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COMMENTO - mondo
Il conflitto sui conflitti:
gli Usa e il caso Petraeus
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Alessandro Dal Lago
12.11.2012
Le motivazioni ufficiali per l'uscita di scena del direttore della Cia sembrano coprire problemi ben più complessi dell'onorabilità di un generale: in primo luogo la vicenda libica con la morte dell'ambasciatore Stevens.

Alessandro Dal Lago - 12.11.2012
Si sa che gli Usa sono un paese originale, in cui le infrazioni private dei leader politici o dei grandi burocrati possono compromettere le loro carriere o gettare una luce ambigua o sinistra sulla loro immagine di uomini pubblici. Clinton ne sa qualcosa. E tuttavia, che l'attuale direttore della Cia, il generale Petraeus, si sia dimesso per aver tradito la moglie, suona davvero singolare.
Intendiamoci, tutto è possibile. Ma si ha l'impressione che le motivazioni delle dimissioni, annunciate pochi giorni dopo la rielezione di Barack Obama, coprano problemi ben più complessi che non l'onorabilità di un generale. Naturalmente, Petraeus non poteva uscire allo scoperto prima, per non compromettere la corsa di Obama, che si è risolta sì in un grande successo, ma fino a poche ore prima della vittoria sembrava assai incerta. Il fatto che il presidente abbia istantaneamente accettato le dimissioni fa pensare non solo che la cosa bollisse da un po' di tempo, ma anche che nell'amministrazione sia in corso un bel conflitto sulla politica estera e sulla gestione dei conflitti armati in cui gli Usa sono coinvolti.
È probabile che il casus belli sia la morte dell'ambasciatore americano a Bengasi. In effetti, non si capisce come un uomo che aveva coordinato il sostegno americano alle formazioni armate dei ribelli si trovasse così indifeso. Indifeso ed esposto ad attacchi armati, soprattutto dopo che alla fine del regime era seguito un periodo di conflitti incessanti tra milizie antigheddafiane e tra alcune di loro e il debolissimo governo di transizione. In effetti, Romney aveva cercato di inchiodare Obama su questo punto nel secondo dibattito televisivo, ma la sua insipienza in politica estera non gli ha permesso di conseguire alcun vantaggio. E tuttavia anche gli "errori" della Cia non spiegano né la faccenda di Bengasi, né l'evidente crisi della politica militare americana. Petraeus rappresentava, nonostante avesse diretto le operazioni in Iraq sotto Bush, l'opzione obamiana in termini militari - ovvero un cauto disimpegno, effettuato in Iraq e annunciato in Afghanistan, accompagnato da una strategia più flessibile. Con l'obiettivo sia di conquistarsi il cuore delle popolazioni dei paesi occupati, operando con minore rudezza di quanto facessero gli strateghi repubblicani, o alleandosi con i gruppi armati islamisti moderati, sia di colpire i centri di comando di al Qaeda, dei talebani e degli insurgen t con la guerra tecnologica e segreta (vedi la fine in Pakistan di Osama bin Laden). Petraeus, per dirne una, si era inventato in Afghanistan gli antropologi embedded, cioè ricercatori di scienze sociali al seguito delle truppe con il compito di mediare con le autorità tribali e i capi dei villaggi. Non sembra che questa iniziativa abbia avuto grande successo. Quello che stupisce, semmai, è che alcuni antropologi abbiano accettato. Appare chiaro che la politica estera americana è in una fase di stallo senza apparenti sbocchi, e questo spiega, forse, sia la rinuncia alla Clinton, sia le strane dimissioni di Petraeus. L'intervento in Libia, per quanto coperto dall'attivismo inglese e francese, si è risolto in un pasticcio che si annuncia senza fine. La guerra civile in Siria apre prospettive di destabilizzazione in tutta la regione e comunque, nonostante gli appelli del miles gloriosus Bernard Henry Lévy, non può essere affrontata dall'Occidente con la stessa tracotanza di Sarkozy in Libia. La questione Israele-Iran, dopo le elezioni Usa, ritorna a preoccupare il mondo. La situazione in Afghanistan è di lenta ma costante implosione. E gli attentati in Iraq non fanno più notizia. C'è proprio da dubitare che Petraeus si sia dimesso per una storia di corna.
 
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