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EDITORIALE - capitale&lavoro
La legge del padrone
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Loris Campetti - 01.11.2012
Loris Campetti
01.11.2012
Ci sarà pure la magistratura, farà le sue ordinanze, ma da che mondo è mondo il padrone resta il padrone e sul destino dei suoi dipendenti vuole decidere lui. Se poi il padrone, o armatore che dir si voglia, non vuole sporcarsi le mani, a decidere sarà il «manager», o comandante della nave che dir si voglia. Se poi il comandante si chiama Sergio Marchionne e quella che guida è una nave da guerra, non ci si può meravigliare per i suoi ordini.
L'ordine di ieri è terrorizzante: visto che mi si costringe ad assumere 19 soggetti sgraditi targati Fiom, mi trovo costretto a buttarne fuori altrettanti perché l'organico attuale nella fabbrica di Pomigliano è più che sufficiente. E adesso, che ci pensino i 2146 dipendenti della newco nata su un ricatto sulle ceneri della «vecchia» Pomigliano (che di dipendenti ne aveva 4.500 e tutti avrebbero dovuto essere riportati al lavoro) a sputare addosso ai 19 sgraditi, a Maurizio Landini, all'intera Fiom e, visto che ci sono, ai giudici che continuano a condannare la Fiat per le sue discriminazioni. Meglio che i rematori si scannino tra di loro. La caccia alla Fiom, del resto, era già iniziata anticipatamente e a combatterla erano stati alcuni militanti dei sindacati benedetti o peggio fondati da Marchionne, sulla base della parola d'ordine: mors tua vita mea, e lunga vita al padrone.
Per quanto attesa, almeno da chi ha imparato a conoscere Marchionne, la decisione di mettere in mobilità 19 dipendenti buttando la colpa su chi chiede giustizia e su chi glie la dà, resta pur sempre una decisione vergognosa. Scatenare la guerra tra poveri, mettere operai contro operai è l'ultima arma sfoderata dall'amministratore delegato Fiat. È uno sberleffo, per non dire un insulto, alla legalità, una rivendicazione di onnipotenza di chi ritiene di poter liberamente licenziare per rappresaglia (come a Melfi, o come sempre la Fiat, anche ai tempi di Valletta) o non assumere sempre per rappresaglia, come a Pomigliano. 
E se un'autorità superiore, a cui deve attenersi perché ha il compito di far rispettare le leggi, getta sul tavolo un'ordinanza per il ripristino della legalità, allora Marchionne rovescia il tavolo addosso agli operai, non potendo sparare al giudice. Non sarà semplice mettere in pratica la ritorsione annunciata ieri dall'uomo nero del Lingotto, perché renderebbe necessario far convivere la cassa integrazione ordinaria legata alla crisi con la mobilità per rappresaglia. In ogni caso, oltre ad attizzare lo scontro tra lavoratori l'urlo rabbioso di Marchionne serve a distrarre l'opinione pubblica dai problemi reali della Fiat: l'esplosione dell'indebitamento, la distruzione di liquidità avvenuta negli ultimi tre mesi, la decisione di cancellare il marchio Lancia e di ridurre quello Fiat alle vetturette, l'ennesimo rinvio degli investimenti a un fumoso futuro, mercato permettendo, il trasferimento negli Stati Uniti di ricerca, investimenti, comando. E domani magari anche Piazzaffari sarà abbandonata per far approdare il titolo a Wall Street.
Chissà se Monti continuerà a dire che un imprenditore ha il diritto di fare quel che vuole e dove vuole per raggiungere i suoi scopi. Cioè il profitto. La politica, come le stelle, sta a guardare.
 
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