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VENEZIA 69 - visioni
Le avventure dei filibustieri
nei vicoli di Taranto
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Cristina Piccino
11.09.2012
"Cinema corsaro" è stato il solo spazio indipendente di Venezia 69 aperto a un progetto di ricerca e sperimentale sull'universo di Salgari. Una scommessa con Maderna, Santini, Cioni, De Bernardi

Cristina Piccino - 11.09.2012
 
C'è qualcosa di avventuroso nell'idea di proiettare dei film sul Lido, durante la Mostra ma al di fuori di essa, su uno schermo all'aperto alzato di fronte al mare. «Cinema corsaro» si chiamava la sezione indipendente che ha sfidato le intemperie, e il clamore mediatico per una settimana. Un nome che in sé evoca mondi lontani e trasognati, ma anche un sentimento di indipendenza e il desiderio di spingersi in territori sconosciuti. Corsaro, poi, rimanda ai film che ne sono stati il nucleo, tutti e tre ispirati al mondo di Emilio Salgari, e in particolare al suo Jolanda la figlia del corsaro nero. I registi che li hanno realizzati, Mauro Santini, Giovanni Maderna, Tonino De Bernardi, Giovanni Cioni sono «corsari» del cinema, che compiono da anni, con le loro immagini delle incursioni magnifiche e destabilizzanti di ogni codice e sistema. 
Anche per questo la sezione Corsara è stata il solo spazio della Mostra aperto a un'idea - e un progetto - di cinema indipendente, di ricerca, indocile, sensuale, mix audace di suggestioni, desideri, incontri e racconti. Iolanda tra bimba e corsara di Tonino De Bernardi, Gli intrepidi di Giovanni Cioni, Carmela salvata dai filibustieri di Giovanni Maderna e Mauro Santini, interpretano con scanzonata allegria il mondo salgariano, le sue avventure esotiche e quella mitologia di un altrove da romanzo di appendice che lo scrittore (morto 150 anni fa) ha inventato senza mai allontanarsi da casa propria, a Torino, in un'incessante produzione imposta dalle esigenze dei suo committenti.
E insieme ne fanno il «pretesto» per un fare-cinema che forza i suoi confini, anch'esso irrequieto e rivolto con gli occhi e col cuore a un movimento che ne mette in discussione qualsiasi certezza.
Carmela salvata dai filibustieri (parleremo di questo perché visibile nella rassegna «Venezia a Roma» il prossimo lunedì), riscrive gli eroi di Salgari nei vicoli stretti della città vecchia di Taranto. È lì che gli avventurieri e i due tipi di «bravacci» della storia, Carmeux e Wan Stiller si incarnano nei pescatori Sussò e Mimmo, e l'orizzonte fiabesco dei mari lontani appare sul filo di un'alba rossa al mercato del pesce. Morgan è un'anziana signora di novant'anni, la mamma di Mimmo e di Sussò, in sogno ci dice col suo dialetto strettissimo, le appare continuamente una ragazza col codino bruna, le chiede aiuto ma lei non la conosce. Chi sarà mai questa donna, cosa vuole da lei? Seduti in cuicna la madre e i figli evocano altri fantasmi che si rincorrono nel lessico quotidiano: il padre dei due uomini, suo marito, morto tanti anni prima e Guarino, buonanima ... «Io non posso fare niente» dice la donna, i figli ci provano a cercare le tracce di questa misteriosa Carmela, Jolanda, in città, sopra e sotto, nelle stradine e nei cunicoli dove anni prima si nascondevano i contrabbandieri di sigarette, tra le cartacce e le siringhe gettate via in un angolo, e nelle vecchie prigioni, che fanno tornare alla mente il padre prigioniero in Russia, le tante storie narrate dalla madre che «ti fa sempre commuovere ...».
Jolanda ha gli occhi scuri, e l'aria pensosa, il Conte di Medina fuma sul letto di una casetta e il ragazzino chiede i soldi per le scarpe.
Il mito del romanzesco si confonde, e si fonde, con un presente di chi vive un'«avventura» quotidiana tra le barchette della pesca che tirano su le cozze a grappoli, e i ragazzini che si tuffano giù nell'acqua del porto. I pirati appaiono nelle visioni notturne di un bimbo, e il galeone diventa le grosse navi da commercio di oggi. 
Come in un gioco infantile, la battaglia è lo scoppio dei fuochi d'artificio, sono altre leggende di altri mari, le memorie dei marinai che dividono il caciocavallo e ricordano i viaggi in Giappone, in America, in Africa, in Grecia: nuovi porti, Genova, infiniti incontri. «Partì povero, tornò nudo» è la legge del mare ridono questi «filibustieri». La realtà sono i banchi del pesce che si montano al'alba, i cani che gironzolano e guardano in macchina, le case rosse con le mura scrostate che sanno di sale.
Santini e Maderna si immergono nei luoghi, un corpo a corpo rispettoso e appasionato che rompe le convenzioni narrative e dei generi. Documentario/finzione è una dicotomia che non esiste in questo cinema concreto, fatto di facce in primo piano, silenzi e parole, la cui cifra leggendaria sta nel gesto quotidiano. I suoi protagonisti sono come quel bimbo che mormora nel sonno i nomi dei pirati, e i registi insieme a lui distillano il reale in un'altra dimensione. È la sostanza scoperta del cinema che qui affiora, la sua potenza che è, appunto, questo cambiare il segno delle cose lasciandone intatta una profonda verità. Siamo in un cinema indipendente, produttivamente, Maderna e Santini hanno anche fotografato, montato, fatto il suono in presa diretta, ma questa dimensione è anche la cifra poetica di un'intimità bella e appassionante. La luce, le persone, il loro essere dentro e fuori dal tempo, in una dimensione remota, il mito, e insieme tenacemente reale.
I capitoli salgariani che scandiscono la narrazione, col respiro di un'improvvisazione costante, svelano il rispecchiamento, e insieme ci fanno cambiare direzione. In un quasi finale, omaggio ai mondi di Raul Ruiz appare Carmela/Jolanda in abito bianco: il cinema è un gesto resistente d'amore.
 
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