invia per email
ricerca nella sezione attualità
utility
invia per email
ricerca
stampa
testo su due colonne
testo su una colonna
ingrandisci testo
riduci testo
reset testo
VENEZIA
-
visioni
La ribellione adolescente
nel lungometraggio di Di Costanzo
nel lungometraggio di Di Costanzo
i commenti stanno arrivando ...
il modulo di invio sta arrivando ...
Storia d'amore e di vita, e appassionato gesto di cinema, "L'intervallo" declina la realtà, la violenza di un degrado esistenziale, la cultura della camorra, in questo duetto adolescenziale bello e commuovente.
Cristina Piccino - 29.08.2012
Salvatore da grande vorrebbe fare il cuoco. Intanto vende granita di limone, «quella vera», al mattino insieme al padre tirano fuori i carrettini coi limoni gialli gialli di plastica e iniziano il giro. A Salvatore piace osservare gli uccelli che il papà cresce e cura, l'usignolo che canta d'amore, e il pettirosso che canta contro la notte ... Veronica invece si sente già donna, le piacciono quegli stivaletti sotto agli shorts anche se quando ha paura dei topi il viso le si scopre da bimba, una ragazzina che ha conosciuto le cose adulte troppo presto. Sono diversi Salvatore e Veronica, pure se vivono nello stesso quartiere, lui ciccio e già rassegnato, lei sfrontata che ostenta spavalderia, forse non si sarebbero nemmeno parlati se non fossero finiti insieme in quel vecchio edificio cadente. Veronica è prigioniera, l'ha portata lì un uomo del boss del quartiere, Salvatore la deve «guardare» finché il capo non deciderà che farne. All'inizio tra loro c'è diffidenza, sono ostili, lei è rabbiosa, lui ne segue i movimenti in silenzio. Piano piano però, in quello strano altrove dove la città, Napoli, sbuca per frammenti attraverso un muro, i due ragazzi si perdono immergendosi in un mondo sospeso, fuori dal tempo e da sé stessi, in cui i fantasmi si confondono ai ricordi d'infanzia, i desideri segreti alle le storie di mafia, la paura all'Isola dei famosi.
L'intervallo - che sarà al Lido il 4 settembre, nella sezione Orizzonti - è l'esordio nel cinema narrativo di Leonardo Di Costanzo, regista di documentari come Prove di stato, A scuola, Cadenza d'inganno, che porta in questo lungometraggio il senso e gli strumenti di quella ricerca, moltiplicandone i piani e le emozioni.
Scritto da Di Costanzo insieme a Maurizio Braucci e a Mariangela Barbanente, il film prende forma in un lavoro lungo di preparazione (quasi dieci mesi per 5 settimane di riprese), nel corso del quale regista e sceneggiatori hanno lavorato con un gruppo di ragazzi al Teatro Mercadante di Napoli. Sono stati loro, con la loro lingua e le loro storie a dare materia per la sceneggiatura, e dopo molti mesi di prove, si sono imposti i due protagonisti, Francesca Riso e Alessio Gallo. Storia d'amore e di vita, e appassionato gesto di cinema, L'intervallo declina la realtà, la violenza di un degrado esistenziale, la cultura della camorra, in questo duetto adolescenziale bello e commuovente. Complici preziosi il montaggio di Carlotta Cristiani e la fotografia di Luca Bigazzi. Chiedo al telefono a Leonardo Di Costanzo: «Sei pronto per Venezia?» - «Cerco di non pensarci».
L'intervallo - che sarà al Lido il 4 settembre, nella sezione Orizzonti - è l'esordio nel cinema narrativo di Leonardo Di Costanzo, regista di documentari come Prove di stato, A scuola, Cadenza d'inganno, che porta in questo lungometraggio il senso e gli strumenti di quella ricerca, moltiplicandone i piani e le emozioni.
Scritto da Di Costanzo insieme a Maurizio Braucci e a Mariangela Barbanente, il film prende forma in un lavoro lungo di preparazione (quasi dieci mesi per 5 settimane di riprese), nel corso del quale regista e sceneggiatori hanno lavorato con un gruppo di ragazzi al Teatro Mercadante di Napoli. Sono stati loro, con la loro lingua e le loro storie a dare materia per la sceneggiatura, e dopo molti mesi di prove, si sono imposti i due protagonisti, Francesca Riso e Alessio Gallo. Storia d'amore e di vita, e appassionato gesto di cinema, L'intervallo declina la realtà, la violenza di un degrado esistenziale, la cultura della camorra, in questo duetto adolescenziale bello e commuovente. Complici preziosi il montaggio di Carlotta Cristiani e la fotografia di Luca Bigazzi. Chiedo al telefono a Leonardo Di Costanzo: «Sei pronto per Venezia?» - «Cerco di non pensarci».
Quale è l'immagine da cui sei partito?
Avevo in mente due ragazzi chiusi in un posto, in un primo momento li avevo pensati anche in giro per la città, ma poi mi sono convinto che uno spazio chiuso era meglio. Anche perché volevo che Napoli non occupasse un posto centrale nell'immagine del film ma che fosse appena evocata. La scelta di due adolescenti come protagonisti rimanda alla mia esperienza nel documentario, sono loro al centro di A scuola o Cadenza d'inganno. Antonio, il protagonista di Cadenza, mi è scappato e mi sono detto che se stavolta li rinchiudevo da qualche parte non sarebbe più accaduto (ride) .
Ecco, il documentario. Cosa ti ha portato invece al film di «finzione»?
