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Crotone, inquinatori impuniti
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Quarantacinque proscioglimenti e colpo di spugna per politici e colletti bianchi. Per il gup non c'è nessuno rinviato a giudizio per i rifiuti industriali tossici dell'ex Pertusola interrati sotto le scuole.
SILVIO MESSINETTI - 17.10.2012
La scuola primaria Bernabò, l'istituto comprensivo statale Alcmeone-San Francesco, il liceo ginnasio Pitagora, l'istituto tecnico commerciale Lucifero. Tutte scuole costruite con rifiuti industriali, materiali tossici costituiti da Cic (Conglomerato Idraulico Catalizzato) e da "scoria cubilot", un composto di sabbia silicea, loppa di altoforno (proveniente dall'Ilva di Taranto) e catalizzatori, la cui matrice (il cubilot) altro non è che un rifiuto proveniente dalla lavorazione delle ferriti di zinco, effettuata nello stabilimento della ex Pertusola Sud di Crotone. Ma questo crimine ambientale non avrà giustizia. Ricorso permettendo. Perché ieri pomeriggio è arrivato il proscioglimento di tutti i 45 indagati al termine dell'udienza preliminare davanti al gup. Niente rinvio a giudizio, dunque. E colpo di spugna per politici e colletti bianchi. Un duro colpo all'inchiesta avviata, 5 anni orsono, sul presunto impiego di sostanze tossiche provenienti dai processi di lavorazione dello stabilimento dell'ex Pertusola.
Tra le persone prosciolte spiccano l'ex prefetto di Catanzaro, Salvatore Montanaro, indagato nella sua qualità di Commissario delegato per l'emergenza ambientale in Calabria, l'ex commissario all'emergenza ambientale, Domenico Bagnato, l'ex direttore generale del Ministero dell'Ambiente, Gianfranco Mascazzini, il capo di Gabinetto, Goffredo Zaccardi, l'ex presidente della Provincia di Crotone, Sergio Iritale (attuale capogruppo di Sel al comune), l'ex sindaco, Pasquale Senatore (Pdl, ex Msi), i legali rappresentanti della Pertusola Sud, quelli di tre imprese edili e tre funzionari dell'ex Presidio multizonale di prevenzione dell'ex Azienda sanitaria di Catanzaro.
L'inchiesta, dall'eloquente nome "Montagne nere", nel settembre del 2008, portò al sequestro preventivo di ben 23 aree dislocate tra il capoluogo, Isola Capo Rizzuto e Cutro. Secondo l'accusa oltre trecentocinquantamila tonnellate di rifiuti tossici erano state seppellite sottoterra. Il Cic veniva utilizzato per costituire la base su cui poggiavano le opere pubbliche e private: il cortile della Questura, le banchine del porto, scuole, strade, piazzali, interi palazzi. Insomma, un disastro ambientale che reclama giustizia. La pubblica accusa, che ha già annunciato ricorso, sostiene che due ditte prelevavano il materiale dall'ex Pertusola, e invece di smaltirlo in discarica lo usavano per le opere edili. Il gioco, riteneva l'accusa, era alquanto semplice: gli imprenditori prendevano il cic dalla fabbrica, in cambio ricevevano «modiche somme giustificandole come costo aggiuntivo per il trasporto e la posa del materiale» (più oneroso rispetto al classico misto di cava perché necessitava di rullaggi), e per gli appalti offrivano prezzi inferiori, perché l'approvvigionamento della miscela come sottofondo, non era solo a costo zero, ma veniva, secondo l'accusa, addirittura sovvenzionato da Pertusola. «Emerge dalle concentrazioni dei metalli valutate nelle diverse matrici biologiche, come i siti investigati come aeree a rischio siano stati realmente esposti alla contaminazione di alcuni metalli pesanti, in un lungo arco di tempo precedente alla nostra indagine», era riportato nelle conclusioni di una perizia disposta dalla Procura pitagorica. Ed a pagare son stati soprattutto gli alunni degli istituti costruiti sulle scorie. I giovani studenti, le sostanze (zinco, cadmio, nichel), le hanno trovate nello stomaco e nei capelli. E così non solo la bonifica di un territorio avvelenato da una produzione industriale assassina appare sempre di più un miraggio, ma a queste latitudini anche la ricerca della verità processuale in un pubblico dibattimento viene negata. A nulla sono valse le lotte e le mobilitazioni di studenti ed ambientalisti in tutti questi anni. Perché per il gup di Crotone «il disastro ambientale e l'avvelenamento delle acque non sussistono». E questo nonostante i tanti studi che dicono il contrario come la recente indagine "Sentieri" dell'Istituto Superiore di Sanità che ha studiato il profilo di mortalità delle popolazioni residenti nei siti di interesse nazionale per le bonifiche.
