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FIAT - ILVA - capitale&lavoro
Il ribellismo dei padroni
da Emilio Riva a Sergio Marchionne
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LORIS CAMPETTI
03.11.2012
Attacco ai giudici e uso spregiudicato dei sindacati. La politica ha fatto scuola: l'unica legge ammessa è quella del più forte. È diventato normale nel nostro paese dichiarare guerra alla magistratura

LORIS CAMPETTI - 03.11.2012
C'è un filo rosso, anzi nero, che lega la classe imprenditoriale italiana e ne omologa i comportamenti. Non è un caso, per esempio, che persino uno dei più accaniti detrattori di Sergio Marchionne, Diego Della Valle, sia stato negli anni uno dei maggiori frequentatori delle aule dei tribunali, sia pure per interposto manager. Le ragioni sono le stesse che turbano i sonni dell'amministratore delegato Fiat, soprattutto dei suoi dipendenti: comportamenti antisindacali, accanimento contro gli operai e i delegati che osano criticare i comportamenti del capo invece di togliersi il cappello al suo passaggio e ringraziarlo per tenerli alle sue dipendenze.
Ancor più colpiscono le analogie tra il moderno manager del Lingotto e l'antico padrone delle ferriere Emilio Riva. Prendiano la raccolta di firme stimolata e sponsorizzata dai capetti di Pomigliano per contestare il reintegro nella newco Fpi dei lavoratori iscritti alla Fiom - oggi imposta da una sentenza della Corte d'Appello di Roma - e gestita da lavoratori attivi iscritti ai sindacati complici: è un attacco, prima ancora che alla Fiom, alla giustizia contro cui si scatenano coloro che cedendo al ricatto di Marchionne ne hanno tratto qualche effimero privilegio, nel senso che la metà dei dipendenti che avrebbero dovuto essere trasferiti in toto nella nuova società sono stati effettivamente riportati in fabbrica. Salvo poi finire ciclicamente in cassa integrazione. Il segretario generale della Cisl Bonanni ha già annunciato un ricorso, temendo che al posto dei 19 operai iscritti alla Fiom ne possano essere cacciati altrettanti, magari iscritti alla Fim, o alla Uilm, o comunque ben distinti da quelli «sieropositivi» che condividono le posizioni di Maurizio Landini (non si può fare, dice Bonanni, perché «si tratta di lavoratori che hanno sottoscritto un accordo». E chi non l'ha sottoscritto, si deduce dal ragionamento del dirigente sindacale, è giusto che venga discriminato ed escluso dal lavoro).
Il comportamento di Marchionne assomiglia moltissimo a quello di Riva: gli operai egemonizzati da Fim e Uilm, e direttamente da Riva, sono stati pagati non per lavorare ma per andare a manifestare contro la procura che aveva sanzionato l'azienda, colpevole di avvelenamento di un'intera città, a partire dagli stessi dipendenti dell'Ilva. La stessa cosa era avvenuta anni fa in un altro stabilimento di Riva, quello genovese di Cornigliano. Anche qui, i nemici del padrone sono i giudici, talvolta le istituzioni; anche qui si lavora per scatenare la guerra tra poveri, cioè tra operai e tra sindacati rispolverando l'antico principio divide et impera.
A ben vedere, però, bisogna riconoscere che i padroni italiani mutuano il loro ribellismo contro le leggi, la Costituzione e i giudici, dalla politica. È diventato normale nel nostro paese dichiarare guerra alla magistratura, costretta lavorare a tempo pieno per riempire dei vuoti e a sostituirsi alla politica, alle imprese e ai sindacati, laddove politica, imprese e sindacati sono latitanti se non addirittura coinvolti in attività criminose. La discriminazione e la rappresaglia in Italia sono crimini, violano leggi fondamentali dello stato, e la magistratura non può non intervenire. E per fortuna, si può aggiungere. Accusare la Fiom di rivolgersi ai giudici per far valere diritti violati, come in tanti persino nel fronte progressista hanno fatto negli ultimi due anni, è indecente: cosa hanno fatto i partiti democratici per mettere fine a ricatti, ingiustizie e discriminazioni messe in atto nelle fabbriche dai padroni, sia pure con la complicità di sindacati accondiscendenti?
Un altro consiglio non richiesto (alla Fiom e agli operai che difendono i loro diritti) arriva da autorevoli esponenti del centrosinistra, gli stessi che «se fossi un operaio voterei sì al diktat di Marchionne» e riguarda la necessità di ricostruire l'unità sindacale: «Divisi si perde, uniti si può vincere». Perché, secondo questi soloni c'è qualcuno che teorizza il contrario? Il fatto è che l'unità non si sancisce con un accordo di vertice ma si costruisce con il tempo, la fatica, le pratiche condivise nei luoghi di lavoro. Dopo la rottura dell'unità sindacale negli anni Cinquanta, consumata non a caso alla Fiat e poi estesa a tutto il paese, ci sono voluti tanti anni, c'è voluto il '69, perché l'unità ricostruita alla base si imponesse al vertice fino alla costruzione, tra i meccanici, della straordinaria stagione dei consigli e della Flm, conclusasi dopo la sconfitta alla Fiat. A chi dice che ora, e a prescindere, Cgil, Cisl e Uil si devono rimettere insieme, basterebbe far presente che il 14 i sindacati di mezza Europa hanno dichiarato uno sciopero generale per il lavoro e contro il liberismo e i sindacati dei paesi europei restanti hanno aderito alla giornata di mobilitazione promossa dalla Ces (Confederazione sindacale europea). In Italia, però, solo la Cgil ha aderito con uno sciopero di quattro ore.
 
 
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