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festival - italia, visioni
A colpi di art street
Bologna scopre il colore
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Linda Chiaramonte
31.05.2013
Una gioiosa invasione di illustrazioni in vari luoghi di Bologna, per mostrare un modello non commerciale di cultura urbana. È Cheap, rassegna dedicata al graffito su carta. Dal 9 all'11 maggio

Linda Chiaramonte - 31.05.2013
I muri della città come pareti di una galleria metropolitana, un museo sempre aperto ed accessibile che tenta, con opere di poster street art, di catturare l'attenzione fra le migliaia di immagini commerciali che invadono le nostre città. È accaduto nei giorni scorsi a Bologna con Cheap, festival dedicato al graffito su carta. I manifesti hanno cambiato l'aspetto di muri tristi, semi-abbandonati, e strade di grande passaggio, di quattro quartieri periferici, alcuni con un discreto tasso di marginalità sociale. L'iniziativa ha coinvolto cittadini spesso esclusi o lontani dai luoghi e le azioni culturali e artistiche. L'idea di Cheap è nata da due realtà molto attive sul territorio: l'associazione culturale Elastico e il centro sociale Tpo.
Durante il festival sono state affisse le stampe in bianco e nero di più di centoventicinque artisti, arrivate da diverse parti del mondo, lungo le mura di cinta di un'ex caserma, ponti e viali. Inoltre undici mostre sono state organizzate in altrettanti spazi cittadini, fra cui alcuni lavori di Shepard Fairey, meglio conosciuto come Obey, autore consacrato dal celeberrimo ritratto di Barack Obama in rosso e blu con la scritta «Hope» e una selezione di scatti della fotografa sudafricana Zanele Muholi. Ospiti di Cheap BR1, Sten & Lex, MP5, AK, e UNO, tutti riconosciuti a livello internazionale, che hanno realizzato interventi pensati apposta per muri di grandi dimensioni per valorizzare il tessuto urbano fuori dalle mura del centro storico. I lavori hanno ricoperto anche le facciate di luoghi pubblici e di aggregazione, una scuola e una biblioteca. Una gioiosa invasione di illustrazioni per mostrare un modello non commerciale, un pretesto per riappropriarsi in parte della città. Interessante il lavoro di BR1 che ha realizzato una donna musulmana velata che tiene fra le braccia il corpo di un bambino ferito. Le dimensioni, dieci metri per cinque, e i colori molto vivaci, danno al lavoro un'enorme forza evocativa. BR1, come molti dei suoi amici e colleghi al festival, ha meno di trent'anni e lavora già da più di dieci, opera prevalentemente a Torino, ma i suoi soggetti hanno decorato molte altre città italiane, europee e americane. Da alcuni anni, dopo una tesi in legge sul diritto islamico e il velo, i soggetti di BR1 sono donne arabe che indossano l'hijab colte nella loro quotidianità, parlando al cellulare, mangiando hamburger o versando tè, ma anche, come la serie «morality police loves you» realizzata a Berlino nel 2011, un'indagine sociale sulla vita delle iraniane spesso riprese dalla buoncostume per l'abbigliamento o i comportamenti non conformi ai dettami coranici e alla morale. Immagini che affrontano il tema della dignità femminile e più in generale la questione dei migranti dal vicino mediterraneo a cui l'artista dà visibilità nello spazio pubblico. Da circa due anni BR1 lavora prevalentemente su grandi pannelli pubblicitari vuoti o scaduti «per affidare loro una funzione artistica e culturale. Le mie azioni sono fatte per intromettermi nel ciclo del mondo economico» spiega, «nel ricambio di reclame che avviene circa ogni due settimane. La strada è un supporto pubblico che deve accogliere la libertà di esprimersi. Aderisco al movimento che lotta contro l'inquinamento visivo nelle città». La tecnica consiste nel decollage, ovvero lo strappo della carta, per creare lo sfondo su cui poi affiggere l'intervento che verrà a sua volta ricoperto. BR1 fa un'attenta ricerca sugli spazi. «Lavoro di giorno, alla luce del sole» dice BR1, «le mie azioni sono molto veloci, durano circa venti minuti, e non sono autorizzate. Desterei più sospetti se lavorassi di notte». Per questi interventi