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la storia del sogno e della realtà
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Fuori concorso il film di Incalcaterra e Quattrini "El impenetrable", un confronto cinematografico con la realtà senza pregiudizio nel Paraguay di Lugo, stremato da decenni di dittatura
Cristina Piccino - 31.08.2012
Dal casellario stampa il «Buco» è scomparso, occultato da scuri che ne impediscono la vista dall'alto. Davanti al Casinò invece lo hanno coperto con un «lounge bar« bianco disseminato di cuscini e cocktail d'autore. Però il «buco» c'è, è lì bene evidente, e sono in tanti a scuotere la testa quando si nomina il Palazzo del cinema a venire: «Non lo faranno mai». Il fatto è che di soldi ce ne sono pochi, per scavare dove ora c'è l'amianto è stato speso molto, ripartire sarà difficile. Il «Buco» lo chiuderanno, racconta un po' sconsolato un abitante del Lido, ma cosa ci faranno sopra chissà...
Fuori concorso è passato il film più forte di questi due primi giorni (per chi è alla Mostra non perdetelo, oggi alle 14.30 Sala Perla), si chiama El Impenetrable, i registi sono Daniele Incalcaterra (Repubblica nostra, che prefigurava con lucida consapevolezza due decenni di berlusconismo) e Fausta Quattrini, lavorano insieme da molti anni e sono anche compagni nella vita. Incalcaterra è uno degli animatori degli Ateliers Varan, la scuola di creazione documentaria che forma nuove generazioni di registi nel mondo, per questo vive a Parigi, e in Argentina, come dice spesso è nato a Roma ma in Italia è rimasto poco. Un nomadismo il loro che è culturale e imposto da esigenze produttive, visti gli spazi sempre ridotti qui in Italia per un «cinema del reale» indocile e fuori formato. Infatti in questo magnifico film l'Italia è assente, Rai in testa.
El impenetrable è un terreno in Paraguay che Daniele e suo fratello Amerigo ricevono in eredità dal padre, ambasciatore in quel paese lo aveva comperato molti anni prima. Nessuno dei due ha intenzione di occuparsene, l'idea è di restituire la terra agli indios, ma arrivato sul posto Incalcaterra si scontra con una situazione molto più complicata, in cui quella fantasia iniziale appare ingenua e impossibile. Siamo nel Paraguay di Fernando Lugo, il vescovo di sinistra eletto presidente nel 2008, ma decenni di una dittatura come è stata quella di Stroessner non si possono cancellare. Oggi come ieri (pensiamo alle storie dei golpe latinoamericani legati alle politiche sul latifondo) in America latina la terra rimane il punto di scontro (e di controllo) politico e economico. Divenuto adesso globale. Sarebbe inaccettabile rispettare gli indios, non trivellare cercando petrolio, non disboscare migliaia e migliaia di ettari condannati alla desertificazione per le colture intensive di soia transgenica della multinazionali, Monsanto in testa, e del bestiame entrambi esportati in Cina. Lo stesso Lugo ha pagato il suo tentativo di ridefinire i rapporti della proprietà terriera, ed è stato dimesso con un impeachment qualche settimana fa. Il pretesto era la sicurezza del paese, la sostanza i poteri intoccabili delle multinazionali, che infatti hanno preferito il più consenziente vice di Lugo, Federico Franco.
El impenetrable declina una storia stratificata e secolare nella prima persona del regista - con la sua voce off - quasi un' «autofinzione» che sperimenta un possibile racconto della realtà. Perché è questa la sfida prima del film, la ricerca cioè di un confronto con un mondo insieme locale e globalizzato attraverso immagini libere da qualsiasi schematismo della realtà, dalla retorica del pauperismo, dell'informazione coatta, della violenza.
I passi ostinati di Incalcaterra dalla foresta (Quattrini è alla macchina) potente, su cui a volte indugia la macchina da presa, ma senza alcun esotismo, ai diversi uffici pubblici che svendono gli stessi titoli di proprietà a più persone - «secondo i titoli dei terreni il Paraguay dovrebbe essere molto più grande» commenta l'impiegato del catasto - tracciano con precisione il profilo di un paese , e percorrono l'universo dell'immaginario. Battaglia epica, quasi un Don Chisciotte di altri tempi, commedia dell'assurdo, con momenti di paradosso, come l'accesso sempre vietato da cancelli di altri proprietari , sicché per vedere le sue terre, e scoprire che appartengono anche a un altro, il regista deve usare un elicottero, western e film di avventura: El impenetrable penetra nel profondo del nostro tempo smascherandone paradossi e ripetizioni.. Le parole di Tranquillo Favero, il più potente proprietario terriero dell'Uruguay, e colui che circonda le terre del regista distruggendo la foresta per nutrire le vacche, esprimono con agghiacciante candore la logica del capitale: produrre a tutti i costi per essere all'altezza dei paesi del cosiddetto «primo mondo». Incalcaterra la sua terra, 5000 ettari, la vuole trasformare in una riserva naturale, la chiamerà Arcadia ... Come si fa a vincere questa battaglia? E come si trasforma in cinema?
