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CINEMA - cultura, visioni
Alla Mostra di Venezia
trionfa la "pietas" orientale
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Roberto Silvestri
09.09.2012
Leone d'Oro al coreano Kim Ki-duk. Argento per la regia all'americano Paul Thomas Anderson con «The Master». Il cinema italiano a mani vuote. La delusione più grossa è per «Bella addormentata» di Bellocchio.

Roberto Silvestri - 09.09.2012
Venezia conferma la sua storica attrazione fatale levantina e orientalista. Il corto e il lungo vincenti hanno un retrogusto buddista. Una buona edizione della mostra consegna dunque il suo piccolo leone d'oro a Taiwan per Cho de di Yoo Min-Young e quello grande al cineasta sudcoreano Kim Ki-duk, 52 anni, per Pietà. 
Il presidente della giuria Michael Mann, nonostante le sue distrazioni automobilistiche (è un fan della Ferrari) non si è fatto distrarre. E ha premiato l' ex enfant terrible del cinema radicale e dello shock visuale insostenibile che, con l'età, alcune traumatiche esperienze di set e una crisi mistica che lo ha allontanato dal cinema per tre anni, ha intrapreso con questo film un affascinante itinerario di redenzione, quasi un 'on the road' spirituale di purificazione, una preghiera ruvida, alla Céline, rivolta a dio perché ci liberi dall'ossessione del denaro-diavolo. In tempi di crisi così devastante e senza uscita, chi riscuote violentemente, come il protagonista del suo film, i soldi per conto degli usurai, un duetto capitalisticamente prezioso e sincronizzato, difficilmente può e sa compiere la grande metamorfosi, quel salto morale in avanti. Scolpirne il tragitto, attraverso fulminanti immagini visuali e acustiche, verso la piètas, è stata la missione impossibile di Kim Ki-duk, apprezzata dalla giuria che ha preferito Pietas a The Master , il grande favorito e un grande film, pur premiato per la regia di Paul Thomas Anderson e per la straordinaria performance dei due attori protagonisti, che descrive, con immensa maestria proprio il tragitto opposto, dalla religione alla truffa, dalla spiritualità al mega conto in banca, passando per una deviazione 'orientaleggiante' del calvinismo e per la ferrea e famigerata disciplina squadrista delle sette. Il 'fondamentalismo spirituale' e quello economico, e soprattutto i legami sotterranei che collegano fede a opportunismo politico, sono il filo rosso di molti film della Mostra, e spiegano anche i premi all'austriaco Ulrich Seidl (specialista in provocazioni blasfeme e indigeste) e all'israeliana chassidica Rama Bursthein, per l'interpretazione 'a levare' di Hadas Yaron (ma era da Yentl di Barbra Streisand e da Kadosh di Gitai che il maschilismo ebreo-ortodosso non rialzava la testa...). L'amore, la compassione, la redenzione e il perdono (e in altri film 'l'arte') si contrappongono così al fanatismo, alla cecità, alla rigidità delle ortodossie di fede d'ogni risma e geografia, occidentale e orientale. Meglio però avere chiaro un orizzonte di scontro, come nella parabola anti-capitalista di Kim Ki-duk, da sempre beniamino del direttore Alberto Barbera (prima della lunga parentesi Mueller) che lasciare che 'i mille fiori e le mille scuole' discutano di ciò che non può essere materia di discussione, come accade invece nel film di Bellocchio La bella addormentata (premiato però per l'attor-giovane Fabrizio Falco, in coabitazione con È stato il figlio ). La Rai, con 19 film in mostra non sarà stata contenta. Completano il palmares dell'edizione 69, che festeggia l'ottantesimo anniversario, il premio 'tecnico' per la fotografia - che sa cogliere della mafia luci e ombre sottili e non troppo visibili a occhio nudo - di Daniele Ciprì e quello alla meticolosa sceneggiatura di Apres Mai che il regista Olivier Assayas ha chiamato 'un piccolo film autobiografico', un 'dopo la rivoluzione' intimo, sfocato, tenero ma a volte 'furioso' con chi meno se lo merita. Dal 1998 un film italiano non vince il Leone d'oro. Dal 1932 c'è la Mostra al Lido. Barbera e Baratta, i bibì vincenti di questa edizione, prometto in 4 anni di riportare il festival agli antichi splendori. Gerarchi riciclati, come negli anni 50 e 60 non ce ne sono più (il sessantotto fu costretto a cacciarli). Speriamo dunque che possano lavorare senza intralci e interruzioni. 13 miliardi di euro sono un basso costo per un festival di livello A. E la mezza copertura del buco d'amianto e una più razionale scelta ridimensionatrice del programma sono un ottimo segno. Anche se qualcuno ha preso la comodità di accesso alle proiezioni per vuoti e insuccesso di pubblico. 70 film replicati e proposti in più sale certo non sono mossa furba come offrire 150 film, programmarli una sola volta (e con la sala stipatissima) e vantarsi dello straordinario successo. Il camping c'era. Certi prezzi attorno al Palazzo sono stati contenuti. Il doppio dei 70 film presentati quest'anno sarebbero stati film di alto livello, secondo Barbera. Se ci sarà presto la stessa capienza posti di Cannes (5500) ritoccando il Casinò e quel che si può ritoccare del Palazzo del cinema, si potrebbe parlare di rinascimento al Lido. Sempre che il Lido non si faccia sfuggire una seconda volta la grande opportunità di offrire al mondo un pezzo incantevole e non cementificato di Venezia.
 
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