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Cosa c’è dietro la fusione?
Ageas aps e Hera creano un gigante
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Tra la società triestina e quella emiliana nasce una multiutility che sarà leader dell'incenerimento. Ma che fine hanno fatto le ragioni referenedarie? L'operazione va al di fuori di qualsiasi partecipazione
ALESSANDRO PUNZO* - 09.10.2012
Con una accelerazione giocata nei mesi estivi si va verso la fusione di Acegas Aps (multiutility di gestione dei servizi triestino-padovana) con Hera (multiutility emiliana).
L'operazione rappresenta un'indicazione di carattere nazionale tanto è vero che vi parteciperà anche la Cassa Depositi e Prestiti mediante il suo braccio armato, vale a dire Fondo Strategico Italiano (FSI). Dalla fusione dovrebbe nascere una multiutility che sarà prima per quanto riguarda il business dei rifiuti non a caso legato all'incenerimento, seconda dopo A2a per acqua erogata, ventesima come impresa italiana con 8500 dipendenti.
Il processo con cui ci si è avviati alla fusione va nel senso diametralmente opposto all'indicazione referendaria dello scorso anno.
Nella forma l'operazione viaggia al di fuori di qualsiasi partecipazione: le migliaia di cittadini che pagano con le loro bollette, sempre più care i servizi erogati, non hanno voce in capitolo e le informazioni parziali sull'operazione passano attraverso articoli di giornale e note stampa.
Nella sostanza si avalla la logica del primato degli interessi finanziari e del mercato riproducendo la stessa logica gestionale che peraltro ha portato le due società ad avere il loro "bel" debito accumulato dai rispettivi consigli di amministrazione (circa 3 miliardi di €), stipendiati con cifre a sei zero.
La fusione Acegas Aps –Hera è in linea con tutto quello che, in un quadro generale, si sta compiendo sui servizi. Ma allora iniziamo a porci una prima domanda: perché i Governi che si sono succeduti alla guida del Paese (Berlusconi prima, Monti poi) hanno remato -e continuano, anche dopo l’ultima sentenza della Consulta (n.199/2012), in maniera così spudorata, a remare- contro lo straordinario risultato referendario del 12 e 13 giugno 2011, quando 27 milioni di nostri concittadini si pronunciarono in maniera chiara e inequivocabile sulla ripubblicizzazione del servizio idrico integrato e la fuoriuscita dell’acqua dal mercato e dalle logiche di profitto, sulla cancellazione in tariffa della remunerazione del capitale investito dal gestore…?
Alla domanda potremmo brutalmente rispondere così: nell’era della crisi del capitalismo globale quella dei beni comuni rappresenta, probabilmente, l’ultima frontiera dell’accumulazione capitalistica.
Fino a che la finanziarizzazione dell’economia ha giocato un ruolo determinante nell’assicurare quei margini di profitto che, nelle società a capitalismo maturo, la produzione materiale di merci non era in grado più di garantire, i beni comuni (i servizi pubblici locali, in primis) hanno avuto, per così dire, vita relativamente tranquilla (così si spiega l’elevato numero di società c.d. in house presenti sul territorio nazionale). Ma con l’entrata in crisi di quest’ultimo meccanismo, abbiamo assistito, da parte di governi e poteri forti, a un surplus di attenzione, tramutatasi presto in accelerante ossessione verso ipotesi di privatizzazione della gestione dell’acqua e dei servizi pubblici locali. Ergo, se anche le componenti biologiche della vita sono sottoposte a un processo di mercificazione che le riduce a variabili dipendenti della profittabilità del capitale, non ci sono più limiti ai processi di accumulazione che vengono, così, posti al riparo dalle onnipresenti fluttuazioni del mercato e dei cicli economici.
Questa, dunque, la ratio degli sciagurati provvedimenti normativi che si sono succeduti con ritmo incalzante in quest’ultimo torno di tempo, fino all’operazione di fusione di cui si discute.
Né vale nascondersi dietro l’asserzione -ormai utilizzata come un mantra, anche quando è priva di ogni fondamento- che ce l’impone l’Europa! Esattamente al contrario, l’abrogazione del c.d. “Decreto Ronchi” (operata dal 1° quesito referendario) ha rinviato la gestione dei servizi pubblici locali alla disciplina comunitaria la quale prevede anche la gestione tramite enti di diritto pubblico. Dunque, è una falsità affermare che l’Europa ci impone di mettere a gara (cioè sul mercato) i nostri servizi pubblici locali !! Si tratta solo di una scelta politica.
Tant’è che quest’operazione, se si pone in rotta di collisione con l’esito referendario, risulta poi perfettamente coerente con l’assunto dominante: i “mercati” dettano la linea politica ai Governi esattamente come i Consigli di amministrazione (delle due società) decidono al posto dei Consigli comunali, chiamati poi a ratificare quelle scelte.
Ed è, purtroppo, quanto avvenuto: nonostante la forte mobilitazione che almeno qui a Padova ha visto coinvolti comitati, associazioni, reti, centri sociali, singoli cittadini, lunedì 24 settembre, al termine di una estenuante e contestatissima seduta del Consiglio comunale, la maggioranza pieddina (con l’unico voto contrario della consigliera di Rifondazione comunista) ben spalleggiata dai consiglieri di SEL e IDV (sic!) ha votato a favore della fusione-incorporazione!
Da parte nostra, consapevoli dello spartiacque rappresentato da questa vergognosa decisione, continuerà l'impegno per affermare la centralità dell'acqua e dei beni comuni come patrimonio dell'intera comunità.
*Comitato Provinciale Due Sì per l'acqua bene comune di Padova





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