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EMERGENZA CARCERI
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sociale
Italia fuorilegge da mille giorni
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Le patrie galere esplodono ormai da oltre tre anni: quasi 67mila detenuti per 45mila posti disponibili. Non è mai successo nella storia repubblicana che un governo per ben due volte dichiarasse lo stato di emergenza per sovraffollamento. Un fallimento anche lo “svuota-carceri”
PATRIZIO GONNELLA* - 19.11.2012
Il prossimo 13 gennaio saremo al terzo anno di emergenza per il sistema carcerario italiano. Non era mai capitato nella storia repubblicana che un governo per ben due volte dichiarasse per legge lo stato di emergenza determinato dal sovraffollamento. Come tutte le emergenze è stata affrontata male e in modo propagandistico. Si è favoleggiato intorno a miracolosi piani di edilizia penitenziaria per poi fare i conti con la mancanza di soldi. Si sono presi provvedimenti definiti enfaticamante salva-carceri ma nulla e nessuno è stato salvato. Dalle pagine di questo giornale, abbiamo cercato di spiegare a Marco Travaglio che la legge sulla detenzione domiciliare era poca cosa e che le carceri non si sarebbero svuotate. Così è stato. Il numero dei detenuti alla fine del 2009, ovvero poco prima della dichiarazione dello stato di emergenza, era pari a 64.791 unità. Pochi giorni fa ne sono stati contati ben 1.894 in più. Siamo il Paese con il più alto tasso di affollamento in tutta l’Unione Europea. Nel frattempo non è stato costruito alcun istituto penitenziario, molti reparti detentivi in giro per l’Italia sono stati chiusi perché inagibili, sono finiti i soldi per la manutenzione ordinaria. Così i 66.685 presenti nelle 206 galere italiane sono stipati in circa 45 mila posti letto regolamentari, posti che in realtà sono molti meno visto che il ministero della Giustizia conta all’interno della capienza regolamentare anche le sezioni provvisoriamente chiuse. Le sale ping pong e di socialità sono diventate celle. Vi sono letti, brande e materassi dappertutto. A volte non vi sono neanche i materassi e i detenuti dormono per terra su un cumulo di coperte. Tra un po’ non vi saranno neanche i direttori visto che con la spending review vi sarà un taglio del 20% con il rischio di una militarizzazione del sistema. La legislatura Berlusconi-Monti volge al termine. Pende alla Camera un provvedimento governativo sulla messa alla prova e la riformulazione del sistema sanzionatorio. Procede molto lentamente nella discussione. In quella proposta di legge nulla si dice sulle cause che producono carcerazione di massa. Prendiamone una, ovvero la legge Fini-Giovanardi sulle droghe. Se non si interviene seccamente su quella legge, ridisegnando in modo pragmatico e non repressivo i confini dell’intervento statale e di polizia, tutto sarà abbastanza inutile. C’è un altro numero che è emblematico di una giustizia penale che corre sul bordo del fallimento, ovvero quello delle persone detenute in attesa di giudizio. Esse sono il 40% del totale della popolazione reclusa. Per capire di cosa stiamo parlando è utile conoscere alcuni dati europei: la percentuale è del 23,7% in Francia, del 15,3% in Germania, del 19,3% in Spagna e del 15,3% in Inghilterra e Galles. La media dei paesi del Consiglio d'Europa è del 28,5%. Ciò dipende da una inflazione di reati che rende tutto per i giudici lento e faticoso, dalla forzatura delle norme del codice di procedura, dall’uso eccessivo di uno strumento evocato e usato quale pena anticipata, da una cultura sommaria degli apparati di sicurezza e giustizia. La giustizia si è fortemente burocratizzata. Si mandano in galera le persone senza mai averle viste in faccia. Così può accadere che un impiegato comunale, a vari anni dal fatto commesso, vada in carcere per scontare quattro mesi per essersi rifiutato durante un controllo di polizia di fare il test dell’alcool. Entra in istituto e nel giro di un paio di giorni muore. Senza dignità abbiamo titolato il nostro Rapporto annuale sulle condizioni di detenzione (Ed. Gruppo Abele). Il sovraffollamento riduce gli spazi, toglie chance di recupero sociale, ma non giustifica le violazioni dei diritti umani e l’azzeramento della dignità. Troppe le segnalazioni di violenze che ci giungono senza che vi sia un argine pubblico alle stesse. La violenza e la tortura nulla hanno a che fare con l’affollamento delle carceri. Il nostro primo rapporto, del lontano 1999, lo chiamammo Il carcere trasparente. L’opacità penitenziaria è sempre pericolosa. La trasparenza e l’informazione hanno una forte connotazione preventiva rispetto a tentazioni di abusi. Per questo il nostro rapporto 2012 si accompagna a un webdoc, primo nel suo genere, Insidecarceri.com. Un lavoro straordinario realizzato grazie all’autorizzazione dell’amministrazione penitenziaria e diretto dai giornalisti di Next New Media. Da ieri la vita nelle carceri è comprensibile a tutti grazie alle immagini messe in rete, nella consapevolezza che la battaglia, prima che essere giuridica, è tutta sociale e culturale.
* presidente di Antigone





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