si può essere denunciati penalmente e BR1 presto concilierà questa attività con quella di avvocato. Delle azioni di art street, effimere in quanto tali, afferma «quando attacco lo faccio nello spazio pubblico e questo si modifica per fattori atmosferici o per mano dell'uomo. Segue il corso delle cose del luogo in cui si trova. Perché dovrebbe rimanere?». Sulla legalità afferma «preferisco essere libero di fare quello che voglio piuttosto che essere autorizzato dalle istituzioni e lavorare dove mi dicono di fare. L'opera crea una rivalutazione urbana spontanea e indipendente. Quando le istituzioni invitano un artista a riqualificare un muro fatiscente il suo lavoro è vincolato da tempi, materiali, luoghi. Bisogna sottoporre i bozzetti, registrarsi e questa è a tutti gli effetti una forma di controllo. Spesso un espediente per le amministrazioni per avvantaggiarsi di una forma artistica, che vive nel precariato, piuttosto che investire denaro per riqualificare. Non è il caso di Cheap, uno dei pochi festival a cui ho partecipato». La libertà vale anche per il messaggio rivolto all'osservatore, a volte diretto altre meno, comunque sempre un invito a riflettere. Dal 29 giugno i lavori di BR1 saranno in mostra alla Farm Cultural Park di Favara, Agrigento. Innovativa e laboriosa la tecnica dei romani Sten & Lex, tra i primi e più riconosciuti artisti di stencil graffiti, «consacrati» nel 2008 dal collega inglese Banksy che li ha invitati al Cans festival, che per Cheap hanno realizzato un'opera permanente di 14 metri per 7 sul muro laterale di una biblioteca alla periferia della città. Un volto anonimo di uomo con i baffi di cui spiegano il processo «iniziamo da una stampa su cui è impressa l'immagine, la incolliamo al muro come fosse carta da parati e cominciamo a ritagliare tutte le parti nere che compongono l'immagine del poster come fosse uno stencil. Coloriamo di nero l'intero muro, il colore s'imprime sulle parti che abbiamo ritagliato dove non c'è più la carta. Infine rimuoviamo in parte la carta rimasta attaccata, facendo così emergere la figura finale impressa sul muro. Ciò che ci interessa è la fase finale, la matrice, lo stencil viene distrutto e pone fine alla riproducibilità dell'opera. Lo stencil viene utilizzato solitamente per realizzare una stessa immagine in serie. Mettiamo fine alla riproducibilità dell'opera attraverso una tecnica di riproduzione. Per noi» e aggiungono, «il fatto che un'opera sia legale o illegale non cambia il potere che ha. Oggi in strada ci sono molte opere che potrebbero sembrare illegali, ma non lo sono e viceversa. Negli ultimi anni lavoriamo su pareti di grandi metrature e per forza abbiamo bisogno di permessi. Continuiamo a muoverci illegalmente su piccole dimensioni, soprattutto quando vogliamo sperimentare. L'illegalità dell'atto è un rischio che mettiamo in conto». Anche loro dedicano molta attenzione alla ricerca degli spazi «spesso vediamo facciate molto belle sulle quali è impossibile intervenire» ammettono, «Roma rimane una delle città migliori per dipingere in strada». I loro soggetti sono persone anonime, volti ripresi da foto di posa in studi fotografici dagli anni '60 agli anni '90. Sten & Lex hanno all'attivo uno dei più grandi stencil al mondo realizzato nel 2010 sulla fabbrica di Koge in Danimarca. Del 2012 il ritratto di un uomo sulla parete della terrazza del museo Macro a Roma e del 2013 il volto di donna nella chiesa del Conventino a Mentana. Nei mesi scorsi hanno lavorato a Shangai. Alcune settimane fa hanno realizzato un'opera al Salone del libro di Torino. 
 
Foto di Stefano Pontecorvi
 
Alias:11 settembre, Ground Zero. La guerra in Afghanistan  Ultraoltre: intervista a Massimo Guerrini autore di Murasaki Baby Ultrasuoni: la scena di Manchester Ultrasport Action City, le attrezzature per lo sport nei luoghi pubblici: intervista al prof. Antonio Borgogni
 
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Le «maschiette»
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Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).

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