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ILVA - italia, ambiente
Referendum senza quorum ma non è flop
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Gianmario Leone
16.04.2013
Tra gli ostacoli di sindacati e partiti e il sostegno degli ambientalisti, si è svolto domenica il referendum sulla chiusura o meno del polo siderurgico. A votare è andato il 19,55% della popolazione. Dove l'astensionismo è regola, 34mila cittadini alle urne sono un segnale da cui partire

Gianmario Leone - 16.04.2013
Analizzare il referendum consultivo sull'Ilva svoltosi domenica a Taranto fermandosi soltanto all'analisi dei freddi numeri, è un errore politico che commette soltanto chi vuol continuare a non capire e non vedere che la realtà di questa città sta lentamente cambiando. Astrarre dal contesto i risultati della consultazione referendaria, serve soltanto a banalizzare un problema che ha radici profondissime in un territorio devastato da decenni di inquinamento. Il dato definitivo dice che a votare si è recato il 19,55 per cento, ovvero 33.838 cittadini sui 173.061 aventi diritto. Il primo quesito riguardante la chiusura totale dell'Ilva ha ottenuto 27.506 «sì» (81,29%) e 5.838 «no» (17,25%). Mentre il secondo, sulla chiusura della sola area a caldo con lo smantellamento dei parchi minerari (l'area sequestrata a luglio dalla magistratura) ha ottenuto 31.335 «sì» pari al 92,62 per cento, mentre i «no» sono stati 1.792 (5,30%).
Dai dati finali si evince che si è votato di più nei quartieri centrali della città (Borgo e centro storico) ed in periferia. Meno presenti gli abitanti del rione Paolo VI, quartiere costruito negli anni settanta proprio per ospitare le migliaia di lavoratori dell'Ilva e che ancora oggi vanta una larga presenza di lavoratori diretti o indiretti della fabbrica, seguiti da quelli del quartiere Tamburi, il più vicino ed il più esposto alle emissioni nocive dell'azienda. Sempre restando ai freddi numeri, chi parla di «flop» o di urne disertate, ignora che i tarantini da anni sono latitanti quando si tratta di recarsi alle urne. Alle politiche dello scorso febbraio, i votanti per Camera e Senato non hanno superato il 64 per cento. Peggio ancora nelle ultime amministrative, quando al ballottaggio sul futuro sindaco, votarono soltanto in 74mila. Senza contare i tantissimi fuori sede, soprattutto giovani tra i 18 e 35 anni, residenti soltanto sulla carta. Di fronte a questi dati, i 34mila votanti sono un risultato più che dignitoso. Soprattutto se si considera che il problema Ilva non solo è direttamente collegato all'occupazione di migliaia di persone in città (3-4 mila i tarantini che lavorano nel siderurgico, altrettanti nell'indotto), ma che la questione ambientale e sanitaria, dovuta all'inquinamento delle attività del siderurgico, è esplosa soltanto negli ultimi 5-6 anni. Inoltre, le associazioni ambientaliste da sempre divise tra loro, hanno appoggiato il referendum soltanto nelle ultime settimane. Per non parlare del fatto che per risparmiare, il Comune ha tagliato del 50 per cento sezioni e scrutatori. E che salvo rare eccezioni, televisioni e stampa locale hanno accompagnato la consultazione referendaria con toni molto soft. Non solo, perché i 34mila votanti rappresentano la risposta migliore a politica e sindacati confederali che hanno osteggiato per anni il referendum, finendo per chiamare alla diserzione tutti i militanti. Basti pensare alla misera figura fatta dalla sinistra tradizionale. Il Pd, coinvolto nelle intercettazioni dell'inchiesta «Ambiente svenduto», che a Taranto ha candidato come capolista al Senato la senatrice Anna Finocchiaro, ha scelto la strada del silenzio. Peggio ancora Rifondazione Comunista, che ha invitato i suoi elettori a «votare» scheda bianca. Sel ha preferito restare in mezzo al guado, indicando il «sì» per la chiusura dell'area a caldo ed il «no» per quella totale (con Vendola ancora una volta silente), facendo finta di ignorare che senza gli impianti che producono l'acciaio lavorato nell'area a freddo, l'Ilva non ha senso di esistere. Un capitolo a parte merita la Cgil, macchiatasi dell'onta del ricorso (vinto) al Tar di Lecce contro lo svolgimento del referendum nel 2010 (a braccetto con Confindustria e Cisl) e poi ribaltato dal Consiglio di Stato nell'ottobre 2011. La Cgil ha mantenuto la linea del «no» sino all'ultimo, sostenendo un'ambientalizzazione della fabbrica che appare sempre più un'utopia. Persino la Fiom ha scelto il silenzio: ma poi non ci si lamenti se la Uil (unica a non presentare ricorso al Tar) ha la maggioranza all'interno dell'Ilva. Anche il M5S di Grillo è scivolato sul referendum, nonostante il 27 per cento ottenuto alle politiche. Un movimento che non prende posizione su una tematica così importante, lascia molto da pensare. Specie se poi inoltra un comunicato stampa a sostegno della consultazione il sabato pomeriggio, a poche ore dal voto. Il Pdl ha fatto più bella figura, lasciando libertà di voto. Dunque, è da quei 34mila che Taranto deve ricominciare per costruire un futuro alternativo alla grande industria. Un processo di ricostruzione e riconversione del tessuto sociale ed economico lungo e complesso, ma non impossibile. Che ha bisogno di grande unità e partecipazione, quella che sino ad oggi è spesso mancata. Ma quei 34mila cittadini sono lì a dire «noi ci siamo, esistiamo e vogliamo una Taranto diversa». 
 
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