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"Con Sandro Medici
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Nunzio D'Erme e la Lista Arancione per Roma. Uno dei nomi storici dell'antagonismo romano avverte Pd e Sel: «La stagione del governo dall'alto è finita». Nessun remake di altre epoche, né rapporti col centrosinistra
Daniela Preziosi - 13.12.2012
«In consiglio comunale, da indipendente del Prc, ci sono arrivato dall'esperienza del coordinamento dei centri sociali. Erano gli anni '90. I centri sociali venivano sgomberati. Era in corso l'aggressione al Leonka di Milano. Da noi, a Roma, c'era stata la delibera di iniziativa popolare per l'assegnazione degli spazi sociali, poi delibera 26». Da quella storica delibera, imposta dall'area antagonista, nasce l'esperienza da cui Nunzio D'Erme va in Campidoglio. Storico dell'area antagonista romana, cinquant'anni, istruttore di nuoto («precario da 30 anni»), una vita nelle lotte per la casa e le occupazioni, dal Corto quand'era ragazzo a Cinecittà bene comune, oggi. Era a Milano nel '94 contro lo sgombero del Leoncavallo. Era il tempo delle 'Tute bianche'. Per il movimento romano, è un compagno e un fratello. Per la destra è il diavolo. Per gli altri, a sinistra, l'emblema di uno stile antagonista che non cambia mai, nel bene. E nel male. Come quando depositò 150 chili di letame davanti a palazzo Grazioli, la casa-ufficio di Berlusconi. Dal '98 D'Erme entra in Campidoglio. Ci resta 9 anni, seconda giunta Rutelli e prima Veltroni, fino al 2006. Gli chiediamo di raccontare com'è andata la sua relazione con il centrosinistra. E perché oggi appoggia «il percorso» di Sandro Medici, «senza nessun interesse personale, la politica è passione e lui può rappresentare anche la Roma di cui faccio parte».
Riprendiamo il filo di quel '98. Chi conosce D'Erme sa che il suo modo di parlare è inarginabile. «Vado in consiglio comunale perché i miei compagni mi danno un mandato collettivo, sennò non l'avrei mai accettato. E tutto questo può succedere perché quella Rifondazione aveva rotto con il primo governo Prodi e aveva fatto la scelta strategica del rapporto con i movimenti. Dentro il movimento romano si apre una contraddizione: chi vede il Prc come il solito partitino, chi vede la possibilità di una prospettiva concreta di cambiamento. Al di là del gruppo dirigente, ci interessava parlare con la sua gente. È un percorso che poi ci porta insieme fino a Genova, nel 2001, alle lotte per la difesa degli spazi sociali, contro i Cpt».
Quella fase dura qualche anno, poi cambia tutto: Rifondazione cambia strategia. Nunzio viene candidato alle Europee, sempre da indipendente, è il secondo dei non eletti nel Lazio, con 26mila voti, ma con gesto significativo Fausto Bertinotti, capolista, opta per due dirigenti del Prc, Roberto Musacchio e Giusto Catania. È il segno della rottura. Poi, la svolta sulla nonviolenza è un segnale chiarissimo: il Prc rompe con i «disobbedienti».
Anche per questo per Nunzio non è immaginabile un remake di quell'esperienza. «In quegli anni l'idea era conciliare l'interesse dei potentati con quello della città e dei settori popolari. Ci hanno provato. Ma hanno perso. L'idea di 'governare il mattone' è stata un fallimento. E oggi il centrosinistra ripropone gli stessi autori di quel fallimento. Roma ha bisogno di una nuova primavera, di istruzione, cultura, arte, per includere i ceti medi e popolari penalizzati dalle scelte catastrofiche di questi anni. Il pareggio in bilancio in Costituzione vuol dire che le amministrazioni future non avranno niente da dare e molto da vessare. In questa logica, ai tagli non c'è fine. Bisogna romperla, con la partecipazione dal basso. Il Pd ricandida la nomenklatura che ha garantito vecchi e nuovi poteri, soprattutto immobiliari. Per anni non si è vista una casa popolare. Il Pd ha fatto la battaglia per non svendere l'Acea: ma chi aveva deciso di privatizzarla? Loro».
Nessun rapporto dunque con il centrosinistra? «Con il centrosinistra si può anche parlare, ma il punto è che siamo tornati a chi pensa che i movimenti siano una fase infantile della politica. Non è vero, e molti compagni di Sel dovrebbero saperlo bene. Sel nei movimenti ha anche le sue postazioni. Ma i suoi dirigenti si pongono solo il problema di spostare comunità intere sulle scelte che fanno. Poi dentro Sel ci sono tanti bravi compagni, ma anche dentro il Prc, o i 5 stelle, e l'Idv. La verità è che non si capisce questo centrosinistra dov'è radicato. Io penso a piazza Tahrir, ai processi democratici di massa in Bolivia, Venezuela, Uruguay, Argentina. Invece il ceto politico del centrosinistra pensa che andare al governo sia l'unico modo di cambiare le cose. Ha campato con le briciole di potere, ha trasformato le cooperative in un surrogato sociale, ha distribuito un po' di soldi e si è preso il suo pezzettino. Ora la crisi ha spazzato tutto, sopravvivranno i più forti, e se la tua base sociale è una clientela è finita anche per te. Bisogna ripartire dalla democrazia partecipata, immaginare una nuova primavera con la forza di chi nei quartieri ha fatto fronte al degrado, alla gente che si è organizzata per renderli più vivibili, ha aperto ambulatori autogestiti per rivendicare il diritto alla salute. La scorsa settimana a Roma sono partite 8 nuove occupazioni: tutti i movimenti di lotta per la casa si sono riuniti per rivendicare il diritto ai beni in dismissione o invenduti, in una città dove ci sono 200mila case sfitte». «Il movimento è già politica, che si organizza. E la rappresentanza è un problema che deve porsi. Bisogna fare un fronte comune per rompere il cappio del debito, come Syriza in Grecia, ricostruire una speranza, stare nel malessere sociale per piegarlo verso un modello di trasformazione». «Sandro Medici è amministratore da tre legislature, in uno dei municipi con la maggior densità abitativa di Europa ha dato visibilità a forze nuove, ai diritti negati. Il suo lavoro darà di sicuro un risultato, perché si è candidato per raggruppare un ampio processo di percorsi democratici. E dico anche rivoluzionari: perché l'autogestione e l'autogoverno sono le nuove istituzioni sociali, l'antidoto alla crisi, il progetto della nuova società».





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