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EDITORIALE - capitale&lavoro
Arbitro Parziale
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GUGLIELMO RAGOZZINO - 29.11.2012
GUGLIELMO RAGOZZINO
29.11.2012
La procura di Taranto ha posto sotto sequestro l'Ilva locale accusando titolari e dirigenti di «ridimensionare problematiche anche gravi in materia ambientale», per consentire allo stabilimento «la prosecuzione dell'attività produttiva senza il rispetto, anzi in totale violazione e spregio», delle norme di tutela ambientale. Come risposta ai giudici intransigenti e ai padroni senza vergogna i lavoratori hanno occupato la fabbrica; come per dire, ancora una volta, «la fabbrica è mia, sono infatti io a viverci e a morire».
A questo punto, per ristabilire l'ordine delle cose è entrata in gioco la natura, con la sua ben nota imprevedibilità per menti umane, utilizzando un suo effetto fragoroso non abituale in Italia e nel bacino del Mediterraneo: la tromba d'aria. E così, mentre era al comando di una gru, crollata giù dal pontile in mare, un operaio, ora dato per disperso, è l'unica vittima nota della tromba d'aria.
Un primo punto da considerare è che il caduto svolgeva, lavorando a quaranta metri dal suolo, un'attività di carico e scarico, di quelle a carattere produttivo che il magistrato aveva esplicitamente escluso. Egli faceva quello che gli era stato detto di fare. La gru, dicono gli operai, era vecchia di trent'anni. Funzionava ancora bene, era corretto non averla sostituita? Qual era la sua manutenzione?
L'accusa di investimenti assai esigui nella fabbrica dell'acciaio che viene generalmente rivolta alla direzione e alla proprietà, potrebbe trovare un'ulteriore prova nella gru caduta in mare. La tromba d'aria è poi andata a sfogarsi verso Statte, un paese prossimo all'impianto siderurgico e poi verso nord, verso Bari. Ma fermiamoci a Statte, dove tra molte distruzioni, simili e diverse da quelle causate all'acciaieria, la tromba ha infierito su una scuola. Molto spavento, nove bambini feriti, in modo apparentemente non grave.
Ma la domanda è: come mai i bambini erano lì? Come mai la scuola era aperta? Non c'era previsione di pericoli ambientali? In effetti non c'era. La scuola funzionava perché la Puglia non era stata allertata, non rientrava tra le sette regioni a rischio di «Medusa»: Liguria, Piemonte, Veneto, Friuli, Toscana, Lazio, Campania. Cosa poteva fare «Medusa» - quanto a nomi, soprattutto mitologici, non siamo secondi a nessuno - se non tornare sui suoi passi, (sulle sue piogge in questo caso) come ogni assassino che si rispetti? Come poteva venire alla protezione civile un'idea di qualche altro disastro? Solo ora, a cose - speriamo - fatte, la protezione civile ha lanciato l'allerta generale per tutta la penisola.
Gli operai hanno evacuato la fabbrica che avevano occupato per forza maggiore. La natura, come un arbitro parziale, gli ha decretato contro un ingiusto rigore; però contano di tornare. Contano di avere un rigore a favore domani a Roma, sotto forma di un decreto del consiglio dei ministri.
Qualcuno si accontenterà di una soluzione salva capra e salva cavoli, e di proseguire così, bordeggiando, fino alla prossima Ilva, o Fiat, o Alcoa. Si può trattare con i padroni, con il magistrato, perfino con gli operai, promettere qualcosa a tutti, discutere con tutti, far balenare a tutti qualche guaio peggiore, in puro stile montiano. La natura però è intrattabile. In mancanza di qualche studio più avvertito, almeno le trombe d'aria che da qualche anno rendono il nostro paese simile ai tropici, devono mettere sull'avviso. Se non si vuole rimediare al male sociale di un'alluvione incombente con le misure preventive del caso, almeno si rifletta sulla spesa che ne seguirà, con un colpo esiziale a ogni sperato pareggio di bilancio. L'unico pareggio possibile sta nel non avere conti aperti - e salati - con la natura.
Guglielmo.ragozzino@gmail.com
 
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