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TEATRO
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visioni
Antigone ed Eduardo
due mondi in dissonanza
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Valeria Parrella e Enzo Moscato. Due drammaturgie contemporanee per evocare nel presente due miti del teatro: per ritrovare l'eco di una voce che non ha smesso di interrogarci. Al Napoli teatro festival
GIANNI MANZELLA - 29.09.2012
Antigone e Eduardo. Valeria Parrella e Enzo Moscato. Due drammaturgie contemporanee per evocare nel presente due miti del teatro: per ritrovare l'eco di una voce che non ha smesso di interrogarci, si vorrebbe poter dire. Finiscono infatti qui i punti di contatto fra i due dissonanti spettacoli presentati dal Napoli teatro festival, in una sessione autunnale che sembra privilegiare uno sguardo autoriflessivo, sulla città e la sua cultura, i suoi splendori e le sue miserie, piuttosto che confrontarsi col diverso e il lontano. E non è un caso allora che questi due spettacoli, l'Antigone di Parrella e Tà-kài-tà, come Enzo Moscato ha titolato la sua funzione eduardiana, ci appaiano distanti anche per i diversi pubblici che affollavano il Mercadante e il rinnovato Teatro nuovo.
Avvolta in un manto rosso, l'Antigone di Gaia Aprea viene giù volando, come Giulia Lazzarini in una lontana Tempesta strehleriana. Ma è questo l'unico movimento scenico concesso dalla regia di Luca De Fusco, che immobilizza gli interpreti nel buio del contenitore scenico, spesso però proiettando i loro volti ingranditi per renderli visibili anche ai più distanti. Una insistente colonna sonora sottolinea le parole che scambiano senza ascoltarsi, chiusi come sono in quel bozzolo nero che sembra voler amplificare la matrice letteraria, invece che teatrale, del testo.
Se togliamo Creonte ad Antigone, se cioè ne facciamo non un interlocutore reale ma una figura astratta, la personificazione di una legge arbitraria e dunque tirannica, viene meno la possibilità stessa del tragico. E un poco mette in sospetto che il gesto di dar sepoltura al fratello si attualizzi nello staccare una flebo o un respiratore da un corpo ridotto a vita vegetativa. Questa Antigone che invita a non confondere giustizia e verità, che esalta per ciò la ribellione individuale contro le leggi che la città si è data, temiamo non sia lontana da certe paladine americane del Tea party, insomma dalla destra più reazionaria.
Il teatro nasce dal teatro, dice Moscato a un certo punto del suo spettacolo. E sembra una dichiarazione di intenti scenici o la rivendicazione di un posizionamento necessario per l'artista di teatro che il Novecento ci ha consegnato. Anche se è Eduardo che evocato parla, è difficile non sentire la voce dell'attore che qui e ora intraprende il suo viaggio fra i morti. Tà-kài-tà, questo e quello nel greco del liceo, è una cerimonia che si svolge intorno a una cassa posta proprio al centro della scena. Due sedie ai lati, due leggiì. Un fondale dipinto, emblema di quel grado zero della teatralità verso cui spingono le creazioni di Moscato. Ma quanto teatro c'è in questo rifiuto dell'interpretazione, in questa volontà di far coincidere corpo e parola, in questa misura del gesto, tic tac, che forse vien proprio da Eduardo. Altro che messinscena o allestimento. Basta uno sguardo della stupenda Isa Danieli che con lui divide questa avventura.
Il viaggio attraversa la vita del grande artefice napoletano senza raccontarla, incrocia la morte di Pasolini e quella del padre Scarpetta, sfoggia gli occhiali scuri di una vecchiaia che la scena aveva già anticipato, canta e balla canzoni d'altri tempi, si spinge di nascosto a guardare il mare di Napoli e la sua infinita moritudine grottesca, fa risuonare le parole di Filumena Marturano mentre si illumina l'altarino della Madonna delle rose. Per tornare là da dove non ci si era mai allontanati. Al dolore che si libera quando si scopre l'urna di cristallo che racchiude una bambina troppo presto morta. Prima di riunirsi a lei e al poeta assassinato.
Avvolta in un manto rosso, l'Antigone di Gaia Aprea viene giù volando, come Giulia Lazzarini in una lontana Tempesta strehleriana. Ma è questo l'unico movimento scenico concesso dalla regia di Luca De Fusco, che immobilizza gli interpreti nel buio del contenitore scenico, spesso però proiettando i loro volti ingranditi per renderli visibili anche ai più distanti. Una insistente colonna sonora sottolinea le parole che scambiano senza ascoltarsi, chiusi come sono in quel bozzolo nero che sembra voler amplificare la matrice letteraria, invece che teatrale, del testo.
Se togliamo Creonte ad Antigone, se cioè ne facciamo non un interlocutore reale ma una figura astratta, la personificazione di una legge arbitraria e dunque tirannica, viene meno la possibilità stessa del tragico. E un poco mette in sospetto che il gesto di dar sepoltura al fratello si attualizzi nello staccare una flebo o un respiratore da un corpo ridotto a vita vegetativa. Questa Antigone che invita a non confondere giustizia e verità, che esalta per ciò la ribellione individuale contro le leggi che la città si è data, temiamo non sia lontana da certe paladine americane del Tea party, insomma dalla destra più reazionaria.
Il teatro nasce dal teatro, dice Moscato a un certo punto del suo spettacolo. E sembra una dichiarazione di intenti scenici o la rivendicazione di un posizionamento necessario per l'artista di teatro che il Novecento ci ha consegnato. Anche se è Eduardo che evocato parla, è difficile non sentire la voce dell'attore che qui e ora intraprende il suo viaggio fra i morti. Tà-kài-tà, questo e quello nel greco del liceo, è una cerimonia che si svolge intorno a una cassa posta proprio al centro della scena. Due sedie ai lati, due leggiì. Un fondale dipinto, emblema di quel grado zero della teatralità verso cui spingono le creazioni di Moscato. Ma quanto teatro c'è in questo rifiuto dell'interpretazione, in questa volontà di far coincidere corpo e parola, in questa misura del gesto, tic tac, che forse vien proprio da Eduardo. Altro che messinscena o allestimento. Basta uno sguardo della stupenda Isa Danieli che con lui divide questa avventura.
Il viaggio attraversa la vita del grande artefice napoletano senza raccontarla, incrocia la morte di Pasolini e quella del padre Scarpetta, sfoggia gli occhiali scuri di una vecchiaia che la scena aveva già anticipato, canta e balla canzoni d'altri tempi, si spinge di nascosto a guardare il mare di Napoli e la sua infinita moritudine grottesca, fa risuonare le parole di Filumena Marturano mentre si illumina l'altarino della Madonna delle rose. Per tornare là da dove non ci si era mai allontanati. Al dolore che si libera quando si scopre l'urna di cristallo che racchiude una bambina troppo presto morta. Prima di riunirsi a lei e al poeta assassinato.





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