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COMMENTO
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sociale
Cosa ci dicono quei cori
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ALESSANDRO DAL LAGO - 07.01.2013
pallonata di Boateng in tribuna, seguita dall'uscita dal campo, è stata una liberazione per qualsiasi giocatore costretto finora a tollerare i cori razzisti. In un certo senso, il gesto del giocatore del Milan fa giustizia di tutti i distinguo, gli equilibrismi e la finta indignazione con cui il baraccone italiano del calcio ha reagito (o, meglio, non ha reagito) al razzismo negli stadi. Le norme ci sono: il responsabile dell'ordine pubblico allo stadio può chiedere all'arbitro di interrompere le partite e l'arbitro può farlo. Tutto il resto è retorica pallonara e dimostra solo che in Italia il razzismo ufficiale, gridato, pubblico è stato sempre tollerato nei fatti, anche se untuosamente deplorato da qualcuno a parole.
Detto questo, la vicenda di Busto Arsizio è una piccola finestra sulla straordinaria ipocrisia di cui si nutre - in Italia più che altrove - lo spettacolo politico. La Lega, che forse alcuni, ancora oggi, considerano un innocuo movimento localista, ha sempre alimentato il razzismo: dai manifesti contro gli ambulanti stranieri gli albanesi o i rumeni criminali, fino agli slogan contro i terroni e alle scemenze sugli insegnanti meridionali. E ha sempre tollerato, se non favorito, la presenza nella sua base di gruppuscoli di estrema destra (di cui un Borghezio è un'espressione). Di conseguenza, sia l'ex ministro Maroni, notoriamente specializzato in «contrasto dell'immigrazione clandestina», sia il sindaco di Verona Flavio Tosi, condannato in via definitiva nel 2009 per razzismo, fanno francamente ridere quando prendono le distanze dai razzisti di Busto Arsizio. A modo suo, il prode Reguzzoni è più coerente con il proprio universo culturale e morale quando dà della «mammoletta» a Boateng.
Ma anche lo sdegno di Berlusconi è assai peloso. Con il mondo in cui la cultura razzista ha potuto avere dignità di parola lui, in questi anni, ha trafficato in lungo e in largo, dall'arruolamento nelle sue coalizioni di fascisti duri e puri come Storace fino, appunto, al ventennale rapporto con la Lega. E, per quanto riguarda il Milan, è un dato di fatto che la sua tifoseria organizzata, che alla fine degli anni Ottanta era complessivamente di sinistra, oggi è schierata in grande maggioranza dall'altra parte e soprattutto è stata infiltrata da gruppuscoli di estrema destra se non criminali. Lo scioglimento forzoso nel 2005 della Fossa dei leoni, una delle formazioni ultrà più antiche d'Italia, si colloca perfettamente in questo quadro: al gruppo, che manteneva un atteggiamento indipendente rispetto alla società e non si era allineato alla dominante cultura di destra veniva letteralmente intimato, dagli altri ultrà, di non farsi più vedere allo stadio, pena pesanti rappresaglie (in un paio di casi le minacce hanno avuto un seguito).
Oggi, Berlusconi gioca all'antirazzista nel disperato tentativo di rifarsi una faccia presentabile alle elezioni, così come ha strizzato l'occhio agli elettori di Grillo e spara bordate, proprio lui, contro la finanza mondiale. Ma la realtà di un paese che in vent'anni si è impoverito e incattivito, e ha tollerato che il razzismo divenisse più o meno legittimo nel discorso pubblico, resta. Proprio questo ci dicono i cori di Busto Arsizio.
Detto questo, la vicenda di Busto Arsizio è una piccola finestra sulla straordinaria ipocrisia di cui si nutre - in Italia più che altrove - lo spettacolo politico. La Lega, che forse alcuni, ancora oggi, considerano un innocuo movimento localista, ha sempre alimentato il razzismo: dai manifesti contro gli ambulanti stranieri gli albanesi o i rumeni criminali, fino agli slogan contro i terroni e alle scemenze sugli insegnanti meridionali. E ha sempre tollerato, se non favorito, la presenza nella sua base di gruppuscoli di estrema destra (di cui un Borghezio è un'espressione). Di conseguenza, sia l'ex ministro Maroni, notoriamente specializzato in «contrasto dell'immigrazione clandestina», sia il sindaco di Verona Flavio Tosi, condannato in via definitiva nel 2009 per razzismo, fanno francamente ridere quando prendono le distanze dai razzisti di Busto Arsizio. A modo suo, il prode Reguzzoni è più coerente con il proprio universo culturale e morale quando dà della «mammoletta» a Boateng.
Ma anche lo sdegno di Berlusconi è assai peloso. Con il mondo in cui la cultura razzista ha potuto avere dignità di parola lui, in questi anni, ha trafficato in lungo e in largo, dall'arruolamento nelle sue coalizioni di fascisti duri e puri come Storace fino, appunto, al ventennale rapporto con la Lega. E, per quanto riguarda il Milan, è un dato di fatto che la sua tifoseria organizzata, che alla fine degli anni Ottanta era complessivamente di sinistra, oggi è schierata in grande maggioranza dall'altra parte e soprattutto è stata infiltrata da gruppuscoli di estrema destra se non criminali. Lo scioglimento forzoso nel 2005 della Fossa dei leoni, una delle formazioni ultrà più antiche d'Italia, si colloca perfettamente in questo quadro: al gruppo, che manteneva un atteggiamento indipendente rispetto alla società e non si era allineato alla dominante cultura di destra veniva letteralmente intimato, dagli altri ultrà, di non farsi più vedere allo stadio, pena pesanti rappresaglie (in un paio di casi le minacce hanno avuto un seguito).
Oggi, Berlusconi gioca all'antirazzista nel disperato tentativo di rifarsi una faccia presentabile alle elezioni, così come ha strizzato l'occhio agli elettori di Grillo e spara bordate, proprio lui, contro la finanza mondiale. Ma la realtà di un paese che in vent'anni si è impoverito e incattivito, e ha tollerato che il razzismo divenisse più o meno legittimo nel discorso pubblico, resta. Proprio questo ci dicono i cori di Busto Arsizio.





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