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INTERVISTA - mondo, visioni, cultura
Monaco/Los Angeles,
electro utopia
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Stefano Crippa
22.08.2012
«Ora i veri produttori sono i dj, conoscono ogni tipo di sound. E David Guetta è un artista geniale». Giorgio Moroder, dall'estetica disco glamour con Donna Summer alle colonne sonore

Stefano Crippa - 22.08.2012
Digiti Giorgio Moroder su Google e si apre un mondo fatto di produzioni, colonne sonore, collaborazioni, citazioni e inevitabili associazioni con la sua musa Donna Summer, scomparsa lo scorso maggio, e con tutta l'estetica e il glamour disco dei settanta. Ma non solo, perché la fortunata parabola artistica del settanduenne artista nativo di Ortisei si espande senza sosta per tre decadi tanto da permettergli ormai di vivere di rendita, adorato come guru e padre indiscusso di buona parte della dance elettronica e della techno contemporanea (ne sanno qualcosa i transalpini Daft Punk...). È entrato in sala di registrazione con David Bowie, Freddie Mercury, Chaka Khan, Japan, giusto per citarne alcuni, ha rivitalizzato la carriera degli Sparks e ha curato una lunga sequenza di colonne sonore di enorme successo: American Gigolò, Scarface, Top Gun e il «fenomeno» globale del patinato Flashdance. 
Per alcuni è l'anello di congiunzione fra le sperimentazioni di John Cage, la ricerca futuristica dei Kraftwerk applicati ai 4/4 della disco music. Lo dimostra il classico del genere, I feel love, sei minuti di estasi elettronica che girano intorno al falsetto di Donna Summer. «Quel pezzo - racconta Moroder al telefono dalla sua casa di Ortisei - nasceva all'interno di un album, I remember yesterday, in cui Donna e Pete (Bellotte il paroliere inglese, la terza firma che siglava i successi dietro la diva di Boston, ndr) dove epoche e stili diversi erano uniti dietro il sound disco». I feel love era il momento «futurista», il sintetizzatore la sua incarnazione. «Non era semplice lavorare con i primi synth perché non era possibile, come oggi, avere loop e basi pronte. Ogni strumento aveva un trigger, un clic che faceva muovere la macchina». Il mago dei sintetizzatori nasce come cantante pop, dal 1968 incide vari singoli - alcuni di successo in ambito europeo, come Yummy yummy, Looky Looky: «In realtà il sintetizzatore ho cominciato a usarlo solo sul terzo singolo Song of my father (1971), l'ho scoperto per caso con un mio amico. Mi incuriosiva il fatto che avesse molti suoni e permettesse di aprire nuovi orizzonti musicali. Era però molto complicato usarlo e dovevi per forza farti affiancare da un ingegnere del suono».
Agli albori dei settanta, Monaco è al centro della nascente disco europea, una scuola dal sound inconfondibile dove fondamentale era la mano dei produttori, mentre a Francoforte si muovevano parallelamente Frank Farian con il quartetto multi etnico dei Boney M e Michael Kunze con il trio delle Silver Convention. La mescolanza irresistibile fra funk, elettronica tappeti di archi e un tocco di kitsch spalancò le porte del difficile mercato americano: «In Germania eravamo in tanti a usare i sintetizzatori, il sound con i violini ha dato il via al cosiddetto Munich Sound, una sorta di marchio di fabbrica. Una volta trovata la formula, l'abbiamo poi perfezionata». 
