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manifesto - italia, media
Dieci anni fa moriva Luigi Pintor
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Luciana Castellina
16.05.2013
Questo contributo è stato inviato al quotidiano comunista il manifesto e al seminario sul decennale della morte di Luigi Pintor promosso dal Manifesto Sardo a Cagliari giovedì 15 maggio, con la partecipazione tra gli altri di Valentino Parlato, Loris Campetti, Claudio Natoli e Marco Ligas.
Scarica il PDF del numero del manifesto di dieci anni fa
 

Luciana Castellina - 16.05.2013
Mi dispiace moltissimo non essere presente a questo ricordo di Luigi soprattutto perché si tiene a Cagliari, la città senza la quale, sebbene non vi abbia abitato a lungo, non saprei nemmeno pensarlo. Lo so da sempre quanto Cagliari sia stata importante, ma da quando ho potuto leggere le lettere della sua mamma, che avevo conosciuto negli anni ’50 e ’60, già assai anziana - Dede Dore Pintor - recentemente raccolte in un bellissimo volume, ho potuto capirlo anche di più. Perché queste lettere ci fanno penetrare nell’intimità della sua vita, ci restituiscono per intero la figura dei suoi familiari, dei suoi famosi e amati zii, che da sempre, per quanto Luigi li citava, è come se avessimo conosciuto pur non avendoli mai incontrati.
Parlo di questo libro - Da casa Pintor. Un’eccezionale normalità borghese - perché non si tratta solo di un ricordo personale, ma della testimonianza di un tempo e di una vicenda senza capire la quale resta difficile comprendere un tratto assai speciale della storia d’Italia, di cui Luigi, così come suo fratello Giaime ma anche una parte non irrilevante della sua generazione nata in un ambiente simile, è stata protagonista: come poté accadere che nel buio della società fascista degli anni ’30 emergessero consapevolezza e il senso del dovere civile, dell’impegno, sottraendo una leva di giovani destinata alle passioni letterarie (o musicali, per Luigi) perché acciuffata dalla storia e scaraventata, prima nella Resistenza, poi nella milizia politica. E – va aggiunto - come fu che, per via del coraggio di Togliatti, essa fu catapultata nei più importanti incarichi del Pci, prendendo il posto di vecchi ed eroici compagni che per via della prolungata assenza dal paese che era stata loro imposta difficilmente avrebbero potuto interpretare gli umori della nuova Italia che si andava costruendo dopo il 1945.
Luigi Pintor è stato, al massimo livello, uno di questi giovani. Per ragioni di età io sono ormai una delle poche persone che possono ricordare quel tempo remoto e le vicende travagliate che l’hanno percorso. Perché già ben prima che [CORSIVO]il Manifesto[/CORSIVO] nascesse, si era avviato un modo nuovo di intendere il comunismo, un tentativo che abbiamo sentito possibile già nel grande corpo appesantito ma ricco del vecchio Pci, che poi, nel ’68, abbiamo sperato potesse reinverarsi nel rapporto con nuovi movimenti portatori di una più aggiornata critica anticapitalista.
Ricordo questa nostra ambizione perché non voglio che nel commemorare Luigi passi l’idea, presente in molte pur rispettose e anche affettuose commemorazioni, di un grande giornalista, di un raffinato intellettuale, di un prodigioso polemista e anche testimonianza di un grande impegno politico-morale, e però di un irrealistico e sconfitto profeta. Nella storia de Il Manifesto – e del Pdup che nella fase iniziale abbiamo assieme costruito e cui Luigi ha dato il contributo che le sue straordinarie qualità gli consentivano – ci sono stati certo errori e soprattutto impazienze. E tuttavia, nonostante tutto quanto è avvenuto in questi ultimi decenni, l’ipotesi cui Luigi ha fornito il suo impegno quotidiano risulta ancora fondata. Vorrei tornare a citare l’editoriale che Luigi scrisse il 28 aprile 1971 sul primo numero del giornale. «La situazione - scriveva Luigi - esige molto di più di un rifiuto. Siamo convinti che c’è bisogno ed urgenza di una forza rivoluzionaria rinnovata, di un nuovo schieramento, di una nuova unità della sinistra, di un nuovo orientamento strategico complessivo. Pensiamo che solo per questa via sarà possibile mettere a frutto il patrimonio che le esperienze del passato e del presente hanno accumulato».
Questo suo editoriale potremmo ripubblicarlo oggi tale e quale (se si eccettua qualche espressione datata). Non solo perché in una situazione così gravemente deteriorata come la nostra restano ancora aperti gli stessi problemi, di come interpretare gli umori smarriti dei nuovi soggetti e di come coniugarli con quanto di meglio l’esperienza ha accumulato, ma perché vi traspare una qualità che oggi sembra diventata rara e che nel pur tanto scettico e autoironico Luigi Pintor era fortissima: l’ostinazione nell’impegno a tener aperta la strada per arrivare a una società che somigliasse a quello che noi intendiamo per comunismo. Un comunismo, Luigi non ha cessato di ammonirci, fatto anche di musica e di poesia. Perché mai, del resto, avrebbe continuato ad andare per 33 anni a Via Tomacelli 146, proprio lui cui piaceva così tanto suonare il piano, andare al cinema, leggere romanzi, passeggiare con Isabella e scrivere ma non sempre e necessariamente di Berlusconi? Non lo avrebbe fatto se non ci fosse stata questa ostinazione. I comunisti sono anche questo: ostinati.Il che non vuol dire non essere attraversati dai dubbi necessari e dalla difficoltà di vivere, per Luigi più grave che per altri, non solo perché la vita gli aveva imposto dolori eccezionali, ma per via della sua estrema ipersensibilità, della sua speciale ironia che spesso si rovesciava in auto e altrui distruzione. Di tutto questo, del resto, del come ha patito le contraddizioni che in lui stesso faceva nascere l’impegno, ha scritto lui stesso, mirabilmente, in Servabo.
Dieci anni fa , ricordo, poco dopo la morte di Luigi, venni a Cagliari per il primo ricordo in questa città. E mi rammento che sollecitai i compagni a raccogliere la memoria di quel passaggio politico che proprio qui è stato così significativo e corale: dalla sezione Lenin allora guidata da un compagno che abbiamo purtroppo perso presto, Salvatore Chessa, fino al Manifesto. Questo convegno è una prima risposta all’esigenza di ripercorrere quella storia. Una vicenda che vede Luigi protagonista ma che è anche storia collettiva, vostra e poi anche nostra di noi che vivevamo altrove. Come sono tutte le grandi storie appassionate. Per ormai molti decenni, nel bene e nel male, nonostante rotture e reciproci dissensi, le vite di chi ha percorso questo itinerario si sono intrecciate. Siamo tutt’ora, lo registro nel mio tanto girare per l’Italia, un collettivo di cui Luigi finché ha vissuto è stato protagonista. Nonostante fosse schivo e solitario Luigi non era un individualista. I suoi sacrosanti e permanenti dubbi, il suo legittimo scetticismo non l’hanno mai fatto sentire lontano, non hanno mai dato luogo ad abbandoni. Perché, lo ripeto, Luigi era comunista. La parola sembra oggi impronunciabile, ma la scrivo, anche perché Luigi a questa definizione ci teneva.
 
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