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MUSICA - mondo, visioni, cultura
Il festival gaudente del reggae
rinasce nella vecchia Spagna
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Valerio Corzani
24.08.2012
Il beat di Derrick Morgan e la vena da istrione di Beres Hammond si mescolano al pop di Tanya Stephens. Il "Rototom Sunsplash" da Osoppo a Benicàssim, con nuovi allargamenti in vista

Valerio Corzani - 24.08.2012
Un festival come l'appena concluso Rototom serve anche a ribaltare le mappe. Il primo deragliamento geografico è proprio nel Dna di questa kermesse che è da sempre un bastione giamaicano in Europa, un'isola felice nella quale i contorni di quel non-luogo che è un festival assumono i contorni di un'enclave caraibica, con i colori della Giamaica, «rosso, giallo e verde», a dominare imperiosamente la scena. È già, questo, un bel rimescolamento geografico, ma non è l'unico. Il Rototom Sunsplash giunto alla 19esima edizione, è stato per qualche tempo un festival alla deriva. Dopo aver celebrato le sue notti a Osoppo (Udine) per ben 16 anni «l'accanimento di sorveglianza» e le polemiche politiche che riguardavano il consumo di marjiuana all'interno degli spazi del festival, resero inevitabile tre anni fa il trasferimento, il cambiar casa. Non è stata una mossa così traumatica per l'organizzazione che negli anni ha spesso reso labili i confini del proprio orticello produttivo e musicale, allargandoli al mondo. Le iniziative del Rototom, anche ora che si è trasferito a Benicàssim, sul mare, tra Valencia e Barcellona, continuano ad allargarsi. Filippo Giunta, il direttore artistico, ha già programmato altre mosse - contest in Sudamerica ed Europa, battaglie di sensibilizzazione per i diritti civili e della persona, edizioni invernali in Argentina che non fanno altro che confermare quest'attitudine «globale», mai circoscritta. 
In questi giorni il festival era però soprattutto musica e concerti. Una settimana di reggae in tutte le sue sfaccettature con un parterre de roi di artisti e due celebrazioni in contemporanea: quello dell'indipendenza della Giamaica e della nascita del Reggae, entrambi accostati in un cinquantenario. In realtà la data ufficiale per la nascita di questa musica non c'è e proprio per questo forse va bene far coincidere la nascita di una nazione con il suo humus musicale, fiume rigoglioso di generi che metteva insieme mento, rocksteady, ska, calypso, reggae, e poi dub e ragamuffin. 
Derrick Morgan in uno dei suoi brani più famosi, quel Forward March che servì a celebrare in tempo reale (cioè nel 1962) l'indipendenza della Giamaica, cantava su una base di mento-ska: «the time has come when you can have your fun», sottolineando in un verso breve e conciso l'attitudine del suo popolo e lo stravolgimento di un'altra mappa, quella coloniale. Morgan quest'anno ha aperto il festival con un concerto solare e impeccabile. Una voce forte la sua, sorretta da un beat interiore che ancora oggi, quasi completamente cieco e fermo sul palco, costretto a sorreggersi con un bastone, continua a deliziare e a smuovere gli astanti. Non è mancata Forward March nel suo set e non sono mancati altri hit come Fat Man, Leave Earth. Dopo di lui è toccato all'atteso ritorno al festival di un fuoriclasse come Beres Hammond: un vocalist che ha iniziato giovanissimo cantando con una vena soul prima di diventare nel 1975 il vocalist del super-gruppo Zap Pow. Passando attraverso momenti duri ed un soggiorno a New York, Beres ha perseverato fino a centrare negli anni novanta e nel primo decennio del nuovo millennio una serie magnifica di grandi hits come Putting up resistance, Tempted to touch, Fire. Il reggae dalle forti tinte soul di Hammond ha lasciato poi spazio a quella che doveva essere una delle proposte più interessanti e che si è rivelata, complice forse la defezione del pianista e arrangiatore Monty Alexander, un buco nell'acqua. Sta di fatto che il quintetto formatto da Sly & Robbie con il veterano dei chitarristi giamaicani Ernest Ranglin oltre a Tyrone Brownie e a Bitty McLean, non ha cavato un ragno dal buco. Il loro set è parso sconclusionato, con Robbie Shakespeare che si è ostinato a cantare malamente alcuni ritornelli e Ranglin che non sembrava mai sicuro di dover iniziare l'assolo. Una musica che in alcuni momenti sembrava free-reggae con accenti psichedelici e quando è poi salito sul palco il cantante di Birmingham Bitty McLean ha preso invece accenti da crooning peraltro mai ben definiti...insomma un mezzo disastro. 
La psichedelia involontaria di Sly & Robbie è stata recuperata con consapevolezza dal gruppo argentino che ha vinto il contest sudamericano di quest'anno e che si è esibito nel corso della seconda serata del Festival. Si chiamano Dubies e suonano benissimo una musica che ha che fare con il dub e con il reggae ma che allarga lo spettro timbrico e stilistico anche ad altri bacini. Un giochetto che è riuscito anche agli Irie Fm, vincitori del contest europeo e provenienti da una nazione che non viene solitamente accostata alla musica in levare: la Serbia. C'è stato spazio anche per il reggae Made in Italy nella porzione di festival che siamo riusciti a seguire. Giuliano Palma & The Bluebeaters e il loro carrozzone molto cool di successi vintage e soprattutto Alborosie, italiano in Giamaica, produttore, cantante dalla voce baritonale e rugosa, interprete di un set lunghissimo nel quale hanno fatto capolino anche Michael Rose, Etana, Ikaya e Ky-Mani Marley. Quest'ultimo ha ripetuto l'ospitata il giorno successivo al fianco di un altro «figlio dei Wailers», ovvero Andrew Tosh. Entrambi sono saliti sul Main Stage del Rototom per interagire ed omaggiare Marcia Griffiths, ex corista delle I Threes di Bob Marley. 
Andrebbe raccontato anche il set convincente di Tanya Stephens ed il suo reggae che profuma di pop senza svilire il messaggio e la consciousness, quello dei Morgan Heritage, quello di Freddie McGregor, ma ci sembra più importante segnalare invece quel che succedeva ogni notte a partire dalle 22 in un altro recinto del festival: la Dub Station. Quattro monoliti di diffusori con subwoofer potentissimi messi a creare un quadrilatero all'interno del quale si raggrumavano folte pattuglie di gente. Alla Dub Station oltre alle selezioni di Blackboard Jungle e di Equal Brothers di scena i londinesi Disciples al solito accompagnati da Jonah Dan. Ma in questo spazio non importava tanto chi si esibiva, importava soprattutto la bolla di suono. Cosicchè per molte ore ogni notte e quasi fino al mattino si assisteva a un esperimento peculiare ed antico: il dub come coito prolungato, la musica come fuoriuscita dal sè, gli spostamenti d'aria che spostano corpi e la mente che ciondola felice. 
 
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