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ENERGIA
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Basta centrali. Il Giappone
fa sul serio e diventa no nuke
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Il premier Yoshihiko Noda annuncia la decisione, inimmaginabile fino a qualche tempo fa, di uscire definitivamente dal nucleare entro il 2030. Nel frattempo il governo bloccherà le nuove centrali in costruzione .
Pio D'Emilia - 15.09.2012
Il dado è tratto. La vorace lobby nucleare mondiale perde un altro pezzo. Un pezzo da novanta: il Giappone. Dopo un anno e mezzo di tentennamenti, annunci e smentite, improvvise accelerazioni e sagge ritirate, e grazie a una pressione popolare che continua a crescere e che avrebbe fatto pagare duramente, alle oramai imminenti elezioni, l'irresponsabile cocciutaggine del partito democratico attualmente al governo, il premier Yoshihiko Noda ha annunciato ieri la decisione di uscire definitivamente dal nucleare entro il 2030. Nel frattempo, stop alla costruzione di nuove centrali, decommissionamento progressivo dei reattori con più di 40 anni di età e cauta riattivazione - dopo rigorosi controlli - di quelli ancora agibili. E il governo spingerà - con lauti incentivi e sgravi fiscali - le rinnovabili, portandone la percentuali di utilizzo dall'attuale 1% al 20%, entro la stessa data.
Non è molto, non è tutto e soprattutto non è subito. Ma è qualcosa. Qualcosa, a dire il vero, di inimmaginabile fino a qualche tempo fa. Il Giappone, per una serie di circostanze che hanno a che fare con la sovranità limitata subita nel dopoguerra (e per certi aspetti ancora in corso), la voracità delle sue industrie e la corruzione della sua classe politica, è stata la prima grande nazione (mentre forse avrebbe dovuto essere l'ultima) che dopo la guerra ha puntato (o è stata costretta a puntare) sul nucleare.
Nonostante l'orrenda esperienza di Hiroshima e Nagasaki e altri, meno noti incidenti (in particolare quello del peschereccio Daigo Fukuryu-maru, colpito dalle radiazioni emanate dagli esperimenti nucleari nell'atollo di Bikini nel 1954) il Giappone ha costruito centrali su centrali, spesso in zone dove non si dovrebbero costruire nemmeno case (parliamo di zone ad alto rischio sismico) sino a diventare, dopo gli Stati Uniti e la Francia, il terzo produttore di energia nucleare.
I 53 reattori in attività prima della catastrofe di Fukushima producevano non solo il 30% circa del fabbisogno nazionale di energia elettrica, ma anche enormi profitti per le nove compagnie elettriche, che a loro volta distribuivano lauti dividendi agli azionisti e enormi mazzette ai politici nazionali e soprattutto locali. E infatti, nonostante l'obiettiva pericolosità, i moniti dei tecnici e degli scienziati «indipendenti», c'era la fila, tra gli amministratori locali, per assicurarsi l'onore di ospitare nuove centrali. Entro il 2020 dovevano sorgerne altre 20, e la produzione doveva aumentare sino a coprire il 50% del fabbisogno. Una manna, per il «villaggio» più ricco, cinico e corrotto del mondo. Una condanna all'incubo perpetuo, per il popolo giapponese.
Puff. Il sogno è finito. Anche se per ora l'incubo resta.
E infatti, più che il movimento antinucleare - che insiste per l'abbandono immediato e comunque per il blocco delle riattivazioni anche temporanee - a protestare ed affilare le armi (in Giappone siamo già in campagna elettorale, e miliardi di yen sono pronti per finanziare i politici fedeli, non importa di quale partito) sono soprattutto i «padroni del vapore» nucleare - con in testa la Tepco, nazionalizzata ma non ancora «epurata» - e, più in generale, i grandi imprenditori. Ma la battaglia sembra perduta: oltre l'80% dei giapponesi si dichiara oramai contrario al nucleare e in Parlamento c'è un netta maggioranza favorevole all'uscita, anche più veloce di quella annunciata.
«Certo abbiamo dovuto fare un compromesso, e 18 anni possono sembrare eccessivi - ci dice Naoto Kan, l'ex premier che durante la crisi ha cercato di salvare il salvabile e che dopo essere stato costretto a dimettersi ha lavorato incessantemente per raggiungere l'obiettivo che si era posto, l'uscita dal nucleare - ma era importante affermare il principio. Basta con il nucleare. Il resto verrà da sé. Saranno i nostri stessi imprenditori che, terminata l'incertezza, capiranno che bisognerà investire sulle rinnovabili. Mantenere in vita un settore destinato a morire non conviene a nessuno».
