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EDITORIALE - politica
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ANDREA FABOZZI - 07.12.2012
ANDREA FABOZZI
07.12.2012
Non è finita. «Arieccolo», ma non è Fanfani. È Silvio Berlusconi. Vuole riprovarci. Una volta vince e una volta perde. L'ultima volta ha vinto. La decisione è presa, «il dado è tratto» per citare l'onorevole Bergamini. Silvio Berlusconi si ricandida per la presidenza del Consiglio. Candidatura, del resto, che lui stesso ha inventato con la «discesa in campo» del '94. E così, l'anno prossimo, il ventennio si potrà compiere. Con il sesto tentativo. A meno che non cambi ancora idea, accontentandosi della spettacolare prova offerta ieri dai suoi adulatori. Capaci di produrre 76 comunicati di felicitazioni in un pomeriggio. Con sfumature dal «Bentornato» al «Vinceremo!». Ma che vinca è difficile. Ha dato forma alla destra italiana, ha portato al governo pulsioni egoistiche ed eversive; ha fatto il suo tempo. Il più felice è Bersani.
Il decreto per le «liste pulite» ha provocato la precipitazione della decisione berlusconiana. Ma da solo non spiega tutto. Perché far saltare il banco, tornare a vestire i panni del populista anti sistema, per quanto conosciuta, è da sempre l'unica carta che il cavaliere ha in mano. La gioca da vent'anni. Anche quando il sistema è lui stesso. La rottura di ieri era contenuta in potenza già nel faticoso passo indietro di un anno fa. Berlusconi sa fare campagna elettorale in un solo modo, anche se piuttosto bene: nel ruolo della vittima e del demagogo. Non che le condizioni sociali non si prestino a simili sirene, il rischio ci sarebbe tutto. Ma è il suo canto che non incanta più. Non ha chance. CONTINUA|PAGINA2 Per questo non è impossibile che, ottenuto in qualche modo il salvacondotto che cerca per sé e qualche intimo, all'ultimo momento passi la mano. Come lo ha invitato a fare persino il Corriere della Sera. Ieri.
Quel che ci resta è un governo senza maggioranza. Un gabinetto chiamato tecnico che sembra piuttosto balneare. Tipo quelli in cui i ministri passavano il tempo a costruirsi il loro futuro politico. In effetti è quello che stanno facendo molti tecnici al governo. E Mario Monti sta affinando una versione professorale del tirare a campare. Ieri, a chi gli chiedeva se avesse ancora senso continuare così, ha risposto: «A cosa si riferisce?». Per esempio al fatto che il primo partito della sua maggioranza non vota più la fiducia.
Crisi politica? Da più di un anno la parola è proibita. Non rientra nelle disponibilità del paese di fronte alla minaccia dello spread. A questo punto mancano in ogni caso pochi mesi alle elezioni, dunque poco male. Ma a che serve aspettare?
Una sola può essere la ragione, dal punto di vista del governo. E la «responsabilità» tanto evocata non c'entra niente. La legge di stabilità, infatti, brutta o bella che sia (è brutta), sarà votata senza sorprese entro natale. Nemmeno la favola della legge elettorale può giustificare il prolungamento della legislatura. Forse solo il presidente Schifani - un altro che ha salutato il ritorno di Berlusconi - crede ancora che sia possibile cambiare il Porcellum. Forse non ci crede più nemmeno lui. No, la realtà è che Monti - che non ha sciolto la riserva sul suo avvenire politico - ha bisogno ancora di qualche mese per trovare un approdo. La sua lista è rimasta un po' spiazzata dal precipitare degli eventi. Casini e Montezemolo non si sono intesi. Nemmeno sulla data del convegno di lancio. Con un po' di tempo ancora ecco che un centro, magari non grande, ma almeno presentabile, si apparecchierà. Per questo, anche senza maggioranza, il governo deve resistere un altro po'. Per lanciare i tecnici, come vuole lo slogan montiano, «verso la terza repubblica». Galleggiando andreottianamente.
 
 
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