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AL VOTO - politica
Desistere adesso non si può
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DOMENICO CIRILLO
18.01.2013
Bersani e Monti sempre più vicini. Il segretario smentisce intese, ma conferma l'intenzione di collaborare dopo il voto. E il professore non lo attacca mai. I «Rivoluzionari» invece sono divisi, Ingroia oscilla, poi esclude accordi. In Lombardia lista arancione debole, ma forte in Campania.

DOMENICO CIRILLO - 18.01.2013
Desistenza sì o no? Antonio Ingroia oscilla, prima non esclude di ragionare sul «rischio di disperdere voti senatoriali», ma solo dopo aver raccolto le firme (le liste vanno consegnate entro il 21 gennaio), poi diffonde una nota ufficiale dall'incipit ultimativo. «Escludo patti di desistenza. Non c'è alcun patto dietro le quinte con il Pd». Il finale però è di nuovo possibilista: «È impensabile parlare di desistenza se prima il Pd non chiarisce i suoi rapporti con Monti». Le indecisioni sono il segno delle discussioni interne al movimento e ancor di più degli approcci pasticciati del Pd, incerto se concedere qualcosa pur di non veder svanire la vittoria in Lombardia, ma poi frenato dalla paura di alleanze con i partiti della falce e martello, Di Pietro e gli ultras delle polemiche con il Quirinale. Difficile che si riesca a costruire qualcosa in extremis, malgrado la logica lo imporrebbe. Anche perché i democratici si avvicinano ogni giorno che passa a Monti e a tempo perso già lanciano la campagna anti Rivoluzione civile e per il voto utile.
La diffusione della notizia di una telefonata tra Bersani e Monti - ufficialmente il colloquio era dedicato alla guerra in Mali - non ha fatto che confermare l'impressione crescente che tra il Pd e il professore ci sia un patto di non aggressione. Monti si dedica a bastonare Berlusconi, e l'ala sinistra della coalizione di centrosinistra (interna o esterna al Pd, politica o sindacale che sia). Bersani ripete il mantra della coalizione che punta al 51%, ma che dopo averlo eventualmente raggiunto si attrezza a comportarsi come avesse il 49%, per provare ad allargarsi al centro «perché la situazione del paese non accetta faziosità». Qualche colpo al presidente del Consiglio il segretario del Pd deve pur darlo, per non rischiare di disorientare i suoi, e infatti dice che «non si governa senza popolo» e attacca «i partiti personali che sono il cancro della democrazia». Quello di Monti, in fondo, più che un partito è una lista. Ed è vero che il segretario Pd rimarca come, pur avendo vinto le primarie, lui è «l'unico che non ha messo il nome sulla lista». Ma a guardar bene ad averlo fatto non è solo l'avversario Monti, ma anche l'alleato Vendola. In ogni caso Bersani per il professore ha anche una carezza, la sua salita in campo «ci ha sorpreso, ma quando si è convinti di fare qualcosa di buono per il paese non si sbaglia mai». Dalla parte di Monti la smentita dell'accordo tra gentiluomini si spinge al massimo a spiegare che di «patti» non si parla in campagna elettorale, ma solo dopo le elezioni. In pratica una conferma.
Se Bersani si avvicina a Monti, inevitabilmente le prime sofferenze arrivano dal partito di Nichi Vendola, che infatti invita a non sopravvalutare gli scambi di battute tra leader e a riflettere sul fatto che le distanze programmatiche tra il centrosinistra e Monti restano grandi. Però, mentre Bersani ci gira attorno dicendo che «senza fare polemiche» in Italia «non c'è nessun altro che può chiudere con questa destra a parte noi», viene proprio da Sel il più netto appello al voto utile. Gennaro Migliore definisce Rivoluzione civile nulla più che «una lodevole iniziativa di testimonianza» mentre «alcune cose si possono cambiare solo stando al governo». «Non vorrei - aggiunge il dirigente vendoliano - che ci fosse una sottovalutazione del pericolo della destra peggiore, Berlusconi più la Lega, a partire dalla Campania. Tutti i voti che non andranno all'alleanza Pd-Sel andranno ad alimentare la rete di potere berlusconiana».
Un'uscita che chiaramente testimonia la preoccupazione, innanzitutto in Campania dove a una lista debole del Pd (dietro la giornalista del Mattino Capacchione c'è il vecchio Zavoli e qualche democratico con problemi con la giustizia) al senato corrisponde uno schieramento che dovrebbe vedere assieme il giuslavorista Piergiovanni Alleva e l'assessore di Napoli Sergio D'Angelo - oltre a poter contare sul traino del sindaco De Magistris. Musica diversa nell'altra regione a rischio per il centrosinistra, la Lombardia, dove Rivoluzione civile ha poche speranza di superare lo sbarramento e schiera come capolista la segretaria regionale del Prc. In Sicilia invece il giornalista di Rainews Maurizio Torrealta potrebbe aggiungersi al capolista Li Gotti (ieri sotto attacco da parte di un sempre più polemico Gianfranco Mascia del Popoloviola) e ancora a una giornalista, Sandra Amurri del Fatto. A Migliore ha replicato prima Maurizio Zipponi dell'Idv, secondo il quale «Sel è pronta ad appoggiare il prossimo governo dei banchieri alla faccia dei diritti dei lavoratori», poi il segretario del Prc Paolo Ferrero: «Effettivamente Sel non fa nessuna testimonianza, semplicemente chiede voti a sinistra per governare con la destra di Monti. In Italia questo si chiama trasformismo».
 
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