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STRAGI NAZISTE - mondo, italia, media
Un'offesa alla giustizia
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Franco Giustolisi* - 02.10.2012
Franco Giustolisi*
02.10.2012
La procura di Stoccarda sapete cosa ha fatto? Si è presa la briga di assolvere gli assassini di 560 nostri concittadini, gente normale, non partigiani, uccisi il 12 agosto del 1944 a Sant'Anna di Stazzema, borgata solitaria sulle Alpi Apuane. Tra loro anche Anna Pardini che aveva sì e no un paio di settimane di vita. Solo in Toscana, la regione più colpita, le località prese d'assalto dai nazifascisti furono 83. L'altro ieri, sabato, ho scoperto che sono per lo meno 84, perché anche l'eccidio del Mulinaccio, ad Arezzo, non era compreso, come tanti altri del resto, per quello che ho definito l'armadio della vergogna. In quell'armadio, nascosto nella sede della procura generale militare di Roma in via dell'Acqua sparta, ricordo, per chi ancora non lo sa, che erano custoditi, o meglio, seppelliti, i fascicoli delle stragi commesse in Italia dai nazifascisti: oltre 600, in 415 dei quali c'erano già i nomi degli autori dei misfatti. La Germania si doveva riarmare in funzione anti Urss, e c'era da proteggere la masnada dei generali fascisti, i Roatta, i Robotti, i Pirzio Biroli che nei territori invasi dal duce, che cercava terra al sole, questi generaloni avevano fatto concorrenza alle SS o, meglio, gli avevano insegnato il mestiere. Diceva Roatta ai suoi: «Non dovete rispondere con il criterio di dente per dente bensì testa per dente». Del resto lui fece uccidere, su mandato di Mussolini, i fratelli Rosselli a Bagnoles de l'Orne in Francia. E Robotti si lamentava: «qui ne ammazziamo troppo pochi». Il governo guidato da Alcide De Gasperi, dopo che comunisti, socialisti e azionisti furono gentilmente messi alla porta dell'esecutivo, decise di nascondere quel passato di sangue e ordinò ai magistrati militari il silenzio. Circa mezzo secolo dopo quell'armadio fu casualmente scoperto, o forse non tanto casualmente, e i magistrati militari che dal 1982 sono stati equiparati ai colleghi della giustizia ordinaria cominciarono le inchieste, lunghe, difficilissime, peggio che ricomporre un mosaico con tanti pezzi sbrindellati. Furono fatti molti processi, tutti alla presenza di funzionari dell'ambasciata tedesca, quasi tutti con avvocati d'ufficio. Fioccarono le prime condanne (nonché molte assoluzioni). Nel febbraio del 2010 gli ergastoli comminati furono 21, ma nonostante che tutte le procedure fossero state puntualmente eseguite, questi ergastolani sono rimasti in libertà. E contraddizione colossale, il destino dei condannati è rimasto perfettamente uguale a quello di coloro che sono stati assolti. Il procuratore generale militare presso la corte d'Appello, Fabrizi, proprio nel febbraio del 2010 si rivolse, allora, pubblicamente, al ministro della difesa, La Russa, ma non ebbe risposta. L'anno successivo il procuratore fece lo stesso appello, questa volta avendo come destinatario il ministro della giustizia, l'attuale segretario del Pdl Alfano. Idem come sopra. Credete che la grande stampa o anche la media e la piccola tranne minime eccezioni sia intervenuta? Magari. Silenzio, ancora silenzio, sempre silenzio. Lo stesso comportamento delle associazioni, delle istituzioni, dei partiti. Quando dico istituzioni mi riferiscono in particolare all'Anpi nazionale che ebbe il coraggio di annullare una votazione plebiscitaria (300 presenti, 300 sì) su questi temi. Il motivo non lo conosco, tant'è che ho mutato il concetto: non più l'armadio della vergogna bensì il mistero dell'armadio. Ora, dico oggi, tutti si sono svegliati per questa sentenza di Stoccarda mentre il silenzio dell'Italia corrisponde all'azione della Germania. Un procuratore tedesco, mi sembra di Monaco, ha sostenuto tempo fa la legittimità di questi delitti - sto parlando di Cefalonia il cui fascicolo era contenuto insieme agli altri in quell'armadio - perché gli «italiani erano traditori» perché avevamo un dittatore in casa e perché la guerra finì quando lui fu fatto fuori. Espresse lo stesso concetto il sottotenente Mulhauser, uno di coloro che comandò i plotoni di esecuzione alla Casetta rossa, dove furono massacrati gli ufficiali della Divisione Acqui, rei di non aver immediatamente consegnato le armi ai nazisti. Marcella De Negri, figlia del capitano Francesco De Negri, barbaramente ucciso insieme a migliaia di nostri militari, a sue spese, senza l'appoggio di nessuno si è presentata in Germania più volte, come parte civile, ma le hanno dato sempre torto, sostenendo persino che quei crimini non erano stati particolarmente feroci. Eppure a Norimberga il pubblico accusatore, il generale Telford Taylor, disse che si trattava «dei peggiori delitti di tutte le guerre moderne». Venerdì 5 al tribunale militare di viale delle Milizie, in Roma, si terrà l'udienza di convalida per un altro di quegli assassini. Che il popolo intervenga per comunicare la solidarietà a coloro che, come disse il presidente Ciampi, sono i simboli della nuova Italia. Ma anche il governo tecnico, dopo quello a guida Berlusconi, non ha cambiato tattica o strategia, fate voi. Ai primi di giugno, a seguito di un dibattito tenutosi al Teatro dei Servi, in Roma, tutti i senatori del Pd, primo firmatario Felice Casson già Pm a Venezia, hanno rivolto un'interrogazione ai ministri della giustizia, esteri e della difesa per un loro intervento a tutela della giustizia. Se non c'è esecutività delle pene, non c'è giustizia. E se non c'è giustizia non c'è democrazia. Martin Shulz, presidente del parlamento europeo, ha fatto sentire la sua voce a Stazzema in occasione del 68esimo anniversario della strage: «E' assurdo, inconcepibile, inaccettabile che tutto questo accada ... Questi criminali vanno perseguitati fino alla fine dei loro giorni». Un tedesco, capite, non un italiano.
* autore de «L'armadio della vergogna»
 
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