«È un inno all'impunità, un incentivo a costruire qualsiasi cosa in Calabria con la certezza che nulla avrai da temere» ha commentato Filippo Sestito della Rdt "Nisticò". «C'è un contesto che è malato, dal sistema politico a quello giudiziario. È una giornata amarissima per la Calabria che chiede giustizia ambientale».
Tra le persone prosciolte spiccano l'ex prefetto di Catanzaro, Salvatore Montanaro, indagato nella sua qualità di Commissario delegato per l'emergenza ambientale in Calabria, l'ex commissario all'emergenza ambientale, Domenico Bagnato, l'ex direttore generale del Ministero dell'Ambiente, Gianfranco Mascazzini, il capo di Gabinetto, Goffredo Zaccardi, l'ex presidente della Provincia di Crotone, Sergio Iritale (attuale capogruppo di Sel al comune), l'ex sindaco, Pasquale Senatore (Pdl, ex Msi), i legali rappresentanti della Pertusola Sud, quelli di tre imprese edili e tre funzionari dell'ex Presidio multizonale di prevenzione dell'ex Azienda sanitaria di Catanzaro.
L'inchiesta, dall'eloquente nome "Montagne nere", nel settembre del 2008, portò al sequestro preventivo di ben 23 aree dislocate tra il capoluogo, Isola Capo Rizzuto e Cutro. Secondo l'accusa oltre trecentocinquantamila tonnellate di rifiuti tossici erano state seppellite sottoterra. Il Cic veniva utilizzato per costituire la base su cui poggiavano le opere pubbliche e private: il cortile della Questura, le banchine del porto, scuole, strade, piazzali, interi palazzi. Insomma, un disastro ambientale che reclama giustizia. La pubblica accusa, che ha già annunciato ricorso, sostiene che due ditte prelevavano il materiale dall'ex Pertusola, e invece di smaltirlo in discarica lo usavano per le opere edili. Il gioco, riteneva l'accusa, era alquanto semplice: gli imprenditori prendevano il cic dalla fabbrica, in cambio ricevevano «modiche somme giustificandole come costo aggiuntivo per il trasporto e la posa del materiale» (più oneroso rispetto al classico misto di cava perché necessitava di rullaggi), e per gli appalti offrivano prezzi inferiori, perché l'approvvigionamento della miscela come sottofondo, non era solo a costo zero, ma veniva, secondo l'accusa, addirittura sovvenzionato da Pertusola. «Emerge dalle concentrazioni dei metalli valutate nelle diverse matrici biologiche, come i siti investigati come aeree a rischio siano stati realmente esposti alla contaminazione di alcuni metalli pesanti, in un lungo arco di tempo precedente alla nostra indagine», era riportato nelle conclusioni di una perizia disposta dalla Procura pitagorica. Ed a pagare son stati soprattutto gli alunni degli istituti costruiti sulle scorie. I giovani studenti, le sostanze (zinco, cadmio, nichel), le hanno trovate nello stomaco e nei capelli. E così non solo la bonifica di un territorio avvelenato da una produzione industriale assassina appare sempre di più un miraggio, ma a queste latitudini anche la ricerca della verità processuale in un pubblico dibattimento viene negata. A nulla sono valse le lotte e le mobilitazioni di studenti ed ambientalisti in tutti questi anni. Perché per il gup di Crotone «il disastro ambientale e l'avvelenamento delle acque non sussistono». E questo nonostante i tanti studi che dicono il contrario come la recente indagine "Sentieri" dell'Istituto Superiore di Sanità che ha studiato il profilo di mortalità delle popolazioni residenti nei siti di interesse nazionale per le bonifiche.
«È un inno all'impunità, un incentivo a costruire qualsiasi cosa in Calabria con la certezza che nulla avrai da temere» ha commentato Filippo Sestito della Rdt "Nisticò". «C'è un contesto che è malato, dal sistema politico a quello giudiziario. È una giornata amarissima per la Calabria che chiede giustizia ambientale».





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