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MUSICA
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visioni
Michael Bublè, il crooner si scopre rock
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Esce To be loved, il sesto lavoro di Michael Bublè ed il primo senza David Foster ma con Bob Rock. «Considero David un fratello. E' un perfezionista. Ma per me sono importanti le emozioni. E Bob è un genio delle emozioni»
Stefano Crippa - 15.04.2013
Diciamocelo. Tipi come Bublè le major se li coccolano vezzosamente, anche perché sono fra le poche popstar rimaste che i dischi (veri, non taroccati, non digitali e non visualizzati su iTube...) li vendono realmente. 40 milioni, dicasi quarantamilioni piazzati nelle case dei fan in dieci anni di carriera. Il cd natalizio del 2011, poi, ne ha venduti da solo 7 milioni tanto da essere rieditato con qualche inedito qualche mese fa. Della serie, non si butta nulla.... Premessa indispensabile per spiegare come il ragazzone italoamericano, a cui è ora è spuntato qualche capello grigio, voglia ora fare di testa sua. «Penso che sia il miglior album che abbia mai fatto, è quello che dicono sempre tutti, ma stavolta è vero», quando uno esordisce così in una conferenza stampa allestita in mezzo a mille impegni promozionali in un assolato pomeriggio romano, come smentirlo? To be loved è il suo sesto lavoro ed il primo senza David Foster, tutor con cui ha condiviso praticamente tutta la sua ascesa nell'empireo del pop (a Londra, i suoi dieci concerti alla 02 Arena sono a andati esauriti dopo dieci minuti dalla messa in vendita dei biglietti...). Via Foster – sorta di deus ex machina del pop a stelle e strisce – e dentro Bob Rock, uno che ha lavorato con gente come Skipnot, Red Hot Chili Peppers, Bon Jovi, diciamo gente agli antipodi del soft jazz swing che ha caratterizzato sin qui la sua carriera. Ovvio che alla Warner si siano un attimo inquietati: «Considero David un fratello. E' un bravissimo professionista, attento ai particolari. Un perfezionista. Ma per me più che la perfezione sono importanti le emozioni - sottolinea -. E così abbiamo capito che era tempo di dividerci. E se David è un genio matematico, Bob è un genio delle emozioni». Dichiarazioni molto amabili per nascondere come chiaramente, fra Bublè e il suo ex mentore devono essere volate scintille. Ma siccome si parla di dischi venduti, previsione di bilanci, impiegati che sanno di avere la tredicesima assicurata solo con il nome di Bublè in uscita, tour mastodontici in almeno 42 paesi, chiaro che Bublè abbia cambiato arrangiamenti e modus operandi in sala in sala registrazione, facendo però attenzione a non modificare troppo la ricetta che replica con successo da un decennio. Dieci cover e quattro pezzi originali («sei perché ce ne sono due in più nell'edizione deluxe», sottolinea), decisamente più sanguigni nei suoni e nei ritmi ma sinceramente non proprio da far gridare alla «mutazione genetica». Il pezzo che intitola il disco era un classico di Jackie Wilson, To love somebody esce dalla penna dei Bee Gees più intimisti, mentre Something stupid – originariamente duetto fra papà Frank e Nancy Sinatra è interpretata in coppia con l'attrice Reese Whiterspoond («sono da sempre una sua fan di Reese e penso che la sua interpretazione di June Carter Cash sia incredibile». Non manca l'omaggio a Elvis Presley («un icona») con Have I told you lately e a Frank Sinatra con la finale Young at heart. Tra i brani originali – oltre al singolo It's a beautiful day - spicca After all, scritto e interpretato con il connazionale Bryan Adams «uno dei miei idoli ancora oggi». Chiude il disco Young at heart, che Sinatra – altra sua evidente fonte di ispirazione – cantò negli anni di militanza alla Columbia Records. Verrebbe da chiedergli, ma i tempi contingentati della conferenza stampa non lo consentono, se magari, in futuro troverà mai il coraggio di sparigliare le carte e tirar fuori dal cilindro un disco di sole ballad notturne, come fece nel 1958 ol'blue eyes con l'ineguagliabile Only the Lonely insieme all'orchestra di Nelson Riddle. Ecco, questo sarebbe una decisivo e vero cambiamento.




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