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EDITORIALE - capitale&lavoro, politica, media
Pubblicità senza progresso
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Norma Rangeri - 09.11.2012
Norma Rangeri
09.11.2012
La pubblicità-progresso firmata Sergio Marchionne non è un inedito nel panorama della comunicazione industriale nazionale. Ma è una novità per il momento in cui avviene, dopo l'arma pesante della rappresaglia, dopo la minaccia del licenziamento di 19 operai. La carta della persuasione pubblicitaria come una carezza benedicente, encomio per il buon lavoro svolto dai "suoi" dipendenti. 
A tutta pagina su alcuni grandi quotidiani nazionali la Fiat ha acquistato (termine forse improprio per chi ha gli Agnelli nella proprietà della testata, come il Corriere e la Stampa che ne hanno fatto la controcopertina) una intera pagina dedicata a «tutte le donne e gli uomini che lavorano a Pomigliano», esempio di lavoratori da portare a «modello per tutte le fabbriche d'Europa». Perché «è così, che funziona», il sistema di un capitalismo feroce e straccione.
Il capo del Lingotto sembra destinato a «impiccarsi sui dettagli» (come lamentava lui stesso in un intervista al Corriere di qualche giorno fa), a proposito dello sfortunato annuncio dell'operazione Fabbrica Italia. Ma comprarsi le pagine dei giornali per mettere una toppa su su certi strappi al vivere civile, e alla carta costituzionale che ne orienta il senso profondo, è più che un dettaglio: è ormai un'abitudine ricorrente. Marchionne lo aveva già fatto quando, per compensare la figuraccia internazionale dopo lo sprezzante giudizio su Firenze, aveva occupato una pagina della Nazione. Ora la replica su Pomigliano.
La stoffa dell'uomo, nonostante i maglioncini di chachemire, è assai grezza. E la tracotanza che in lui prevale abitualmente, provoca danni non meno pesanti di quelli che materialmente infligge agli operai delle sue aziende. Elogiare i dipendenti di Pomigliano indicandoli come esempio, addirittura «un modello», è uno presa in giro verso chi possiede soltanto un posto di lavoro da difendere. Per di più appare come un elogio a se stesso, artefice del più odioso ricatto (o accetti o chiudo la fabbrica) verso chi, non potendo reagire alle minacce, ha dovuto piegare la testa. Del resto quello che sarebbe capitato a questi operai «modello» se avessero opposto resistenza, come hanno fatto i lavoratori iscritti alla Fiom, lo sanno tutti. Anche i magistrati che con la loro sentenza di reintegro, lo hanno severamente giudicato.
La violenza, la brutalità, la sopraffazione di chi guadagna 1037 volte il salario di un suo operaio e anziché tacere pretende l'applauso rappresentano il segno dei tempi. Altro che pubblicità: per convincere gli italiani, e soprattutto le donne e gli uomini della Fiat, Marchionne dovrebbe comprare tutte le pagine di tutti i giornali per dire che riconosce e rispetta il diritto "al" e "del" lavoro". Ma scommettiamo che non lo farà.
 
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