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ROMA - media
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REDAZIONE
27.11.2012
Ma esiste davvero un «caso Marco D'Eramo»? Tutto per un "Uff" di troppo tagliato all'inizio di un commento sulla vittoria di Obama. LEGGI: Rossana, nessun dialogo. La fondatrice se ne va

REDAZIONE - 27.11.2012
Ma esiste davvero un «caso Marco D'Eramo»? Per capire il reale spessore di una polemica che ci impegna ormai da settimane, bisogna risalire all'8 novembre scorso quando Marco ci invia una mail a dir poco infuriata.
Cosa era successo? Una cosa che avviene normalmente in qualsiasi redazione. Era stato chiesto a Marco un commento sulla vittoria di Obama alle presidenziali Usa e Norma Rangeri nel passare l'articolo ha ritenuto giusto tagliare un «Uff!» iniziale per evitare un fraintendimento: «uff» non come espressione di sollievo, ma di indifferenza. Ecco la causa scatenante, quella parolina di tre lettere seguite da un punto esclamativo senza le quali naturalmente il contenuto dell'articolo non cambia. Eppure per Marco è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Senza quell'«Uff!», spiega, «cambia tutto il tono dell'articolo (se non ve ne accorgete dovete urgentemente andare a scuola di scrittura)». Da qui l'annuncio di dimissioni «con effetto immediato».
Dire che il tono, ma soprattutto il contenuto della mail lascia stupiti quanti la leggono è dir poco. Al punto che alcuni tra noi decidono di chiamare Marco per ascoltare le sue ragioni, ma soprattutto per chiedergli di fare marcia indietro sulle dimissioni. Spiegandogli, tra l'altro, che pubblicare una mail come quella che aveva spedito sarebbe stato imbarazzante per tutti, anche per lui. Tra i primi a scrivergli c'è la direttrice Norma Rangeri, ma mail e telefonate si susseguono. Tutto inutile, al punto che quattro giorni dopo, il 12 novembre, arriva una seconda mail: «Uff compagne/i, forse non mi sono spiegato», scrive Marco: «Le mie dimissioni sono irrevocabili. E non per un uff, ma per tutto quello che lo ha preceduto e lo ha accompagnato: il vaso era già cominciato a straboccare. Per dirla con chiarezza, la mia capacità di sopportazione era esaurita».
Questa volta Marco entra un po' più nei particolari, spiega che all'origine delle dimissioni ci sarebbero altre ragioni. E comincia un altro giro di telefonate in cui Marco torna indietro nel tempo, parla delle incomprensioni avute nel corso degli anni trascorsi al manifesto, lavorando come inviato in giro per l'America ma non solo, ricoprendo ruoli di responsabilità all'interno del giornale. Anni in cui incomprensioni ci saranno sicuramente state ma che - gli viene fatto notare - è inutile rivangare in un momento in cui quasi tutti stanno cercando di tenere in vita il giornale. Un momento in cui anche il suo contributo è prezioso. Come del resto è sempre stato. Per citare solo l'ultimo anno: sono stati 76 gli articoli scritti da Marco, la maggior parte dei quali commenti in prima pagina. Se c'è una colpa imputabile al collettivo è allora di non aver potuto inviare, come in passato, Marco negli Stati uniti per seguire le elezioni, ma questo solo ed esclusivamente perché, come ormai sanno tutti, non ci sono soldi e l'amministrazione del giornale è nelle mani dei liquidatori.
Ancora una volta, però niente da fare. Ogni tentativo di convincere Marco a ritirare le dimissioni naufraga contro la sua volontà di mantenere la decisione presa: «Poiché vedo che questa storia (la storia del manifesto, ndr) sta finendo molto male, a pesci in faccia - scrive Marco -, preferisco presentare le mie dimissioni in modo sommesso, senza rotture roboanti, ma ripeto, irrevocabili». E soprattutto, come ripete più volte, «pubbliche».
Su una cosa non ci sono dubbi: questo collettivo ha fatto di tutto per convincere Marco a non andare via, senza però riuscirci. Da qui il tono rassegnato della risposta data alla sua lettera di dimissioni pubblicata dal giornale. Forse quanti, in buona fede, hanno sottoscritto un appello a favore di Marco dal quale sembra quasi che lui sia stato messo brutalmente alla porta, si sono sentiti raccontare una storia diversa.
 
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