Incalcaterra e Quattrini costruiscono pian piano la trama, la popolano di incontri, i giovani avvocati, l'ingegnere civile onesto, il giudice, le guardie armate di Favero - «perché tutti hanno un'arma», gli spiega paziente l'amico ornitologo - Victor, l'amico che si batte per i diritti civili degli indios, ognuno con la sua esperienza spostano, e interrogano al contempo, le nostre certezze.
Un'apertura che sorprende a ogni passaggio, e che soprattutto dichiara un confronto cinematografico con la realtà senza pregiudizio, in un corpo a corpo continuo e appassionante.
Fuori concorso è passato il film più forte di questi due primi giorni (per chi è alla Mostra non perdetelo, oggi alle 14.30 Sala Perla), si chiama El Impenetrable, i registi sono Daniele Incalcaterra (Repubblica nostra, che prefigurava con lucida consapevolezza due decenni di berlusconismo) e Fausta Quattrini, lavorano insieme da molti anni e sono anche compagni nella vita. Incalcaterra è uno degli animatori degli Ateliers Varan, la scuola di creazione documentaria che forma nuove generazioni di registi nel mondo, per questo vive a Parigi, e in Argentina, come dice spesso è nato a Roma ma in Italia è rimasto poco. Un nomadismo il loro che è culturale e imposto da esigenze produttive, visti gli spazi sempre ridotti qui in Italia per un «cinema del reale» indocile e fuori formato. Infatti in questo magnifico film l'Italia è assente, Rai in testa.
El impenetrable è un terreno in Paraguay che Daniele e suo fratello Amerigo ricevono in eredità dal padre, ambasciatore in quel paese lo aveva comperato molti anni prima. Nessuno dei due ha intenzione di occuparsene, l'idea è di restituire la terra agli indios, ma arrivato sul posto Incalcaterra si scontra con una situazione molto più complicata, in cui quella fantasia iniziale appare ingenua e impossibile. Siamo nel Paraguay di Fernando Lugo, il vescovo di sinistra eletto presidente nel 2008, ma decenni di una dittatura come è stata quella di Stroessner non si possono cancellare. Oggi come ieri (pensiamo alle storie dei golpe latinoamericani legati alle politiche sul latifondo) in America latina la terra rimane il punto di scontro (e di controllo) politico e economico. Divenuto adesso globale. Sarebbe inaccettabile rispettare gli indios, non trivellare cercando petrolio, non disboscare migliaia e migliaia di ettari condannati alla desertificazione per le colture intensive di soia transgenica della multinazionali, Monsanto in testa, e del bestiame entrambi esportati in Cina. Lo stesso Lugo ha pagato il suo tentativo di ridefinire i rapporti della proprietà terriera, ed è stato dimesso con un impeachment qualche settimana fa. Il pretesto era la sicurezza del paese, la sostanza i poteri intoccabili delle multinazionali, che infatti hanno preferito il più consenziente vice di Lugo, Federico Franco.
El impenetrable declina una storia stratificata e secolare nella prima persona del regista - con la sua voce off - quasi un' «autofinzione» che sperimenta un possibile racconto della realtà. Perché è questa la sfida prima del film, la ricerca cioè di un confronto con un mondo insieme locale e globalizzato attraverso immagini libere da qualsiasi schematismo della realtà, dalla retorica del pauperismo, dell'informazione coatta, della violenza.
I passi ostinati di Incalcaterra dalla foresta (Quattrini è alla macchina) potente, su cui a volte indugia la macchina da presa, ma senza alcun esotismo, ai diversi uffici pubblici che svendono gli stessi titoli di proprietà a più persone - «secondo i titoli dei terreni il Paraguay dovrebbe essere molto più grande» commenta l'impiegato del catasto - tracciano con precisione il profilo di un paese , e percorrono l'universo dell'immaginario. Battaglia epica, quasi un Don Chisciotte di altri tempi, commedia dell'assurdo, con momenti di paradosso, come l'accesso sempre vietato da cancelli di altri proprietari , sicché per vedere le sue terre, e scoprire che appartengono anche a un altro, il regista deve usare un elicottero, western e film di avventura: El impenetrable penetra nel profondo del nostro tempo smascherandone paradossi e ripetizioni.. Le parole di Tranquillo Favero, il più potente proprietario terriero dell'Uruguay, e colui che circonda le terre del regista distruggendo la foresta per nutrire le vacche, esprimono con agghiacciante candore la logica del capitale: produrre a tutti i costi per essere all'altezza dei paesi del cosiddetto «primo mondo». Incalcaterra la sua terra, 5000 ettari, la vuole trasformare in una riserva naturale, la chiamerà Arcadia ... Come si fa a vincere questa battaglia? E come si trasforma in cinema?
Incalcaterra e Quattrini costruiscono pian piano la trama, la popolano di incontri, i giovani avvocati, l'ingegnere civile onesto, il giudice, le guardie armate di Favero - «perché tutti hanno un'arma», gli spiega paziente l'amico ornitologo - Victor, l'amico che si batte per i diritti civili degli indios, ognuno con la sua esperienza spostano, e interrogano al contempo, le nostre certezze.
Un'apertura che sorprende a ogni passaggio, e che soprattutto dichiara un confronto cinematografico con la realtà senza pregiudizio, in un corpo a corpo continuo e appassionante.





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