Perna
 
 
 
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