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COMMENTO - mondo, politica
Lo scontro è su chi paga
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Gabriele Pastrello - 22.11.2012
Gabriele Pastrello
22.11.2012
Molti accolsero con favore il rapporto del Fmi in cui si mettevano in discussione i dogmi sottostanti alle politiche della Commissione europea verso i paesi i cui debiti sovrani sono sotto attacco. Politiche ossessivamente sostenute sia dall'opinione pubblica tedesca che da dal governo tedesco che, nell'assecondarla, ha visto la garanzia della rielezione, rimediando al calo di consensi registrato fino al 2010. Circa un mese fa il Fmi ha affermato che politiche di austerità hanno effetti negativi sulla crescita molto maggiori di quelli presunti. 
Di conseguenza l'austerità non può essere neppure il mezzo per la riduzione del debito; rafforzando questa tesi con esempi storici contrari di grande peso. Naturalmente non si poteva se non accogliere con favore questo rovesciamento delle posizioni storiche del Fmi. Ma gli sviluppi successivi, e soprattutto il contrasto attuale tra Fondo e Commissione mettono in luce un aspetto meno incoraggiante delle conseguenze di quel rapporto. Il conflitto Fondo-Commissione ha motivazioni molto meno preoccupate del rilancio dell'economia europea e molto più di quali istituzioni finanziarie dovranno subire perdite per la crisi. Naturalmente il prezzo che le popolazioni greche, spagnole, portoghesi e italiane stanno pagando non interessa a nessuno.
Stiamo infatti assistendo a uno strano rovesciamento di posizioni. Nonostante abbia affermato che la terapia dell'austerità non è in grado di ridurre il peso del debito, il Fmi non intende dare proroghe sulla data in cui la Grecia dovrebbe raggiunger il magico livello di 120% del debito sul Pil, il 2020. Mentre la Commissione si ostina nelle sue previsioni rosee dicendo che il Fmi è pessimista. Di conseguenza sostiene che basta una piccola proroga di due anni nella data di rientro del debito greco nelle dimensioni accettabili, cioè al 2022.
In realtà lo scontro è solo su chi paga. Il Fmi vuole smettere di finanziare il bilancio ellenico, e vuole che la Commissione prenda atto del fallimento della politica di austerità - a questo serviva il rapporto - e di conseguenza affronti il problema che alla fine inevitabilmente si porrà: chi dovrà sostenere le perdite per l'ineludibile cancellazione di parte del debito? Il debito dovrà essere ridotto, insieme agli interessi che stanno pesando sul bilancio greco in modo insostenibile. Dato il peso dei finanziatori europei, statali e privati, queste perdite dovranno ricadere soprattutto su di loro. Ma né la Commissione europea né la Bce ne vogliono sentir parlare. Da cui anche gli ipocriti complimenti rivolti alla Grecia e al Portogallo, come pure a Italia e Spagna. Giusto ora la Merkel sta dicendo a Lisbona che ha piena fiducia nella capacità dei portoghesi di far fronte agli impegni. Tradotto: se non trovate i soldi voi, noi non intendiamo metterci un euro. Le banche greche stanno faticosissimamente trovando in questi giorni i miliardi di euro necessari per far fronte ad impegni non finanziati dalla Troika, e quindi per non fallire a breve termine. Sembra che ci riescano, così come il governo greco faticosamente ha trovato i voti per approvare il nuovo pacchetto di sacrifici. Ma sia le risorse finanziarie delle banche greche che quelle politiche del governo sono in via di esaurimento. Forse la Grecia non fallirà prima di Natale, ma nelle condizioni attuali difficilmente può reggere fino a Pasqua.
La scommessa della signora Merkel di riuscire ad arrivare alle elezioni dell'autunno prossimo senza allentare le condizioni capestro imposte ai paesi debitori per soddisfare l'opinione pubblica tedesca, e al tempo stesso tenendo sotto controllo le crisi via via emergenti rischia seriamente di fallire. Una delle ragioni per cui aveva pur controvoglia accettato gli interventi di Draghi era che comunque sono stati in grado di guadagnare tempo. Ma un fallimento della Grecia potrebbe mettere a dura prova le stesse misure di Draghi. Cosa farà? I mercati sono stati buoni dopo settembre perché gli Stati in difficoltà, Spagna e Italia, erano lontani dal default, e quindi la minaccia di acquisto illimitato di titoli era efficace contro la speculazione al ribasso. Ma se fallisse la Grecia, Draghi dovrebbe agire davvero da prestatore di ultima istanza, o lasciare che la Grecia esca dall'euro. Potrebbe generarsi una fuga generalizzata dai debiti di paesi come Spagna e Italia. Tutto questo ben prima che la Merkel approdi al lido sicuro della rielezione.
A prima vista sembra impossibile che Draghi possa prendere una tale decisione, ma in realtà potrebbe avere la maggioranza nel Consiglio della Bce. E allora sarebbe la Germania a dover decidere se uscire o no. Difficile che il quadro politico tedesco regga a un simile dilemma. Una Nemesi per l'avventata e cinica scommessa della Merkel sulla pelle dei paesi mediterranei.
 
 
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