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MONDO - mondo
Blitz di sangue in Algeria
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ANNA MARIA MERLO
18.01.2013
Morti 35 ostaggi e 15 rapitori. Ma le notizie sono confuse. L'assalto dell'esercito algerino al sito di estrazione di gas, nelle mani di un gruppo di islamisti, finisce in tragedia. Sul fronte maliano si continua a combattere «a terra e nei cieli». Hollande in difficoltà.

ANNA MARIA MERLO - 18.01.2013
L'esercito algerino è intervenuto nel sito di estrazione di gas d'In Amenas, dove un gruppo armato di islamisti seguaci di Mokhtar Belmokhtar il «guercio» aveva preso decine di ostaggi, ed è stato un bagno di sangue. Londra, soprattutto Tokyo, ma anche Parigi e Washington hanno reagito, chiedendo spiegazioni ad Algeri per «le condizioni drammatiche» (parole di Hollande) in cui ha avuto luogo l'intervento, che non ha tenuto conto della vita degli ostaggi.
Le informazioni sono trapelate con il contagocce, ma secondo alcune fonti degli elicotteri avrebbero bombardato una colonna di assalitori che cercava di portare degli ostaggi in un luogo più sicuro. 34 ostaggi e 15 rapitori sarebbero stati uccisi nell'attacco. Alcuni - sembra sette - sono stati liberati o sono riusciti a scappare, come anche numerosi algerini (una fonte parla di 600 persone) che erano stati presi prigionieri. L'esercito algerino afferma di aver liberato 25 ostaggi stranieri, 4 sarebbero stati liberati al momento dell'assalto (un francese, un keniano, 2 scozzesi). L'Irlanda ha confermato la liberazione di un suo cittadino. Nel blitz sarebbe rimasto ucciso anche il capo operativo del gruppo islamista, Abou El-Barra. Un tentativo di trattativa sarebbe fallito e avrebbe aperto la strada all'attacco con gli elicotteri: per l'Algeria la zona di estrazione del gas e del petrolio è molto securizzata, perché qui risiedono le fonti di ricchezza del paese. Il sito di In Amenas è sfruttato al 45% dalla Bp britannica, assieme alla Sanatrach, il gruppo algerino di idrocarburi e alla norvegese Statoil. Da qui viene estratto un sesto della produzione di gas del paese e le esportazioni rappresentano il 18% sul totale dell'export di gas algerino. La Bp ha annunciato ieri l'evacuazione dall'Algeria di tutto il suo personale «non essenziale». Il gruppo di Mokhtar Belmokhtar, islamista algerino addestrato in Afghanistan, è il più ricco della regione, specializzato in traffici e sequestri.
François Hollande ha affermato, confermando l'operazione in corso nel pomeriggio, di avere «piena fiducia negli algerini». Ma l'operazione dell'esercito africano è stata ben lungi dalla «migliore soluzione» auspicata a Parigi. Per tutta la giornata sono arrivate informazioni confuse, a volte contraddittorie, provenienti dall'agenzia stampa algerina, da Al Jazeera e dall'Ani, agenzia della Mauritania voce degli islamisti. Nessun giornalista occidentale è sul posto. A Parigi Hollande ha preferito limitare al massimo le informazioni, perché rischiano «di essere sorpassate dagli avvenimenti», ha precisato il presidente.
Il sequestro degli ostaggi a In Amenas ha internazionalizzato l'intervento francese in Mali, coinvolgendo cittadini di varie nazionalità. Per il ministro degli esteri, Laurent Fabius, «non siamo soli, siamo precursori». I sequestratori hanno affermato di aver agito «in rappresaglia» alla presenza francese in Mali, ma probabilmente, come ha sottolineato anche l'ex ministro della difesa Gérard Longuet, «non c'è un legame diretto, perché una presa d'ostaggi richiede preparazione, ci sono evidentemente volute settimane per far arrivare uomini e mezzi». L'azione francese può essere stata però «l'elemento scatenante» dell'operazione di sequestro, che ha rivelato l'ampiezza del controllo della zona raggiunto dagli islamisti armati. L'Algeria si trova ora in pieno in un conflitto che ricorda il periodo nero della guerra civile degli anni '90-2000, anche se allora non c'era mai stato un maxi sequestro dell'entità di quello di In Amenas.
Sul fronte malino, gli Usa hanno già inviato aerei di rifornimento e droni a supporto dei francesi. La Gran Bretagna è presente con degli aerei da trasporto Transall e due apparecchi simili sono stati promessi dalla Germania alla forza africana. Ieri, il ministro della difesa, Jean-Yves Le Drian, ha incontrato a Berlino il suo omologo Thomas de Mazière. 2mila soldati del Ciad arrivano oggi a Bamako, dei militari sono già arrivati dalla Nigeria, potenza regionale anglofona. Il Togo ha promesso rinforzi. Il Canada ha inviato un aereo da trasporto gigante C17. Ma per il momento, nessun paese sembra disposto a mandare dei militari a combattere in Mali accanto ai francesi.
A Bamako sono arrivati ieri dei Puma francesi e altri armamenti. La presenza di forze terrestri francesi sul suolo del Mali è messa in discussione anche a Parigi, dove alcuni politici, tra cui l'ex primo ministro di destra Alain Juppé, si interrogano sull'opportunità di un'implicazione così diretta. Come per gli Usa, la strategia del lead from behind, di copertura logistica dell'intervento degli africani, è considerata da molti maggiormente opportuna. L'union sacrée politica comincia così a mostrare le prime piccole crepe, dopo la discussione in parlamento di mercoledì, che ha messo in luce soprattutto la preoccupazione dell'isolamento della Francia e le critiche per il mancato voto del parlamento prima dell'operazione. «Non possiamo essere i mercenari d'Europa» afferma Pierre Lellouche, presidente (Ump) del gruppo Sahel dell'Assemblea. L'opinione pubblica è ancora in grande maggioranza dietro Hollande.
 
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