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EDITORIA - mondo, media
La crisi della stampa
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Anna Maria Merlo
01.11.2012
La stampa francese è la più "sostenuta" d'Europa: 1,2 miliardi di euro l'anno di aiuti con fondi pubblici, che finiscono ai grandi gruppi editoriali. In parlamento i piani per cambiare radicalmente il sistema.

Anna Maria Merlo - 01.11.2012
I quotidiani in Francia sono in difficoltà: oggi hanno in tutto 7,8 milioni di lettori ma qui la stampa regionale è molto più letta di quella nazionale. Il calo delle vendite è costante ed è iniziato prima di internet (nell'80 avevano già perso il 35% di copie rispetto al '45). I settimanali se la cavano un po' meglio ma anche per loro il futuro non è roseo. I punti vendita sono in continuo calo, malgrado gli interventi dei comuni (come a Parigi, dove ci sono aiuti specifici per mantenere o riaprire delle edicole). Di conseguenza, in trent'anni il numero dei professionisti della carta stampata è diminuito del 30%. Mentre i siti Internet della stampa tradizionale non hanno ancora trovato un modello economico: in altri termini, la stampa non recupera sul web la pubblicità che perde sulla carta. Nasce anche da qui l'ipotesi di introdurre una «tassa Google». 
Anche in Francia, come in Italia da anni, riprende quota l'annosa questione di come lo Stato debba intervenire per sostenere il settore della stampa. Un rapporto parlamentare del settembre scorso, redatto dal deputato socialista Michel Françaix, ha messo in luce tutte le incongruenze del sistema attuale. Il governo aveva chiesto il rapporto al parlamentare nell'ambito della preparazione della finanziaria 2013, per fare chiarezza e proporre miglioramenti. 
Il rapporto è molto critico: non propone la fine o la diminuzione delle sovvenzioni ma suggerisce di studiare un meccanismo migliore e più "mirato". Françaix nel suo rappprto cita Gramsci: la crisi è quando il vecchio muore e il nuovo tarda a nascere.
Il rapporto parte da una constatazione: la stampa francese è la più sostenuta d'Europa. Complessivamente, lo stato investe 1,2 miliardi l'anno nel settore dell'informazione, che di suo fattura sui 10 miliardi. Cioè l'11% del settore vive grazie al sostegno pubblico. Per i 39mila giornalisti, lo stato versa 13mila euro per professionista. Per esempio, l'Afp incassa 119 milioni di abbonamenti da parte di strutture statali. Ci sono poi gli aiuti diretti: che superano il mezzo miliardo di euro (nella legge di stabilità italiana sono appena 70 milioni). In Francia i contributi pubblici però vanno soprattutto ai grandi gruppi editoriali controllati da grandi capitalisti (Dassault, Niel, Arnault, Rotschild, Pinault, Perdiel). Gli stessi gruppi che poi frenano sugli investimenti per l'innovazione, addormentati - sostiene il rapporto - dalla struttura delle sovvenzioni. Se si addizionano gli aiuti indiretti, per alcune testate le cifre sono estremamente consistenti tra finanziamenti ricevuti e risparmi di funzionamento: più di 16 milioni l'anno per Le Monde, più di 15 per Le Figaro o Ouest France, 10 milioni per La Croix, 9 per il settimanale Télérama, 8 a Libération, 7 al Nouvel Observateur o L'Express, 6,3 per L'Humanité
Gli aiuti alla stampa hanno in Francia una lunga storia, iniziata addirittura con la Rivoluzione che introdusse gli aiuti postali. Ma in questi due secoli si sono susseguite molte leggi a tutela della stampa. La giustificazione storica è permettere il pluralismo dell'informazione. Ma, denuncia Michel Françaix, oggi la distribuzione degli aiuti è diventata «scandalosa»: «Gli aiuti non sono mirati sugli investimenti - afferma - e non hanno nessun effetto incentivo alla modernizzazione». Per esempio, il relatore rileva che alla stampa politica, quella che dovrebbe garantire il pluralismo dell'informazione difeso dallo stato, arriva meno di un terzo delle sovvenzioni, poiché il 60% degli aiuti sono «postali» e valgono per tutte le pubblicazioni. Tra i principali beneficiari ci sono così pubblicazioni solo ricreative, come Télé 7 jours (7,3 milioni) o Téléstar (4,8), che assorbono il 37% degli aiuti, un «non sense» per il deputato Michel Françaix, che propone intanto di tornare alla situazione antecedente all'83, quando solo la stampa di informazione generale e politica godeva dell'Iva ridotta al 2,1% (poi estesa da Mitterrand a tutti, in seguito a un ricatto del gigante Hersant). Con France Soir, quotidiano dalla storia gloriosa finito nelle mani di uno speculatore russo, si è arrivati all'assurdo di un quotidiano con l'acqua alla gola che come ultimo gesto prima di morire è stato messo in vendita a 0,5 centesimi, cioè l'equivalente del contributo pubblico per copia. 
Il grosso degli aiuti indiretti, secondo il relatore, serve per di più a mantenere in vita un sistema di consegna che non funziona più: va a sostegno del portage (recapito a domicilio dei giornali), a ridurre le tariffe postali (281 milioni) e alla distribuzione (è in corso una dolorosa ristrutturazione di Presstalis, le messaggerie). Un sistema assurdo, perché contribuisce a finanziare tre sistemi concorrenti in un periodo in cui i giornali su carta si vendono sempre meno. Il governo Fillon ha aumentato per esempio di 200 milioni per 3 anni gli aiuti al portage, sovvenzione che non è servita però ad aumentare la diffusione come sperato ma che è andata soprattutto nelle tasche dei quotidiani regionali (che più utilizzano questo sistema). 
I dati del 2011 sulle tirature parlano chiaro: Ouest France 768mila, Le Monde 322mila; Le Figaro 332mila; Libération 121mila; L'Humanité 49mila; Le Parisien 412mila. Per di più con la struttura di aiuti attuale restano solo le briciole per l'informazione on line, che dovrebbe rappresentare il futuro. L'Iva al 2,1% della stampa scritta, per esempio, non è estesa ai siti di informazione, dove questa tassa sale al 19% (in Italia oggi le aliquote sono rispettivamente al 4% e al 21%). Mediapart sostiene che basterebbe abbassare l'Iva per rendere redditizio il sito, sul modello britannico dove l'Iva è 0% e non ci sono aiuti pubblici. Indirizzare diversamente gli aiuti, sostiene il relatore al parlamento, potrebbe anche trasformarsi in un più efficace intervento a favore della modernizzazione (sul modello danese) di un settore in crisi. «I giornali hanno trascorso il tempo a sostenere un vecchio modello senza pensare al futuro», scrive Michel Françaix. Nel 2009, Sarkozy aveva convocato gli «stati generali della stampa» ma poi la discussione si era insabbiata. Adesso, è Hollande che cerca una soluzione, per evitare che la stampa faccia la fine della siderurgia.
 
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