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Fori Imperiali - italia, cultura
Una strada per ritrovare
il senso smarrito della capitale
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Paolo Berdini
13.06.2013
Chiudere via dei Fori Imperiali: il nuovo sindaco ha scelto la carta più efficace e difficile per ricostruire il profilo sociale di Roma. E per collocarla nel dibattito mondiale sul futuro delle città

Paolo Berdini - 13.06.2013
Molte delle opinioni della ristretta cerchia delle persone con cui ho parlato della proposta del nuovo sindaco di Roma, Ignazio Marino, di chiudere al traffico via dei Fori Imperiali sono state negative. Come, di fronte alle preoccupanti condizioni della città, al declino dell'economia anche nel settore pubblico, alla sofferenza sociale crescente specie in periferia, la prima idea è quella di rifugiarsi nella sfera culturale? E' un modo per dare lavoro ai nostri giovani? Eppoi dove mai passerà il fiume di automobili che dalla zona della stazione Termini deve dirigersi in direzione dell'Eur? E via a perdersi in dettagli che non colgono l'idea generale.
Il mio non è certo un campione rappresentativo - anzi, il sondaggio on line del Messaggero attribuisce la stragrande maggioranza di consensi ai favorevoli al progetto - ma la cosa mi ha molto meravigliato. Dopo il primo smarrimento, ho pensato che queste reazioni stanno tutte dentro il clima di sfiducia e rassegnazione sul futuro del paese e delle città. Stanno nella dilagante astensione che significa proprio che la politica non riesce più a far risaltare i messaggi giusti, ad accendere speranze di cambiamento, a mettere in moto intelligenze. Il rifiuto epidermico e superficiale dell'idea di dare attuazione al progetto Fori - subito cavalcata dal potente network della tramortita destra romana - è dunque il frutto amaro di venti anni di aggressione alle città ridotte a terreno di scorribande esclusivo dei pochissimi che guadagnano con il gioco della rendita speculativa. Ridotte a luoghi in cui il futuro non è più nelle mani dei cittadini, ma solo dei portatori di interessi economici.
Marino ha scelto dunque la carta più efficace e nello stesso tempo difficile per ricostruire quel profilo sociale della città che abbiamo smarrito nei due decenni in cui anche la sinistra ha creduto, ad esempio, che dietro i "piani casa" e l'urbanistica contrattata ci fosse un radioso futuro. Pensieri modesti e senza respiro gabellati per il riscatto delle città. Il ripensamento radicale delle città passa invece per le grandi idee pubbliche che hanno la forza di delineare il futuro. Di fronte al disastro del governo di questi ultimi cinque anni - fatto inedito anche per la poco gloriosa storia amministrativa di Roma - la via d'uscita non sta nell'attuazione di questo o quel progetto settoriale o su nuove alchimie tecniche. Tutte le idee che in questi anni sono state elaborate dai comitati dei cittadini nei luoghi delle periferie dove si paga un prezzo ancora maggiore per le disfunzioni di una città vicina al tracollo, dovranno essere attuate con efficacia e speditezza. Spesso anche dietro a idee locali si nasconde un'idea differente di città e dobbiamo fornire una risposta tempestiva a queste attese. Ma è soltanto un'idea complessiva di città che può fornire la spinta per tornare a credere che si può cambiare lo stato delle cose. Attuare la pedonalizzazione di via dei Fori Imperiali significa realizzare la più grande area archeologica urbana del mondo. Significa collocare la capitale nel dibattito mondiale sul futuro delle città con una sua ineguagliabile fisionomia. Anche così si pensa al lavoro per le giovani generazioni.
Alla costruzione del progetto Fori hanno lavorato le più belle intelligenze della cultura della città, da Antonio Cederna a Italo Insolera, da Adriano La Regina a Leonardo Benevolo. Grandi sindaci e grandi amministratori, penso a Luigi Petroselli e Renato Nicolini, hanno cercato nei decisivi anni '70 di dare concretezza al progetto. Quella stagione di idee e di speranze è stata sepolta sotto la stessa corazza di scetticismo e cinismo che ha provocato la grande disaffezione alla partecipazione; che ha emarginato tutti coloro che non hanno bevuto la favola che il futuro delle città deve essere affidato alla speculazione fondiaria, che ha fatto diventare l'urbanistica romana un'orrenda sommatoria di astruse formule e strumenti di intervento sempre in deroga. Una grammatica senza anima e senza prospettive.
Insolera affermava che in questi venti anni di liberismo si era smarrito il senso civile dell'urbanistica. L'idea di ripartire dai Fori Imperiali è la strada migliore per ridargli quel senso smarrito e per riconquistare i dubbiosi di oggi.
 
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