L'incontro con Donna Summer, all'epoca impegnata in un allestimento di Hair e turnista di sala di registrazione per sbarcare il lunario, rappresenta l'esplosione definitiva del genere: «Non è successo tutto subito, i primi singoli con lei (Hostage, Lady of the night ndr) avevano avuto un buon riscontro, ma onestamente non erano granché. Poi con Love to love you baby abbiamo inventato il suono giusto, l'idea di tenere la batteria fuori e in bella evidenza, con il basso a diventare strumento principe. Ne registrammo una versione da 4 minuti che arrivò anche nelle mani di Neil Bogart, il proprietario della Casablanca records. Mi chiamò alle 4 di mattina da Los Angeles per dirmi che l'aveva fatta ascoltare ad un party e la gente chiedeva al dj di rimetterla in continuazione. Allora mi propose di farne una versione estesa così da occupare una facciata di un album». Moroder/Bellotte/Summer è una griffe che dal 1975 al 1980 produce otto album, vendendo vagonate di dischi e promuovendo Donna Summer indiscutibile «disco queen»: «Lavoravamo molto velocemente, prima di tutto lei era bravissima e le bastavano pochi take in studio. Poi ero abbastanza veloce nel comporre così come Donna e Peter a creare i testi». In contemporanea, Giorgio realizzava diversi lavori solisti: From here to eternity (1977) - forse il migliore - viene definito da Alan Jones e Jussi Kantonen in Love train: «un album seminale che ebbe un grande impatto sul movimento techno funk»: «Non avevo la voce più bella del mondo - si schernisce Moroder - ma quel sound elettronico era realmente nuovo e piaceva alla gente». Sono gli anni della trasferta negli Stati uniti, con Donna tocca l'apice grazie al doppio Bad girls (1979) e poi con il duetto storico insieme a Barbra Streisand No more tears. Scintille fra dive? «Diciamo così: avere due stelle di quel calibro in sala di registrazione non era semplice. Eravamo due produttori, io per Donna e Gary Klein per Barbra. Alla fine ci siamo divisi le parti e quando Donna entrava a incidere, usciva Barbra. E viceversa...». La premiata ditta cessa malamente le attività nel 1981, quando il doppio I'm a rainbow viene cassato dalla nuova label della cantante: «Donna se la prese molto ma anch'io ero deluso. Il fatto è che David Geffen l'aveva messa sotto contratto spendendo un sacco di soldi e l'album precedente, The Wanderer, era andato bene ma non ai suoi standard abituali. Eravamo al tramonto della disco music e il nostro tentativo di mescolare i vari generi (nel disco, pubblicato poi nel 1996, anche una versione di Dont' cry for me Argentina, ndr) evidentemente non aveva convinto Geffen...». 
Con l'arrivo negli Stati uniti Moroder allaccia intensi rapporti con Hollywood, il suo tocco da Re Mida sulle colonne sonore è garanzia di successo: «Lavoravo molto sulle canzoni, il pezzo doveva funzionare con le immagini. Mi mettevo al pianoforte, guardavo le scene e componevo. Poi facevo un demo e mi confrontavo con il regista e il produttore. Poi si sa, bisogna anche essere fortunati; Debbie Harry in Call me era perfetta per raccontare il gigolo Richard Gere...». Con Metropolis - il classico muto di Fritz Lang del 1927 - Moroder va oltre: riprende il film, lo colora qua e là e, soprattutto, crea una colonna sonora ex novo. «L'idea - spiega - mi era venuta vedendo l'operazione fatta da Francis Ford Coppola sul Napoleon di Abel Gance. Mi era piaciuta molto anche se io ho pensato sin dall'inizio di concentrami su una colonna sonora moderna. Ho comprato i diritti e mi sono messo alla ricerca di buone copie del film. Mi interessava far riscoprire ai giovani i capolavori del muto: alcuni critici hanno apprezzato, altri sono stati cattivissimi...». 
Love kills - il pezzo portante del «nuovo» Metropolis - era stato affidato alla voce di Freddie Mercury: «Ci siamo incontrati a Monaco dove è arrivato con il suo produttore, Mack, ma non è stata una esperienza facile, lui era molto nervoso. E poi a un certo punto si è opposto, credo per problemi editoriali, alla pubblicazione del singolo...». Due anni prima, nel 1982, Moroder cura le musiche del remake de Il bacio della pantera di Paul Schrader con Nastassja Kinski, il tema Cat's people è interpretato da David Bowie: «Bravissimo e estremamente professionale. Abbiamo inciso tutto in un'ora», e collabora con il duo losangelino degli Sparks: «Grandi autori di canzoni pop rock, volevano cimentarsi con i sintetizzatori. Ci siamo trovati perfettamente a nostro agio». A fine maggio è stato ospite all'Ims, il vertice mondiale dei dj a Ibiza e poco prima è stato dietro una consolle al gala Amfar per l'Aids di Elton John al Festival di Cannes, un'attività che lo incuriosisce: «Io credo che i dj siano ormai i veri padroni della musica. Sono bravi, preparati e soprattutto conoscono tutti i sound, non solo nelle discoteche, ma anche quelli che passano per radio. David Guetta, poi, è un vero artista. In America nella top 10 ci sono cinque canzoni dance...». Moroder non lo dice, ma in qualche modo è quasi la vendetta della disco fatto letteralmente a pezzi dagli alfieri del nascente punk al grido di «disco suck!» (la disco fa schifo), e che ora a oltre trent'anni di distanza si prende la sua grande rivincita.
 
 
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