E che il governo faccia sul serio oramai non c'è dubbio. Al ministero dell'economia e dell'industria stanno già lavorando a due proposte di legge fondamentali: quella che regolamenta incentivi, sgravi e feed-in (l'obbligo per le compagnie elettriche di acquistare a prezzi garantiti l'energia prodotta dai privati) e quella, difficile quanto indispensabile, che consentirà la «sepoltura» delle scorie. Non sarà facile, ma sarà necessario, per scrivere la parola fine sul nucleare giapponese.
Ma in questa per certi versi storica decisione c'è anche un altro aspetto che non va sottovalutato e che va invece salutato con soddisfazione. L'abbandono del nucleare significa spazzar via anche ogni velleità di utilizzo militare di una tecnologia notoriamente double face . Non che esista, nel Giappone di oggi, una reale minaccia - nonostante le ricorrenti voci di una potenzialità oramai di fatto acquisita - ma va da sé che smettendo di sfrugugliare con gli atomi a scopo pacifico, si evita ogni rischio di alzare il tiro.
Nonostante l'orrenda esperienza di Hiroshima e Nagasaki e altri, meno noti incidenti (in particolare quello del peschereccio Daigo Fukuryu-maru, colpito dalle radiazioni emanate dagli esperimenti nucleari nell'atollo di Bikini nel 1954) il Giappone ha costruito centrali su centrali, spesso in zone dove non si dovrebbero costruire nemmeno case (parliamo di zone ad alto rischio sismico) sino a diventare, dopo gli Stati Uniti e la Francia, il terzo produttore di energia nucleare.
I 53 reattori in attività prima della catastrofe di Fukushima producevano non solo il 30% circa del fabbisogno nazionale di energia elettrica, ma anche enormi profitti per le nove compagnie elettriche, che a loro volta distribuivano lauti dividendi agli azionisti e enormi mazzette ai politici nazionali e soprattutto locali. E infatti, nonostante l'obiettiva pericolosità, i moniti dei tecnici e degli scienziati «indipendenti», c'era la fila, tra gli amministratori locali, per assicurarsi l'onore di ospitare nuove centrali. Entro il 2020 dovevano sorgerne altre 20, e la produzione doveva aumentare sino a coprire il 50% del fabbisogno. Una manna, per il «villaggio» più ricco, cinico e corrotto del mondo. Una condanna all'incubo perpetuo, per il popolo giapponese.
Puff. Il sogno è finito. Anche se per ora l'incubo resta.
E infatti, più che il movimento antinucleare - che insiste per l'abbandono immediato e comunque per il blocco delle riattivazioni anche temporanee - a protestare ed affilare le armi (in Giappone siamo già in campagna elettorale, e miliardi di yen sono pronti per finanziare i politici fedeli, non importa di quale partito) sono soprattutto i «padroni del vapore» nucleare - con in testa la Tepco, nazionalizzata ma non ancora «epurata» - e, più in generale, i grandi imprenditori. Ma la battaglia sembra perduta: oltre l'80% dei giapponesi si dichiara oramai contrario al nucleare e in Parlamento c'è un netta maggioranza favorevole all'uscita, anche più veloce di quella annunciata.
«Certo abbiamo dovuto fare un compromesso, e 18 anni possono sembrare eccessivi - ci dice Naoto Kan, l'ex premier che durante la crisi ha cercato di salvare il salvabile e che dopo essere stato costretto a dimettersi ha lavorato incessantemente per raggiungere l'obiettivo che si era posto, l'uscita dal nucleare - ma era importante affermare il principio. Basta con il nucleare. Il resto verrà da sé. Saranno i nostri stessi imprenditori che, terminata l'incertezza, capiranno che bisognerà investire sulle rinnovabili. Mantenere in vita un settore destinato a morire non conviene a nessuno».
E che il governo faccia sul serio oramai non c'è dubbio. Al ministero dell'economia e dell'industria stanno già lavorando a due proposte di legge fondamentali: quella che regolamenta incentivi, sgravi e feed-in (l'obbligo per le compagnie elettriche di acquistare a prezzi garantiti l'energia prodotta dai privati) e quella, difficile quanto indispensabile, che consentirà la «sepoltura» delle scorie. Non sarà facile, ma sarà necessario, per scrivere la parola fine sul nucleare giapponese.
Ma in questa per certi versi storica decisione c'è anche un altro aspetto che non va sottovalutato e che va invece salutato con soddisfazione. L'abbandono del nucleare significa spazzar via anche ogni velleità di utilizzo militare di una tecnologia notoriamente double face . Non che esista, nel Giappone di oggi, una reale minaccia - nonostante le ricorrenti voci di una potenzialità oramai di fatto acquisita - ma va da sé che smettendo di sfrugugliare con gli atomi a scopo pacifico, si evita ogni rischio di alzare il tiro.





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