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Scontro Pd-Pdl su La7
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Il cda di Telecom tratta la vendita de La7 a Urbano Cairo e in redazione domina l'attesa. Oggi assemblea dei redattori. Il nuovo (salvo sorprese) proprietario: «Linea editoriale confermata»
Carlo Lania - 20.02.2013
«Noi non temiamo niente, ma è chiaro che quanto è successo non può non generare ansia e preoccupazione». Il giorno dopo la decisione del cda di Telecom di trattare la vendita de La7 in esclusiva con Urbano Cairo, in redazione domina l'attesa di vedere quali saranno le prossime mosse dell'uomo che, salvo sorprese, sarà il nuovo editore dell'emittente. «E' chiaro che sulla vendita si è consumata una partita tutta politica, che non ha niente a che vedere con il debito Telecom. Del resto basta leggere i giornali per rendersene conto» spiega Stefano Ferrante, del comitato di redazione. Un'ulteriore conferma arriva dalle agenzie dove per tutto il giorno a far da padrone c'è lo scambio di battute tra Bersani e Berlusconi proprio sulla cessione del La7. Comincia il segretario Pd: «Tendo a ragionare come se fossi al governo - dice -: devo preoccuparmi che le decisioni avvengano senza conflitti di interessi o posizioni dominanti e che ci sia una traiettoria industriale. Non so se Cairo è collegato a Mediaset - prosegue Bersani -. Ci sono delle autorità che si occupano di queste cose ma chi governa è amico di tutti e parente di nessuno». Parole lette dal cavaliere come una minaccia, e sufficienti per farlo partire all'attacco. «Su La7 Bersani ha fatto un avvertimento mafioso. Ha detto: aspettate a vendere perché se saremo al governo interverremo a fare non so cosa a Mediaset per cui La7 varrà di più. E' una situazione da denunciare». Controreplica del leader Pd: «A Berlusconi le regole danno l'orticaria».
Siparietti elettorali a parte, è chiaro che la domanda principale è sul futuro dell'emittente. Secondo Franco Bernabè - che ha definito quella di Cairo come «l'offerta migliore» - la vendita potrebbe concludersi nell'arco di due settimane. Da parte sua, per ora il patron del Torino ha mandato messaggi rassicuranti, escludendo di voler fare una tv berlusconiana, confermando l'attuale linea editoriale e spiegando di voler puntare su news e approfondimenti. «Non sarà certo lì che andremo a tagliare i costi», ha aggiunto sottolineando di voler proseguire con tutti i volti più noti dell'emittente - Mentana, Lerner, Santoro, Formigli, Gruber: «professionisti validissimi che non ho alcuna intenzione di cambiare», ha giurato.
Rassicurazioni che ieri confortano solo fino a un certo unto i 90 giornalisti, tra Roma e Milano, che danno corpo alla redazione e che oggi pomeriggio terranno un'assemblea con i vertici della Federazione della stampa e di Stampa romana. «Le nostre sono preoccupazioni soprattutto di carattere industriale», spiegano. «Siamo una tv piccola, e il rischio di fare nuovi debiti è facile. Per evitarlo dovresti togliere pubblicità a Publitalia e ti pare semplice?». Niente affatto, nonostante i buoni ascolti e le indiscusse professionalità messe in campo ogni giorno. E sulle quali, nonostante le rassicurazioni, c'è un legittimo timore per eventuali tagli in redazione. «Ma dove?», si chiede Ferrante. «Se dobbiamo ragionare sulla base di quello che produciamo, allora non c'è niente da tagliare. I palinsesti li facciamo noi e sono già a basso costo. Se invece l'intenzione è quella di fare una tv ridotta, beh allora si vedrà».
Ad aggiungere acqua sul fuoco c'è infine il problema delle frequenze, che restano proprietà di Telecom visto che l'offerta di Cairo riguarda solo La7. Il loro affitto al nuovo editore dovrebbe essere una faccenda scontata, ma preoccupa lo stesso redattori e Fnsi che ieri in un comunicato congiunto hanno parlato di «uno «spacchettamento anomalo». «All'Agicom e all'Antitrust non può sfuggire che non siamo nell'ambito di un'ordinaria transazione commerciale privata - scrivono redattori e sindacato - ma dentro un'operazione relativa a un'impresa che, per natura, identità a ruolo nel panorama dell'informazione televisiva, è di interesse nazionale».
Siparietti elettorali a parte, è chiaro che la domanda principale è sul futuro dell'emittente. Secondo Franco Bernabè - che ha definito quella di Cairo come «l'offerta migliore» - la vendita potrebbe concludersi nell'arco di due settimane. Da parte sua, per ora il patron del Torino ha mandato messaggi rassicuranti, escludendo di voler fare una tv berlusconiana, confermando l'attuale linea editoriale e spiegando di voler puntare su news e approfondimenti. «Non sarà certo lì che andremo a tagliare i costi», ha aggiunto sottolineando di voler proseguire con tutti i volti più noti dell'emittente - Mentana, Lerner, Santoro, Formigli, Gruber: «professionisti validissimi che non ho alcuna intenzione di cambiare», ha giurato.
Rassicurazioni che ieri confortano solo fino a un certo unto i 90 giornalisti, tra Roma e Milano, che danno corpo alla redazione e che oggi pomeriggio terranno un'assemblea con i vertici della Federazione della stampa e di Stampa romana. «Le nostre sono preoccupazioni soprattutto di carattere industriale», spiegano. «Siamo una tv piccola, e il rischio di fare nuovi debiti è facile. Per evitarlo dovresti togliere pubblicità a Publitalia e ti pare semplice?». Niente affatto, nonostante i buoni ascolti e le indiscusse professionalità messe in campo ogni giorno. E sulle quali, nonostante le rassicurazioni, c'è un legittimo timore per eventuali tagli in redazione. «Ma dove?», si chiede Ferrante. «Se dobbiamo ragionare sulla base di quello che produciamo, allora non c'è niente da tagliare. I palinsesti li facciamo noi e sono già a basso costo. Se invece l'intenzione è quella di fare una tv ridotta, beh allora si vedrà».
Ad aggiungere acqua sul fuoco c'è infine il problema delle frequenze, che restano proprietà di Telecom visto che l'offerta di Cairo riguarda solo La7. Il loro affitto al nuovo editore dovrebbe essere una faccenda scontata, ma preoccupa lo stesso redattori e Fnsi che ieri in un comunicato congiunto hanno parlato di «uno «spacchettamento anomalo». «All'Agicom e all'Antitrust non può sfuggire che non siamo nell'ambito di un'ordinaria transazione commerciale privata - scrivono redattori e sindacato - ma dentro un'operazione relativa a un'impresa che, per natura, identità a ruolo nel panorama dell'informazione televisiva, è di interesse nazionale».




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