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GIANFRANCO CAPITTA - 08.02.2013
Certo, sarebbe stato un gesto di genialità munifica (e anche furba, dato il momento) quella di risparmiare il barile ormai raschiatissimo del Fondo pubblico per lo spettacolo, in questo imbuto elettorale dove ogni giorno casca a pezzi uno dei soprammobili di pregio di casa Italia.
Ma il ministro Ornaghi non ha pudore, e nemmeno alcuna forza contrattuale: era meglio se ne restasse all'università cattolica che non finire come il necroforo della cultura italiana. E' riuscito a fare assolutamente nulla in questo anno di governo tecnico: né un gesto, né un'idea. Ci lascia, tuttavia, due gaffe micidiali.
La prima con la nomina, dal nulla, di Giovanna Melandri alla presidenza del Maxxi. Discussioni, incredulità, gran polverone. E l'ingrata, dopo poche settimane, dà pure ragione a chi vedeva l'episodio come diseducativo e senza motivazione alcuna, dimostrando con l'assurda e inaccettabile censura alla proiezione del film di Emmott nel "suo" museo, che i politici non possono proprio avere responsabilità culturali pubbliche, non ne sono capaci, usano al più il bilancino delle abbuffate televisive cui siamo costretti in questi giorni. E che anche l'arte (sembra una bestemmia, se non è di regime) sottostia alla par condicio, ovvero all'ignoranza sistematica.
Ieri l'altro bel colpo, che non varrà ad Ornaghi di passare alla storia, al massimo a quella dei ministri culturali peggiori. Non sarà certo il suo "taglietto", per quanto sanguinario, al Fus a uccidere definitivamente lo spettacolo in Italia. Si erano già adoperati con successo i suoi predecessori. La sua nonchalance in questa campagna elettorale passa però il limite. Dimostra che non sa nulla di quanto dovrebbe governare: se andasse in giro per qualche teatro o concerto, capirebbe che la maggior parte degli attori o dei musicisti non ha scritture neanche di due giorni in questa stagione.
Capirebbe che molte compagnie (societarie o cooperative è lo stesso, e perfino qualche istituzione pubblica) si appresta a portare i libri in tribunale per inadempienze o fallimento. Ma soprattutto, alla faccia della overdose di chiacchiere (di destra e di sinistra, ahinoi) che siamo costretti a subire in questi giorni, nessuno è in grado di avanzare un'idea, un progetto, un sogno che abbia a che fare con la cultura come risorsa. Qualcuno ogni tanto accenna all'argomento, sfidando il ridicolo mentre le forsennate passerelle tv si moltiplicano e i pezzi di Pompei (ma non solo) continuano a cadere. Che tristezza deludente. Non da parte di Ornaghi che magari si farà schermo del gogoliano revisore di spese Bondi (genio multiforme capace di passare dal salvataggio dello yogurt alla chiusura degli ospedali romani, alle improbabili liste montiane). Ma dell'intero ceto politico, che della cultura continua a farsi solo orpello, amanti o lucro, ma che forse è proprio meglio non sappia cosa sia.
Ma il ministro Ornaghi non ha pudore, e nemmeno alcuna forza contrattuale: era meglio se ne restasse all'università cattolica che non finire come il necroforo della cultura italiana. E' riuscito a fare assolutamente nulla in questo anno di governo tecnico: né un gesto, né un'idea. Ci lascia, tuttavia, due gaffe micidiali.
La prima con la nomina, dal nulla, di Giovanna Melandri alla presidenza del Maxxi. Discussioni, incredulità, gran polverone. E l'ingrata, dopo poche settimane, dà pure ragione a chi vedeva l'episodio come diseducativo e senza motivazione alcuna, dimostrando con l'assurda e inaccettabile censura alla proiezione del film di Emmott nel "suo" museo, che i politici non possono proprio avere responsabilità culturali pubbliche, non ne sono capaci, usano al più il bilancino delle abbuffate televisive cui siamo costretti in questi giorni. E che anche l'arte (sembra una bestemmia, se non è di regime) sottostia alla par condicio, ovvero all'ignoranza sistematica.
Ieri l'altro bel colpo, che non varrà ad Ornaghi di passare alla storia, al massimo a quella dei ministri culturali peggiori. Non sarà certo il suo "taglietto", per quanto sanguinario, al Fus a uccidere definitivamente lo spettacolo in Italia. Si erano già adoperati con successo i suoi predecessori. La sua nonchalance in questa campagna elettorale passa però il limite. Dimostra che non sa nulla di quanto dovrebbe governare: se andasse in giro per qualche teatro o concerto, capirebbe che la maggior parte degli attori o dei musicisti non ha scritture neanche di due giorni in questa stagione.
Capirebbe che molte compagnie (societarie o cooperative è lo stesso, e perfino qualche istituzione pubblica) si appresta a portare i libri in tribunale per inadempienze o fallimento. Ma soprattutto, alla faccia della overdose di chiacchiere (di destra e di sinistra, ahinoi) che siamo costretti a subire in questi giorni, nessuno è in grado di avanzare un'idea, un progetto, un sogno che abbia a che fare con la cultura come risorsa. Qualcuno ogni tanto accenna all'argomento, sfidando il ridicolo mentre le forsennate passerelle tv si moltiplicano e i pezzi di Pompei (ma non solo) continuano a cadere. Che tristezza deludente. Non da parte di Ornaghi che magari si farà schermo del gogoliano revisore di spese Bondi (genio multiforme capace di passare dal salvataggio dello yogurt alla chiusura degli ospedali romani, alle improbabili liste montiane). Ma dell'intero ceto politico, che della cultura continua a farsi solo orpello, amanti o lucro, ma che forse è proprio meglio non sappia cosa sia.




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