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teatro - italia, visioni
La vicenda dell’ILVA raccontata
al pubblico Iraniano
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Compagnia Instabili Vaganti
22.05.2013
La compagnia di teatro sperimentale Instabili Vaganti dal 7 al 9 maggio ha presentato Teheran lo spettacolo L’Eremita contemporaneo – MADE IN ILVA, frutto di una lunga ricerca sull’ILVA di Taranto

Compagnia Instabili Vaganti - 22.05.2013
Siamo da pochi giorni rientrati da Tehran, dove su invito del 16° IIFUT International Iranian Festival of University Theatre, abbiamo presentato tre repliche del nostro spettacolo L’Eremita contemporaneo – MADE IN ILVA e dove abbiamo diretto un workshop teatrale pratico e intensivo per gli studenti dell’Università sui temi del nostro nuovo progetto MEGALOPOLIS, che indaga le dinamiche socio-culturali scaturite dal processo di globalizzazione delle grandi città. Tehran ha costituito una tappa importante per noi, per il progetto e per lo spettacolo.
E’ stata la prima volta in cui L’Eremita contemporaneo – MADE IN ILVA è stato presentato fuori dall’Europa. Questa tappa internazionale ci ha permesso di incontrare un pubblico molto diverso e certamente all’oscuro della vicenda dell’ILVA, non solo per una questione di distanza ma anche per una serie di regole e censure che incidono pesantemente sull’informazione e sulle notizie che provengono dall’estero.
Lo spettacolo è nato da una lunga ricerca iniziata già nel 2008, quando parlare dell’ILVA poteva sembrare anacronistico e di scarso interesse. All’inizio siamo partiti dall’indagine della condizione di oppressione generata dai ritmi frenetici della società contemporanea. Una critica al sistema capitalistico che si è poi esplicitata in una critica ad una situazione specifica, che Anna Dora Dorno, regista dello spettacolo, nata e cresciuta in provincia di Taranto, conosceva bene da vicino: la vicenda dell’ILVA. Quello che ci interessava esprimere attraverso questo lavoro era l’ambivalenza, il dramma, il dissidio umano che provavano i lavoratori o i giovani costretti a fuggire dalla città. La continua tensione esistente tra la volontà di evadere da quella “prigione” e la necessità di sopravvivere e quindi di lavorare in condizioni disumane, nella consapevolezza di causare danni a se stessi, ai propri cari e all’intero territorio.
Abbiamo intervistato i ragazzi della nostra generazione che oggi hanno tra i 30 e i 40 anni, che hanno provato a lavorare all’ILVA, molti dei quali hanno deciso di emigrare nella speranza di trovare strade migliori, altri invece, quelli che restano, sono costretti a vivere questa condizione di “condanna”. I racconti e le suggestioni sono state da noi trasposte in chiave poetica, azioni fisiche e suggestioni musicali, capaci di esprimere questi sentimenti, in maniera forte ed emozionale al pubblico italiano che conosce ormai la vicenda ma anche a tutti coloro i quali potevano essere in grado di comprenderla e di vivere emozioni affini. Così lo spettacolo è arrivato prima a Stoccolma e poi a Tehran.
Perché Tehran?
La motivazione della scelta dell’Eremita contemporaneo – MADE IN ILVA come spettacolo principale dell’IIFUT Festival ci è stata rivelata direttamente da Ali Taghizadeh, direttore del festival, durante il nostro primo incontro negli uffici del teatro. Davanti ad una tazza di tè, Ali ci ha spiegato che ciò che lo ha colpito nello spettacolo è il linguaggio fisico attraverso il quale una vicenda ed una condizione così drammatica può essere espressa e di conseguenza recepita in maniera universale. Lo spettacolo contiene a suo avviso non solo un messaggio chiaro, ma una spinta vitale che può rivoluzionare e condizionare il teatro Iraniano ed infondere nei giovani attori e studenti, la volontà di riscoprire il rapporto col proprio corpo, vittima di una serie di limitazioni imposte dalle regole. Secondo lui, il lavoro dell’artista e dell’attore e il teatro contemporaneo in generale possono farsi promotori di un cambiamento, e mettere in atto, nel rispetto delle regole, una piccola “rivoluzione”.
Uno stimolo che arriva da lontano, come il nostro spettacolo, può, grazie alla sua forza scenica ed alla sua diversità, diventare un esempio per gli studenti. In Iran infatti le Università rappresentano le uniche zone franche in cui alcune regole si possono trasgredire e in cui il teatro appare come un luogo libero e necessario. Forse in un primo momento non abbiamo davvero compreso la spinta rivoluzionaria di cui parlava il direttore del Festival. Il nostro spettacolo ha sempre suscitato in Italia e all’estero forti reazioni ma sicuramente a Tehran è successo qualcosa di diverso, di magico che si è andato chiarendo nei giorni. Raccontare attraverso il corpo, le immagini proiettate, le suggestioni, i suoni, le emozioni, una storia di cui tutti potremmo essere protagonisti, intrappolati nelle nostre “fabbriche”, nelle nostre prigioni, costruite dalle regole imposte dalle società di cui facciamo parte, ha consentito agli spettatori Iraniani di entrare per empatia scenica in una vicenda a loro estranea ma allo stesso tempo così vicina, attuale e densa di rimandi alla propria condizione sociale e politica. Che importa se le regole sono quelle del sistema di produzione capitalistico o di un regime politico e religioso, quello che conta è il sentire di essere strumenti al servizio di qualcosa di più grande che condiziona la nostra libertà e la nostra esistenza. Vivere sotto un embargo imposto dal colosso americano, o nel rispetto di un rigido sistema di regole che vieta e censura molte forme di espressione artistica, lavorare per pochi Rial, moneta che si è svalutata così rapidamente che i tassi di cambio su internet non sono ancora aggiornati, ha reso il nostro “Eremita contemporaneo”, un personaggio con il quale immedesimarsi, soffrire, emozionarsi, reagire, lottare per l’affermazione della propria libertà.
È stato proprio il pubblico Iraniano a rendere significativa questa nostra esperienza. Il pubblico che riempie ogni giorno la sala grande del Molavi Theatre, uno spazio meraviglioso situato nell’Università, nella zona centrale di Tehran, circondato dal verde.
 