È stato dopo Cadenza d'inganno, fuggendo dal film Antonio mi ha mostrato i limiti del documentario, almeno nel mio modo di farlo. Per lavorare sui personaggio come avevo in mente avrei dovuto intervenire in un modo più potente, deciso da una scrittura. La scelta di filmare secondo il principio «ti seguo, ti guardo» non funzionava. Nella «finzione» non si pone il problema di strumentalizzare qualcuno, perché sono io a decidere cosa il personaggio deve fare e dire. Ciò che nel documentario diventa arbitrario, nella narrazione ti permette di andare fino in fondo e senza implicare un rapporto diverso con la verità. Anche per questo abbiamo lavorato molto con i ragazzi prima di girare, avevamo il soggetto ma la sceneggiatura l'abbiamo scritta dopo averli incontrati. Ci siamo detti che solo così potevamo costruire un evoluzione drammaturgica che fosse credibile.
In che modo si è svolto questo lavoro?
Ci sono stati due momenti: uno in fase di scrittura, un altro per scegliere i protagonisti che è stato abbastanza lungo. Abbiamo cominciato a vedere i ragazzi nel novembre del 2010, e abbiamo provato con loro fino a primavera per 3/4 volte a settimana senza toccare la sceneggiatura. Quando il numero di ragazzi si è ridotto, abbiamo iniziato a lavorare sulla sceneggiatura che era stata scritta in italiano. Io gli davo il testo, scena per scena, e gli chiedevo di rifarlo a modo loro. Temevo che arrivati alle riprese la tensione potesse esaurirsi, che le scene risultassero troppo recitate. Poi, però ho pensato al teatro, allo spettacolo che arriva dopo le prove; girare doveva essere un po' lo stesso. I ragazzi erano anche consapevoli che avremmo cambiato ambiente, che dalla sala del teatro si sarebbe passati all'edificio del vecchio ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi - ma nel film è un ex-collegio, ndr. Questa consapevolezza influisce sui loro personaggi, una volta all'aperto era come se improvvisassero ma con la coscienza della preparazione.
La tensione che attraversa il film è straordinaria perché si fonda su un'eccezionale «normalità», sugli sguardi, su un rapporto che passa dalla seduzione al legame fraterno.
Anche per le inquadrature e la scelta delle immagini c'è stata una lunga preparazione. Il film l'ho girato due volte, la prima a teatro, mi ha dato coscienza delle cose, anche se e una volta nella scenografia «vera» mi sono trovato nello stesso stato di improvvisazione degli attori. Luca Bigazzi (il direttore della fotografia, ndr) fa pochissimi sopralluoghi, ed è di una velocità pazzesca. Perciò improvvisavo, e l'esperienza da documentario mi è servita molto per mantenere questa tensione.
Napoli è fuoricampo ma è molto presente. È anche il set di tutti i tuoi film.
È una realtà che conosco, non riesco a fare film dove non ho questa conoscenza. È anche una realtà che continua a interrogarmi, offrendo spunti per riflessioni più generali. Ho sempre voluto confrontarmi con persone che non hanno la mia stessa esperienza di Napoli, è molto importante per me vedere le loro reazioni. Altrimenti si rischia di cadere in un autocompiacimento che parla solo a sé stessi.
Tra queste persone c'è la montatrice, Carlotta Cristiani.
Carlotta ha fatto un lavoro incredibile soprattutto rispetto al problema di come gestire il tempo del film. Non si poteva ricalcare la sceneggiatura al montaggio, lei mi ha proposto di lavorare in sottrazione, con un ritmo a volte anche sincopato che non «chiude» ogni scena. Qui ho capito la differenza principale col documentario: nella finzione al montaggio si riscrive il film. Nel documentario le riflessioni messe giù prima di girare sono un po' il filo-rouge che ti permette di far funzionare l'istinto. Quando mi capitava di perdermi nel confronto con la realtà rileggevo il progetto di partenza. Qui è l'opposto, la scrittura deve essere messa da parte.
La macchina da presa oscilla continuamente tra Veronica e Salvatore. C'è un tuo punto di vista privilegiato?
La scommessa era proprio questo gioco alterno con tutti i suoi rischi. Il personaggio di Salvatore l'ho misurato sui miei ricordi di ragazzo, quello di Veronica somiglia a tanti personaggi femminili che ho filmato, donne che cercano di ribellarsi. Mi piacciono tutti e due, entrambi raccolgono quello che siamo noi. C'è chi vive in certi quartieri dove si conoscono tutti , e il peso del gruppo è molto forte. Quando ho traslocato dove abito adesso, in Via dei Tribunali, è stato difficile, venivo percepito come un elemento esterno. E in questi contesti si è obbligati continuamente con un atteggiamento mafiosetto, con le piccole ingiustizie a cui si puà rispondere con una rivolta, come Veronica, o in silenzio come Salvatore. La camorra è soprattutto la zona grigia di una mentalità in cui si viene sballottati da una cosa all'altra.
Infatti nell'«Intervallo» la violenza di questa condizione nasce proprio da questo: la camorra non è un gesto eclatante ma una condizione esistenziale, qualcosa che determina le scelte anche più intime, come il ragazzo con cui stare.
Ho incrociato tante volte la camorra filmando a Napoli, e spesso appunto più sotto forma di una mentalità, che è la cosa peggiore. Se si trattasse solo di una banda criminale, una volta arrestati i suoi componenti sarebbe tutto finito. Invece sono le condizioni economiche, il sostrato culturale che la determinano, e una certa condivisione di valori, l'appartenenza a quel mondo che la rendono forte.





• 