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IMMIGRAZIONE
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cultura,
sociale
Bologna prova a cambiare
l'idea di cittadinanza
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Al via il progetto europeo Amitie, per smettere di considerare l'immigrazione uno spettro ostile e vederla invece come una risorsa preziosa. Una larga campagna, coinvolti il Comune, la Regione e l'Università.
Elfi Reiter - 11.10.2012
Amitie in francese vuol dire «amicizia». Sull’amicizia è il titolo di un bellissimo libro del filosofo tedesco Siegfried Krakauer, «Amitie» (senza accento) è adesso il nome di un progetto il cui focus si potrebbe racchiudere nello slogan: «Immigrazione? Una risorsa preziosa e non uno spettro da combattere per azzerarlo». Sul pieghevole leggiamo: «Una partnership europea per comunicare una nuova idea di migrazione e sviluppo», dove l’acronimo AMITIE significa per esteso Awareness on Migration, developmenT and human rIghts through local partnErships (consapevolezza su migrazione, sviluppo e diritti umani attraverso partnership locali). All’Urban Center in Sala Borsa, la biblioteca multimediale in Piazza Maggiore su tre piani nell’edificio dell’ex Borsa del capoluogo della Regione Emilia-Romagna, un vero gioiello tra architettura in mattoni e strutturazioni tecnologiche, è stato presentato Amitie alla presenza dell’assessore Matteo Lepore, l’assessore del coordinamento di giunta e relazioni internazionali, e Gianluca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna, due dei tanti tasselli di questa rete europea formata da Unione Europea (finanziatrice del progetto), la Regione Emilia-Romagna e i territori dell’Umbria, Andalusia (Spagna), Riga (Lettonia), Bucarest (Romania) e Recife (Brasile).
Una ricerca durata diciotto mesi condotta nell’ambito di un master all’università di Bologna ha indagato sui vari nessi esistenti e possibili tra i due concetti non solo virtuali di immigrazione e sviluppo. Grazie a una serie di incontri con cittadini in Umbria (altro ente coinvolto) e tutti gli altri gruppi sparsi un po’ ovunque nei territori succitati coinvolti il passo alla campagna di comunicazione è poi stato breve: una serie di seminari di formazione, ancora all’università di Bologna, sessioni di e-learning negli altri paesi europei coinvolti, laboratori espressivi e seminari nelle scuole medie hanno ulteriormente contribuito alla raccolta dati e alla elaborazione degli stessi. La Fondazione Cineteca di Bologna è entrata come partner per l’elaborazione visiva della campagna, legando il progetto al festival ormai decennale di Human Rights Nights (che si svolgerà la prossima settimana in città con tema centrale il corpo e la violazione del corpo). L’assessore Lepore ha ribadito l’importanza del progetto non quanto tale ma come punto di partenza per una (nuova) politica dell’amministrazione comunale bolognese incentrata sulla «nuova cittadinanza».
Non si parlerà più di immigrazione, differenze culturali e/o origini etniche bensì di «cittadini nuovi» tout court. Non esisterà più lo ius sanguini ma soltanto un percorso collettivo di cittadinanza che una volta lanciato nell’area metropolitana di Bologna si spera essere espanso in tutto il territorio italiano. Lepore propone inoltre di conferire come primo passo la cittadinanza onoraria a tutti e a tutte coloro che d’ora in poi compiono i diciotto anni in Italia e sono di origini non italiane. Perché partire da Bologna? Il quesito posto dall’assessore, qui anche in veste della rete creata da 104 città impegnate nella lotta contro razzismi e xenofobia, trova la risposta immediata nei dati rilevati dalla ricerca citata all’inizio: oggi il 70% degli abitanti dell’area bolognese è di origine non bolognese, ossia provenienti da zone nazionali e internazionali, a cui vanno offerte prospettive nelle due dimensioni, del lavoro e dei diritti sociali, facendo fare un salto qualitativo all’intera realtà socio-politico-culturale: no a una politica di assistenza ma creare e dare gli strumenti necessari per vivere e lasciar vivere.
Testimonial di Amitie è Sherif Bah, giornalista proveniente dalla Sierra Leone, in Italia da un anno, con in corso una pratica di richiesta di asilo politico: a suo dire, e sentire, le persone migranti portano saperi e valori umani che possono contribuire allo sviluppo in entrambi i paesi, di origine e di accoglienza, essendo l’integrazione un processo di costante trasformazione sociale e culturale. «Mission impossible? Laddove c’è volontà, si trovano anche le modalità», afferma Sherif Bah e chiude il suo discorso con un netto «Yes, we can!» Sperando che i cartelloni e manifesti visibili a partire dal 12 ottobre in città con volti di persone coinvolte come testimonial non rimangano solo parole vuote.




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