 
Il Workshop con gli studenti
A livello umano le repliche di Teheran sono state importanti per noi ed hanno alimentato la fede nel teatro come potente mezzo espressivo, talvolta sovversivo, strumento di libertà di cui non si può fare a meno. Se non avessimo però avuto la possibilità di lavorare con gli studenti l’esperienza non sarebbe stata completa. I tre giorni di workshop sui temi del nostro nuovo progetto MEGALOPOLIS - Progetto di ricerca sull’era globale, ci hanno permesso di sperimentare dinamiche relazionali frutto del sistema di regole dettato dal governo. E’ stato particolare lavorare con i testi in lingua Farsi e con i canti tradizionali depositari di una tradizione millenaria, in contrapposizione ad azioni, testi, suggestioni che derivano dagli effetti del processo di globalizzazione.
Vedere compiere evoluzioni acrobatiche al femminile con un velo che copre il capo, assaporare la qualità di un dialogo tra uomo e donna dove il contatto non è permesso e la relazione si sviluppa nello sguardo e nella tensione dei corpi. Percepire da parte degli allievi la voglia di imparare cose nuove ed il piacere di poter parlare di teatro con dei maestri Europei, seppure tutti sempre chiusi in una sala teatrale buia, senza la possibilità di uscire all’aria aperta a fare esercizi di teatro e raccogliere suggestioni poiché severamente vietato. Sentire che per ogni regola rispettata in fondo ne abbiamo infranto una. Lavorare sulle contraddizioni, punto di partenza di un progetto come MEGALOPOLIS, in un paese con murales anti USA dove la bandiera americana ha i teschi al posto delle stelle e scie di bombe che cadono al posto delle strisce ma dove non manca la Coca-Cola o la Pepsi sui tavoli dei ristoranti.
Tehran, con i suoi 18 milioni di abitanti, ha costituito la seconda tappa del nostro progetto nato proprio per esplorare la relazione tra tradizione e contemporaneità, interculturalità e globalizzazione.
Attraverso il workshop con gli studenti abbiamo indagato, lavorato, elaborato tali temi ma anche appreso una cultura diversa dalla nostra e superato molti dei nostri e dei loro limiti.
Il primo giorno di workshop erano presenti in sala solo 3 donne. Il secondo giorno il numero dei partecipanti era raddoppiato e le donne eguagliavano in numero gli uomini. È stato il nostro traduttore a confidarci che si era sparsa la voce riguardo al lavoro interessante e nuovo che veniva svolto nel workshop. E così siamo passati da esercizi in coppia in cui uomini e donne non potevano toccarsi a sollevare in aria tutti insieme un corpo femminile, durante la scena finale della breve performance creata in 3 giorni con gli studenti. Ancora una volta le regole ci sono ma il teatro le può elaborare e talvolta sospendere grazie alla sua forza poetica.
 
 
Alias:11 settembre, Ground Zero. La guerra in Afghanistan  Ultraoltre: intervista a Massimo Guerrini autore di Murasaki Baby Ultrasuoni: la scena di Manchester Ultrasport Action City, le attrezzature per lo sport nei luoghi pubblici: intervista al prof. Antonio Borgogni
 
    in edicola
sabato 14 settembre
 
Le «maschiette»
di Riyad
Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).

  In edicola
da martedì 17 settembre
 
VENICEBIENNALE
Dream, and It'll Pass
Viewing the 55th Venice Biennale
 
      IN VENDITA su kindle
XX SECOLO
Atlante storico
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