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Internet - italia, media
Fermare la violenza, non la Rete
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Luisa Betti
06.05.2013
Intervista alla presidente della Camera Laura Boldrini: «Nessun bavaglio a Internet, ma un tavolo per discutere». «Non ho mai parlato di anarchia del web o di leggi per limitarne la libertà. Il problema della violenza sulle donne è culturale»

Luisa Betti - 06.05.2013
È più di un anno che si parla di femminicidio in Italia ma le donne continuano a essere uccise con movente di genere. In 48 ore sono state trovate massacrate Alessandra Iacullo (30 anni), Chiara Divita (28), Michela Fioretti (41), Ilaria Leone (19). Venerdì vicino Bari Maria Chimenti di 55 anni, è stata trovata morta insieme alla figlia Letizia (19), uccise con colpi di pistola alla testa mentre riposavano nelle loro camere, mentre il figlio Claudio (24) è in coma irreversibile: una dinamica che ha fatto supporre che la strage fosse stata compiuta dal marito della donna, Michele Piccolo (55), affogato in piscina.
Fatti che dimostrano come malgrado si sia parlato tanto di violenza contro le donne, malgrado sia venuta in Italia la special rapporteur dell'Onu, Rashida Manjoo, e malgrado le raccomandazioni che l'Onu ha fatto all'Italia, e su cui dovremo rispondere a luglio, il nostro Paese non ha ancora chiara la percezione della violenza sulle donne e quindi non agisce nella giusta direzione per fermarla. Ne abbiamo parlato con la presidente della Camera Laura Boldrini, che insieme alla ministra dell'integrazione Cecile Kyenge, invece di stare zitta ha reagito con fermezza agli insulti e alle calunnie a sfondo sessista e razzista subiti in questi giorni.
Kyenge, ha detto che quelle parole la «feriscono» ma non la «fermano», dichiarando con fierezza che lei non è «di colore» ma «nera». Boldrini ha preso in mano la situazione respingendo gli attacchi che l'hanno trasformata da bersaglio politico a bersaglio di genere (più facile, tanto è una donna), sia attraverso la denuncia - la procura di Roma ha aperto un fascicolo sulle minacce che la riguardano - sia dicendo pubblicamente cosa stava succedendo.
«Quello che ho voluto fare - dice Boldrini - è stato non subire questo attacco nei miei confronti ma renderlo noto, perché è un'azione che va a vantaggio di un tema fin troppo sottovalutato, e cioè quello della violenza sulle donne che è anche nel web. E non si tratta di burle, scherzi, ma di una violenza che non viene riconosciuta come tale».
Boldrini spiega che il punto non è limitare il web o imbavagliare la libertà di espressione, ma affrontare la violenza e la discriminazione contro le donne nella sua giusta dimensione, un fatto che qui in Italia sembra ancora lontano. «Ho detto come stavano le cose pubblicamente perché come donna che ricopre un ruolo istituzionale ho il dovere di affrontare questo problema in maniera adeguata, in quanto non tocca solo me ma tutte noi. Sinceramente - continua - non ho mai parlato né di anarchia del web né di leggi per limitare la libertà della rete, ma solo di voler arginare la violenza verso le donne anche nel web. Il mio obiettivo è limitare la violenza ovunque essa sia, dando voce a chi non ce l'ha. Per questo propongo un tavolo con chi ha a cuore la libertà della rete e le associazioni delle donne che conoscono la violenza e la discriminazione. Al centro c'è un problema culturale che riguarda sia gli uomini che le donne, e questo non può essere scambiato per censura perché la tutela di soggetti esposti è un problema da affrontare nel suo insieme, se si vuole risolvere davvero». Una dichiarazione, questa di Boldrini, che rettifica anche il titolo apparso su Repubblica l'altro ieri che in cima alla sua intervista riportava «anarchia del web», sebbene questa parola non fosse presente nel testo.
La realtà è che oggi Boldrini difende tutte da un linguaggio violento e machista che sul web e sui social network è proliferato, con truppe che sembravano organizzate ad hoc. Attacchi collaudati che non riguardano solo lei, ma tutte noi, con fake che negano la violenza, il femminicidio, che chiamano le attiviste nazifemministe, anche con offese e minacce esplicite. La violenza del linguaggio è ovunque e quello che si chiede non è una moralizzazione ma il diritto a non subire questa violenza sempre, perché non percepire la violenza nella sua giusta dimensione, è appoggiare la cultura dello stupro di cui si nutre.
 
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