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PRECARI
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Tutti addosso alla Fornero
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Il governo intende rivedere i contratti a termine dando carta bianca alle imprese, autorizzando rapporti «usa e getta». I dubbi e le critiche della Cgil. La risposta alla crisi? È la solita: precarietà
Antonio Sciotto - 07.05.2013
Il presidente del consiglio Enrico Letta l'ha indicata come chiara priorità per rilanciare l'occupazione: riformare la riforma Fornero (bisticcio di parole voluto) potrebbe indurre le imprese a tornare ad assumere. Uno dei principali «difetti» imputati alla legge voluta dalla ex ministra del Lavoro, è la modifica delle pause che intercorrono tra un contratto a termine e l'altro: gli intervalli sono stati dilatati, da 10 giorni a 60 giorni per i contratti di durata fino a sei mesi; e da 20 giorni a 90 per quelli superiori ai sei mesi. Questo lasso maggiorato, secondo Fornero avrebbe dovuto spingere le imprese a evitare gli abusi (magari assumendo i lavoratori di cui non potevano fare a meno troppo a lungo), ma in realtà ha spinto a un vero e proprio «usa e getta», con l'assunzione di nuove persone nel periodo di stacco e la conseguente incertezza maggiore del posto per il precedente contrattista.
Proprio in questi giorni i ministeri guidati da Fabrizio Saccomanni (Economia) ed Enrico Giovannini (Lavoro) stanno contattando più o meno informalmente le parti sociali per saggiare la disponibilità a una riforma veloce e condivisa. Concertata, insomma.
In particolare, Letta vorrebbe riabbreviare le pause tra un contratto e l'altro, ma anche agire sul cosiddetto «causalone», ovvero l'apposizione di una motivazione per l'accensione del contratto, che la riforma Fornero aveva eliminato per il primo contratto, di fatto così liberalizzandone l'utilizzo. Il presidente del consiglio, adesso, vorrebbe eliminare le causali anche per i contratti successivi: magari non per tutti, ma perlomeno per il secondo e il terzo. Così da «facilitare» le imprese.
Ancora, si vuole eliminare l'aggravio di costo (l'1,4% in più di contributi, indirizzati al finanziamento dell'Aspi) imposto sempre da Fornero alle imprese che stipulano contratti a termine. C'è anche da dire che questa norma non è poi così «malvagia» come sembra: in quanto non solo, alzando i costi, spinge a farli stipulare quando veramente ce n'è bisogno (e non solo per l'«usa e getta») e poi prevede anche la possibilità del rimborso fino a 6 mesi nel caso di stabilizzazione del precario.
Infatti la Cgil, già a partire da questo ultimo punto, si dice contraria. «Secondo noi l'1,4% è stato un'ottima scelta: le aziende peraltro, se assumono a tempo indeterminato il lavoratore al quinto mese, non hanno praticamente nessun aggravio, perché viene rimborsato tutto. E se lo fanno dopo 8 mesi, hanno il rimborso di 6». A esprimersi per la Cgil è Claudio Treves, del Dipartimento Politiche Attive del Lavoro, tra i sindacalisti più esperti in questo campo e di solito presente ai tavoli che discutono leggi e riforme.
Non a caso, questa maggiore imposta è stata avversata dalla Confindustria. Che invece (manco a dirlo) ha tifato per la rimozione della causale dal primo contratto a termine: «Siccome la Direttiva Ue che riguarda i rapporti a termine dice che devi giustificarne l'utilizzo, soprattutto per i contratti successivi al primo, hanno sostenuto al tavolo che quindi per il primo si poteva rimuovere - spiega Treves, ricostruendo quello che avvenne ai tempi di Fornero - Noi della Cgil eravamo contrari alla rimozione della causa anche dal primo contratto, e siamo assolutamente contrari a "liberalizzare" quelli successivi. Non solo si violerebbe la Direttiva Ue, ma sarebbe il far west, peraltro inutile: non è la causale e frenare le aziende. Oggi non si assume perché manca la domanda». Insomma, si userebbe l'emergenza crisi per giustificare nuovi colpi di mano "precarizzanti".
