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ILVA - capitale&lavoro
I lavoratori non cedono
Le proteste estese in tutta Italia
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Gianmario Leone
28.11.2012
A Taranto proseguono scioperi e occupazioni in vista dell'incontro di domani a Palazzo Chigi. Si teme per il futuro delle acciaierie del gruppo Riva e per migliaia di operai. Tra gli indagati anche il segretario dell'ex arcivescovo e il sindaco Stefàno. L'inchiesta cita anche una tangente di 10 mila euro che avrebbe ammorbidito una perizia del Politecnico

Gianmario Leone - 28.11.2012
 
Si è concluso alle 23 di ieri sera lo sciopero proclamato da Fim, Fiom e Uilm all'Ilva di Taranto, dopo l'annuncio dell'azienda di chiusura dello stabilimento in seguito al sequestro della produzione degli ultimi quattro mesi con il divieto di commercio e spostamento in altri impianti gestiti dal gruppo Riva, da parte della magistratura. La situazione è lentamente tornata alla normalità dopo che nel pomeriggio l'Ilva ha riabilitato i badge dei lavoratori dell'area a freddo, disattivati lunedì in concomitanza con l'annuncio di chiusura. 
La riattivazione è avvenuta nonostante l'attività nell'area resti in gran parte sospesa. Questo perché il cda dell'Ilva ha deciso che sino a quando il tribunale del Riesame non si esprimerà sul ricorso che l'azienda depositerà questa mattina contro il sequestro della produzione, gli impianti dell'area a freddo resteranno fermi. «Spero in un pronunciamento rapido - ha dichiarato il presidente Ilva, Bruno Ferrante - Non mi aspettavo un intervento di questo tipo: che vi fosse una produzione era risaputo a tutti». Peccato, però, che all'Ilva era stata tolta la facoltà d'uso degli impianti dell'area a caldo in merito proprio all'attività produttiva: il sequestro di lunedì non è stato altro che la logica conseguenza per non aver rispettato quanto imposto dal gip Todisco con l'ordinanza dello scorso 26 luglio. 
Intanto però, un obiettivo i sindacati lo hanno raggiunto: l'azienda ha infatti garantito il pagamento degli stipendi di tutti i lavoratori dell'area a freddo, evitando così il ricorso alla cassa integrazione ordinaria per quasi duemila lavoratori, eventualità sulla quale azienda e sindacati non avevano trovato l'accordo la scorsa settimana. Continueranno a lavorare i dipendenti dell'area Servizi e manutenzione, con una riduzione del personale al 50 per cento.
La cronaca di ieri è comunque densa. A partire dall'alba, dinanzi alle portinerie d'ingresso si sono svolti sit-in di lavoratori, con alcuni momenti di tensione tra chi voleva entrare e chi invece invitava allo sciopero. Dopo di che gli uffici della direzione sono stati occupati da alcuni operai, dove una delegazione ha incontrato il direttore dello stabilimento, Adolfo Buffo, raggiunto lunedì da avviso di garanzia, che ha rassicurato gli operai sulla volontà dell'azienda di non smobilitare. 
In un secondo momento, dopo un corteo interno al quale hanno partecipato sia quelli impiegati nell'area a caldo sia quelli dell'area a freddo, gli operai hanno dato vita a presidi interni ed esterni alla fabbrica. Riuscendo a convincere gli impiegati dell'Ufficio personale a lasciare i loro uffici. Cose mai viste durante la gestione del siderurgico del gruppo Riva. Con gli operai che hanno scagliato la loro rabbia contro azienda, governo e sindacati. «Non hanno voluto trovare una soluzione: governo e azienda continuano a usarci - hanno dichiarato - A rimetterci siamo soltanto noi e questa città. Così non può continuare». 
Ma restano comunque i sindacati metalmeccanici i più bersagliati: «Ti ha dato il panino il padrone - hanno urlato un gruppetto di lavoratori quando i rappresentanti sindacali sono scesi nel cortile della direzione per riferire ai circa mille operai presenti i risultati dell'incontro con i vertici dell'azienda - Ci avete svenduto per un panino e una bottiglia d'acqua». «Una decisione giusta per noi - hanno recriminato i lavoratori urlando "venduti" e chiedendo le dimissioni - non l'avete presa. Avete lavorato solo per l'azienda e noi qui a farci il culo». 
Intanto prosegue l'azione della magistratura. Sono cinque, oltre a quelle indicate nelle ordinanze di custodia cautelare eseguite lunedì, le altre persone indagate nell'inchiesta sull'Ilva. Tra queste don Marco Gerardo, segretario dell'ex arcivescovo di Taranto monsignor Benigno Luigi Papa, e il sindaco di Taranto Ippazio Stefano. Il sacerdote è accusato di false dichiarazioni al pm in relazione ad una presunta tangente di 10 mila euro che l'ex responsabile dei rapporti istituzionali Ilva Girolamo Archinà, arrestato lunedì, avrebbe consegnato al consulente del Tribunale nonché ex preside del Politecnico di Taranto Lorenzo Liberti, per addomesticare una perizia sulle fonti di inquinamento. Don Gerardo ha invece riferito che quei 10 mila euro erano donazioni dell'azienda alla curia, venendo però smentito dallo stesso monsignore.
Il sindaco di Taranto è invece indagato per omissioni in atti d'ufficio: la sua iscrizione nel registro degli indagati é un atto dovuto derivante dalla denuncia di un consigliere comunale del Pdl, Filippo Condemi, in merito alla richiesta di risarcimento danni all'Ilva che il Comune non ha ancora presentato. Tra gli altri indagati anche un ispettore della Digos, Cataldo De Michele, accusato di rivelazione del segreto d'ufficio. Inoltre, la Procura ha delegato la Guardia di Finanza a eseguire accertamenti a Bari e a Roma in merito al via libera all'Aia rilasciata il 4 agosto 2011 all'Ilva. Inevitabilmente però, gli occhi sono tutti puntati sull'incontro di giovedì pomeriggio a Palazzo Chigi: nella capitale si deciderà gran parte del destino dell'azienda. Per l'occasione sono state proclamate 8 ore di sciopero dei lavoratori Ilva con manifestazione nazionale a Roma indetta da Fim, Fiom e Uilm.
 
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