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MUSICA - visioni, cultura
Ravi Shankar, un guru e un sitar
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Marco Boccitto
13.12.2012
Scompare in California, all'età di 92 anni, il grande maestro della tradizione indiana, amato dai Beatles e da John Coltrane. Inorridiva al pensiero che qualcuno barasse con la sua musica. Nessuno alla sua altezza

Marco Boccitto - 13.12.2012
Si è spento in California a 92 anni Ravi Shankar, l'uomo che ha fatto conoscere più di ogni altro i tesori della musica classica indiana al resto del mondo. E già che c'era ha indicato nuove direzioni sonore ai Beatles e ai Rolling Stones, spalancato larghi orizzonti spirituali a John Coltrane, reso un po' più "massimalista" la formula di Philip Glass, intrecciato con Yehudi Menuhin e Zubin Mehta i cascami delle rispettive tradizioni colte. Da pari a pari, da guru a guru. A proposito di forme: lo sfizio di scrivere la prima «sinfonia per sitar e orchestra» Shankar se l'è tolto che aveva già 90 anni. Ma partire da qui sarebbe fuorviante, almeno quanto lo è far risalire la sua "fortuna" all'incontro con George Harrison (con lui nella foto) e alla stima devota di tanti musicisti occidentali. Ancora più insensata rischia di suonare oggi la definizione "world music" applicata alla sua arte, al rigore con cui lui l'ha concepita. World music semmai è la solerzia con cui Harrison mise in pratica i primi rudimenti sulla tecnica del sitar in Norwegian Wood, o le modalità con cui lo strumento-totem della musica indiana, 6 corde melodiche e 25 simpatetiche, cioè che risuonano per simpatia - irrompe da quel momento in poi nella storia del rock.
Shankar stette al gioco partecipando a Woodstock, a Monterey e al Concerto per il Bangladesh, perché del movimento hippie percepiva l'energia. Solo, inorridiva al pensiero che qualcuno barasse con la sua musica, che pensasse fosse ammesso innamorarsene per capriccio. Il suo spingersi ai limiti del "lecito", in fondo, racconta la sfida che è propria della tradizione dei raga e della scuola carnatica, un codice così complesso e stratificato, matematico quanto e più di Bach, un sistema di regole così strutturato che acquista un senso compiuto solo quando incontra un artista capace di superarlo, di onorare il canone e allo stesso tempo aggirarlo. In questo nessuno ha indossato il titolo di pandit (maestro) e quello di «ambasciatore del patrimonio culturale indiano» con tanta naturalezza, né ha saputo tirar fuori da un sitar un linguaggio altrettanto universale, fatto di risonanze, timbri, significati. La stessa potenza espressiva di cui si è servito Attemborough per il suo Gandhi , un suono che però riempie lo schermo e diventa attore protagonista, insieme agli sguardi, nel musicalissimo cinema di Satiajit Ray.
Ravi Shankar nasce bramino nel 1920 a Varanasi. Gli esordi da piccolo, in Europa, come danzatore nella compagnia del fratello Uday. Danzando danzando, tra Parigi e gli States, ha l'opportunità di vedere Strawinsky e Toscanini. Vede Cab Calloway al Cotton Club. E negli anni 40 è già una star del sitar, in India. Oltre alla moglie Sukanya, a tre nipoti e quattro pronipoti, Ravi Shankar lascia una figlia - la celebre cantante Norah Jones - che non ha mai riconosciuto ufficialmente e dalla quale è stato ripagato con simile moneta. E un'altra figlia - la virtuosissima sitarista Anoushka Shankar - di cui è stato ovviamente inflessibile maestro unico e che in cambio del feroce apprendistato a cui è stata sottoposta gli ha regalato una vibrante dichiarazione d'amore in forma di biografia, un libro che porta il titolo eloquente di Bapi: The Love of My Life .
 
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