Allo stesso modo, conclude il sindacalista della Cgil, «temo sia irrilevante tornare indietro sulle pause tra i contratti: tantopiù per il fatto che grazie a un accordo tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria avevamo ottenuto, nel successivo decreto Passera, una modifica che permette agli accordi di secondo livello di rimodulare quegli intervalli a piacimento. Perché è proprio in azienda, e con le Rsu, che si discute meglio di organizzazione. E magari si riescono anche a spuntare delle stabilizzazioni».
Proprio in questi giorni i ministeri guidati da Fabrizio Saccomanni (Economia) ed Enrico Giovannini (Lavoro) stanno contattando più o meno informalmente le parti sociali per saggiare la disponibilità a una riforma veloce e condivisa. Concertata, insomma.
In particolare, Letta vorrebbe riabbreviare le pause tra un contratto e l'altro, ma anche agire sul cosiddetto «causalone», ovvero l'apposizione di una motivazione per l'accensione del contratto, che la riforma Fornero aveva eliminato per il primo contratto, di fatto così liberalizzandone l'utilizzo. Il presidente del consiglio, adesso, vorrebbe eliminare le causali anche per i contratti successivi: magari non per tutti, ma perlomeno per il secondo e il terzo. Così da «facilitare» le imprese.
Ancora, si vuole eliminare l'aggravio di costo (l'1,4% in più di contributi, indirizzati al finanziamento dell'Aspi) imposto sempre da Fornero alle imprese che stipulano contratti a termine. C'è anche da dire che questa norma non è poi così «malvagia» come sembra: in quanto non solo, alzando i costi, spinge a farli stipulare quando veramente ce n'è bisogno (e non solo per l'«usa e getta») e poi prevede anche la possibilità del rimborso fino a 6 mesi nel caso di stabilizzazione del precario.
Infatti la Cgil, già a partire da questo ultimo punto, si dice contraria. «Secondo noi l'1,4% è stato un'ottima scelta: le aziende peraltro, se assumono a tempo indeterminato il lavoratore al quinto mese, non hanno praticamente nessun aggravio, perché viene rimborsato tutto. E se lo fanno dopo 8 mesi, hanno il rimborso di 6». A esprimersi per la Cgil è Claudio Treves, del Dipartimento Politiche Attive del Lavoro, tra i sindacalisti più esperti in questo campo e di solito presente ai tavoli che discutono leggi e riforme.
Non a caso, questa maggiore imposta è stata avversata dalla Confindustria. Che invece (manco a dirlo) ha tifato per la rimozione della causale dal primo contratto a termine: «Siccome la Direttiva Ue che riguarda i rapporti a termine dice che devi giustificarne l'utilizzo, soprattutto per i contratti successivi al primo, hanno sostenuto al tavolo che quindi per il primo si poteva rimuovere - spiega Treves, ricostruendo quello che avvenne ai tempi di Fornero - Noi della Cgil eravamo contrari alla rimozione della causa anche dal primo contratto, e siamo assolutamente contrari a "liberalizzare" quelli successivi. Non solo si violerebbe la Direttiva Ue, ma sarebbe il far west, peraltro inutile: non è la causale e frenare le aziende. Oggi non si assume perché manca la domanda». Insomma, si userebbe l'emergenza crisi per giustificare nuovi colpi di mano "precarizzanti".
Allo stesso modo, conclude il sindacalista della Cgil, «temo sia irrilevante tornare indietro sulle pause tra i contratti: tantopiù per il fatto che grazie a un accordo tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria avevamo ottenuto, nel successivo decreto Passera, una modifica che permette agli accordi di secondo livello di rimodulare quegli intervalli a piacimento. Perché è proprio in azienda, e con le Rsu, che si discute meglio di organizzazione. E magari si riescono anche a spuntare delle stabilizzazioni».




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