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ROMA CAPITALE - politica
Sulle tangenti per i bus Alemanno
difende l'ex camerata
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GILDA MAUSSIER
27.01.2013
CapitaleUn nuovo scandalo coinvolge il "cerchio magico" del primo cittadino. Secondo le rivelazioni di un faccendiere, la Breda Menarini avrebbe pagato per un appalto sui trasporti.

GILDA MAUSSIER - 27.01.2013
Appena il tempo di imbastire un'ultima cerimonia utile per la campagna elettorale - il gemellaggio tra Roma e la città di Tabga, in Galilea, con la posa della targa commemorativa e il relativo lancio mediatico sulla «pace in Medioriente» - che Gianni Alemanno è già in viaggio dalla Terrasanta verso il Campidoglio. Dove ad attenderlo c'è una conferenza stampa convocata in tutta fretta per tentare di difendersi dall'ultimo scandalo giudiziario con cui rischia di suggellare cinque anni di drammatico governo capitolino. Ieri infatti il pubblico ministero Paolo Ielo ha inoltrato alla Svizzera una richiesta di rogatoria per analizzare i conti utilizzati dall'imprenditore italo praghese Edoardo D'Incà Levis, testimone d'accusa nell'inchiesta sulla presunta tangente che l'azienda bolognese Breda Menarini avrebbe pagato per essere favorita nella fornitura di 45 bus per Roma Metropolitane. Nella mazzetta da 600 mila euro che sarebbe stata pagata dall'ex ad di Breda Menarini, Roberto Ceraudo (arrestato giovedì scorso), c'erano, secondo le rivelazioni di D'Incà Levis, anche «risorse finanziarie destinate alla segreteria di Alemanno». Ma, mentre l'opposizione chiede in coro le sue dimissioni, in conferenza stampa il sindaco si difende strenuamente: «Il Comune di Roma non può avere nulla a che fare con questa vicenda - ha detto - l'amministrazione non poteva avere influenza su questa gara, il potere d'influenza da parte nostra era zero». E annuncia: «Mi ricandiderò e non tornerò indietro per colpa di queste confuse affermazioni. Credo che i cittadini non si faranno influenzare da queste sciocchezze».
Gli inquirenti intanto stanno verificando le dichiarazioni dell'imprenditore italo praghese e anche la posizione di Riccardo Mancini - ex ad dell'Ente Eur, uno degli ex camerati entrati nel cerchio magico del sindaco, che si è dimesso poco dopo l'arresto di Ceraudo - ritenuto destinatario di una parte della tangente. Nell'inchiesta del pm Ielo è coinvolto anche Lorenzo Borgogni, ex responsabile delle relazioni esterne di Finmeccanica, Lorenzo Cola, ex consulente esterno del colosso di piazza Monte Grappa, e Marco Iannilli, commercialista di Cola. D'Incà Levis, i cui conti sono già stati bloccati dalle autorità elvetiche, ha raccontato di un meccanismo di sovrafatturazioni con il quale avrebbe creato un «fondo nero» utilizzato da Ceraudo per la tangente. I bus della Breda Menarini, del gruppo Finmeccanica, destinati alla tratta Laurentina-Tor Pagnotta, nel quadrante romano dell'Eur, sono costati 20 milioni di euro e non sono mai entrati in circolazione. «Il signor D'Incà Levis - ha annunciato ieri l'avvocato dell'imprenditore, Alessandro Diddi - ha fornito documentazione inconfutabile di ciò che è accaduto ed altra ne consegnerà nei prossimi giorni così che potranno essere messe a tacere tutte le illazioni riguardanti possibili strumentalizzazioni politiche».
Il sindaco Alemanno però appare sicuro di sé spiegando che la sua amministrazione non può essere coinvolta nel giro di tangenti perché «quando fu pubblicato il bando di gara, il 28 gennaio 2008, ancora non si erano svolte le elezioni, e quando fu definita la presentazione delle offerte, il 28 aprile 2008, ancora non si sapeva chi era stato eletto e io non ero sindaco di Roma». In quello stesso giorno, nel pomeriggio, «quando è ancora in corso lo spoglio elettorale», racconta ancora il sindaco, «venne nominata dai vertici di Roma Metropolitana la commissione di gara. Quindi non c'è nessuna possibilità di influenzare da parte della nostra amministrazione». E ancora: «Penso che Mancini, che è stato importante nella mia campagna elettorale, non sia coinvolto in questa vicenda. A quale titolo veniva messo in mezzo?». Una risposta la suggerisce il fido Maurizio Gasparri, presidente dei senatori Pdl, alimentando il sospetto che «proprio mentre si svela lo scandalo Mps, con una lunga storia di coinvolgimenti del Pci-Pds-Pd nella vita della banca, si alimentano campagne di denigrazione contro Alemanno e Formigoni, che respingono accuse e illazioni». La strategia di difesa punta su questa rotta: al Pd che ne chiede le dimissioni, il primo cittadino di Roma più esplicitamente risponde definendo «inaccettabile» la modalità di gettare «l'amministrazione nella rissa elettorale» e «trasformare ogni vicenda in un polverone mediatico».
Eppure, fa notare Paolo Gentiloni, candidato alle primarie di centrosinistra per il Campidoglio, «Alemanno non ha chiarito nulla. Sarà la magistratura a definire le responsabilità penali individuali, ma la posizione di Alemanno e il susseguirsi degli scandali legati al suo entourage, non sono più sostenibili».
 
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