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La rivoluzione inizia dalla mensa
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Esce In vino veritas, l'ultimo lavoro di Daniele Sepe. «Il cibo perché quello che mangi segna la prima differenza di classe». «Sfottiamo quelli che campano da malati, gli ultrasalutisti frequentatori di ristoranti vegetariani cari». Il 10 maggio parte da Roma il suo tour
Adriana Pollice - 07.05.2013
Venti anni di società liquida e fine delle ideologie lasciano molti danni e molta confusione nel paese. E allora Daniele Sepe comincia dal vino e dal cibo per parlare dell'Italia contemporanea nel suo ultimo cd In vino veritas, distribuito da Good Fellas. Champagne per chi è capitano di industria o amministratore delegato, aglianico e barbera per chi paga la crisi: «È un progetto che volevo fare dal mio primo disco, ma è molto utile anche oggi. L'ottobre scorso, ad esempio, sono stato con James Senese a suonare fuori i cancelli della Fiat di Pomigliano d'Arco, i compagni dei Cobas mi hanno raccontato che spostare la pausa mensa a fine turno (com'è avvenuto con il nuovo contratto imposto da Marchionne) ha avuto un forte impatto sulla vita operaia. Quella pausa serviva ai lavoratori per raccontarsi, volantinare e molti cortei spontanei cominciavano lì. Così succede nella maggior parte dei lavori collettivi, si discute quando ci si ferma tutti insieme a mangiare. Adesso invece si raccolgono le proprie cose e si va via. É quello che raccontiamo con la voce sincopata di Paolo Romano 'Shaone' nel brano Tempi moderni».
Il vino ma anche il cibo. Tradizionale, senza spazio per la dieta o i consigli del medico, quando si tratta di dividere la tavola in trattoria, vegano e macrobiotico e l'aspetto diventa affermazione del proprio status sociale: «Sfottiamo quelli che campano da malati, gli ultrasalutisti frequentatori di ristoranti vegetariani cari. Loro e il loro italiano perfetto da quartiere borghese dialogheranno con un etilista dialettofono. Una di quelle situazioni che capitavano nei film di Alberto Sordi, quando poi anche gli avventori chic di fronte ai bucatini all'amatriciana si convincevano ad abbandonare la dieta. Perché quello che mangi segna la prima differenza di classe».
I brani miscelano gusti alimentari e musicali, i testi ispirati dall'ouzo seguono il ritmo del rebetiko, la serenata in trattoria la melodia ottocentesca del testo di Ferdinando Russo cantato da Enzo Gragnaniello in Scetate, con in più una vena jazzata. Florin Barbu dà la voce a un pezzo classico romeno e poi utilizza il rap per spiegare i sogni dei suoi compaesani, convinti di fare fortuna in occidente quando spesso finiscono per strada. «È da quando l'uomo ha cominciato a coltivare la terra che il vino accompagna le nostre storie. Dalla ciclopica coppa offerta da Ulisse a Polifemo ai bicchieri con l'arsenico che si davano ai nemici poco accorti. Accompagna la colazione del muratore o del contadino, la festa campagnola, la riunione di collettivo, per non parlare della sua presenza dove si fa musica».
Una costante proprio come il lavoro in fabbrica che è rimasto una dannazione: «Ci sono tra i sindacalisti delle persone degnissime ma l'immagine della Camusso a ristorante con Monti a Cernobbio spiega dove siamo finiti a furia di concertazione». Daniele Sepe è rimasto invece a fare musica per le strade d'Italia, criticando la sinistra affascinata dai riti di destra, una posizione scomoda che ha pagato con l'isolamento, anche dai circuiti live. Oggi però la cronaca sembra dargli sempre più ragione. A maggio sarà in tour, a cominciare dal 10 a Roma alla Festa dei Tamburi.
Il vino ma anche il cibo. Tradizionale, senza spazio per la dieta o i consigli del medico, quando si tratta di dividere la tavola in trattoria, vegano e macrobiotico e l'aspetto diventa affermazione del proprio status sociale: «Sfottiamo quelli che campano da malati, gli ultrasalutisti frequentatori di ristoranti vegetariani cari. Loro e il loro italiano perfetto da quartiere borghese dialogheranno con un etilista dialettofono. Una di quelle situazioni che capitavano nei film di Alberto Sordi, quando poi anche gli avventori chic di fronte ai bucatini all'amatriciana si convincevano ad abbandonare la dieta. Perché quello che mangi segna la prima differenza di classe».
I brani miscelano gusti alimentari e musicali, i testi ispirati dall'ouzo seguono il ritmo del rebetiko, la serenata in trattoria la melodia ottocentesca del testo di Ferdinando Russo cantato da Enzo Gragnaniello in Scetate, con in più una vena jazzata. Florin Barbu dà la voce a un pezzo classico romeno e poi utilizza il rap per spiegare i sogni dei suoi compaesani, convinti di fare fortuna in occidente quando spesso finiscono per strada. «È da quando l'uomo ha cominciato a coltivare la terra che il vino accompagna le nostre storie. Dalla ciclopica coppa offerta da Ulisse a Polifemo ai bicchieri con l'arsenico che si davano ai nemici poco accorti. Accompagna la colazione del muratore o del contadino, la festa campagnola, la riunione di collettivo, per non parlare della sua presenza dove si fa musica».
Una costante proprio come il lavoro in fabbrica che è rimasto una dannazione: «Ci sono tra i sindacalisti delle persone degnissime ma l'immagine della Camusso a ristorante con Monti a Cernobbio spiega dove siamo finiti a furia di concertazione». Daniele Sepe è rimasto invece a fare musica per le strade d'Italia, criticando la sinistra affascinata dai riti di destra, una posizione scomoda che ha pagato con l'isolamento, anche dai circuiti live. Oggi però la cronaca sembra dargli sempre più ragione. A maggio sarà in tour, a cominciare dal 10 a Roma alla Festa dei Tamburi.




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