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capitale&lavoro
Quelli del Sì: "Marchionne,
non ci fidiamo più"
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A Pomigliano come altrove, dopo la cancellazione di Fabbrica Italia, chi aveva creduto alle promesse della Fiat ora straccia la tessera del sindacato. Dappertutto, dominano sfiducia e timori per il futuro
Francesca Pilla - 15.09.2012
Dentro di sé, lo sapevano tutti a Pomigliano, anche quelli che hanno votato sì. Il referendum di tre anni fa era solo una atto di prepotenza, nulla di scritto garantiva che Sergio Marchionne avrebbe mantenuto le promesse, compresa quella che tutti i 5mila operai della fabbrica campana sarebbero stati reintegrati. Così ieri mattina, davanti ai banchetti preposti per compilare i moduli di iscrizione alle Rsu, diversi operai si sono sfogati. C'è chi ha rifiutato la tessera anche se aveva votato a favore nel referendum promosso dall'azienda: «No, grazie - ha detto un metalmeccanico che preferisce restare nell'anonimato - Marchionne ci prende in giro ed i sindacati non ci tutelano. Non voglio iscrivermi più a nessun sindacato. Ci dicono che qui a Pomigliano non ci saranno problemi, ma io non mi fido».
I timori sono gli stessi da nord a sud e anche a Melfi, nello stabilimento modello della Basilicata, monta rabbia e preoccupazione. «Non ho mai creduto in quel progetto e non mi stupisco più di tanto delle ultime dichiarazioni - ha detto Mimmo De Stradis, operaio potentino - purtroppo siamo stati presi per i fondelli fin dall'inizio. Per via della cassa integrazione, le perdite in busta paga ogni mese sono pesantissime: nel mio caso arrivo a percepire anche 600 euro in meno, ma non ho nemmeno la certezza di quel poco che possiedo ora». Spostandosi in Piemonte, nello storico stabilimento di Mirafiori, il clima non migliora: «La fabbrica dà un senso di abbandono, non c'è niente che dia il segno di un futuro - spiega Rosa Carlino, da 33 anni in Fiat - i diritti ce li hanno tolti subito, il lavoro è rimasto un miraggio». E Luigi Tarasco, tuta blu dal 1987, aggiunge: «Circola la voce che anche l'Alfa Romeo Mito possa essere spostata altrove, è il segno dell'incertezza e della paura».
Tutto questo accade il giorno seguente che Marchionne ha finalmente detto la verità: il piano Fabbrica Italia - 20 miliardi investimenti - è superato, a ottobre ci sarà un nuovo piano industriale e non c'è bisogno di essere troppo arguti per intuire che qualche altro stabilimento verrà sacrificato. Per il momento qui al «Giambattista Vico» si sono beccati altra cassa integrazione, dal 24 al 28 settembre e dall'1 al 5 ottobre, ma cosa accadrà dopo assomiglia a una roulette russa. L'unico dato certo di Pomigliano è che in fabbrica il diritto di sciopero è stato fortemente ridotto, sono state cancellate le pause e la possibilità di andare al bagno; ora se ne rendono conto anche gli iscritti a quei sindacati (tutti, tranne Fiom e Slai Cobas) che hanno firmato l'accordo.
Bonanni, segretario della Cisl fortemente a favore, ora evoca Lazzaro: «Spero che il mercato si rianimi». La Fiom e la Cgil, come Vendola Bersani e Di Pietro, chiedono che il governo intervenga e convochi i vertici del gruppo. Il ministro del lavoro Fornero aveva parlato di un incontro con Marchionne per agosto, non pervenuto. Il ministro per lo Sviluppo Passera si è limitato a dire: «Chiederemo chiarimenti», le stesse parole usate il mese scorso a Rimini davanti alla platea di Cl. Per il sottosegretario all'economia Polillo, il dietro front su Fabbrica Italia è stato un «fulmine a ciel sereno», ma nulla di più: «Aspettiamo di saperne di più ed eventualmente ci sarà poi un confronto». Con i lavoratori si schiera (a sorpresa ma non troppo visti i dissapori in Rcs) l'imprenditore del lusso Della Valle: «Sbagliano i vertici Fiat, furbetti cosmopoliti».
I timori sono gli stessi da nord a sud e anche a Melfi, nello stabilimento modello della Basilicata, monta rabbia e preoccupazione. «Non ho mai creduto in quel progetto e non mi stupisco più di tanto delle ultime dichiarazioni - ha detto Mimmo De Stradis, operaio potentino - purtroppo siamo stati presi per i fondelli fin dall'inizio. Per via della cassa integrazione, le perdite in busta paga ogni mese sono pesantissime: nel mio caso arrivo a percepire anche 600 euro in meno, ma non ho nemmeno la certezza di quel poco che possiedo ora». Spostandosi in Piemonte, nello storico stabilimento di Mirafiori, il clima non migliora: «La fabbrica dà un senso di abbandono, non c'è niente che dia il segno di un futuro - spiega Rosa Carlino, da 33 anni in Fiat - i diritti ce li hanno tolti subito, il lavoro è rimasto un miraggio». E Luigi Tarasco, tuta blu dal 1987, aggiunge: «Circola la voce che anche l'Alfa Romeo Mito possa essere spostata altrove, è il segno dell'incertezza e della paura».
Tutto questo accade il giorno seguente che Marchionne ha finalmente detto la verità: il piano Fabbrica Italia - 20 miliardi investimenti - è superato, a ottobre ci sarà un nuovo piano industriale e non c'è bisogno di essere troppo arguti per intuire che qualche altro stabilimento verrà sacrificato. Per il momento qui al «Giambattista Vico» si sono beccati altra cassa integrazione, dal 24 al 28 settembre e dall'1 al 5 ottobre, ma cosa accadrà dopo assomiglia a una roulette russa. L'unico dato certo di Pomigliano è che in fabbrica il diritto di sciopero è stato fortemente ridotto, sono state cancellate le pause e la possibilità di andare al bagno; ora se ne rendono conto anche gli iscritti a quei sindacati (tutti, tranne Fiom e Slai Cobas) che hanno firmato l'accordo.
Bonanni, segretario della Cisl fortemente a favore, ora evoca Lazzaro: «Spero che il mercato si rianimi». La Fiom e la Cgil, come Vendola Bersani e Di Pietro, chiedono che il governo intervenga e convochi i vertici del gruppo. Il ministro del lavoro Fornero aveva parlato di un incontro con Marchionne per agosto, non pervenuto. Il ministro per lo Sviluppo Passera si è limitato a dire: «Chiederemo chiarimenti», le stesse parole usate il mese scorso a Rimini davanti alla platea di Cl. Per il sottosegretario all'economia Polillo, il dietro front su Fabbrica Italia è stato un «fulmine a ciel sereno», ma nulla di più: «Aspettiamo di saperne di più ed eventualmente ci sarà poi un confronto». Con i lavoratori si schiera (a sorpresa ma non troppo visti i dissapori in Rcs) l'imprenditore del lusso Della Valle: «Sbagliano i vertici Fiat, furbetti cosmopoliti».




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