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brasile/uruguay - mondo, visioni
Moacir Barbosa: il portiere portaiella
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Mimmo Mastrangelo
26.06.2013
L'amara storia di un portiere paratutto passato alla storia per un solo mancato intervento, ma nella partita sbagliata: la finale di Coppa del mondo del 1950, al Maracanà, contro l'Uruguay. Da allora non è più riuscito a scrollarsi di dosso la fama di portasfortuna

Mimmo Mastrangelo - 26.06.2013
Il giornalista e scrittore Darwin Pastorin sostiene che nel calcio è il portiere il ruolo più bello ed affascinante e non quello dell’attaccante che fa gol. Secondo Pastorin l’estremo difensore è una figura quasi a parte dentro lo scorrere di una partita, una creatura solitaria (come l’arbitro) per questo infinitamente poetica. E per questo portatrice, a volte, di storie belle e pure infinitamente amare. Come quella di Moacyr Barbosa, il portiere (nero) della nazionale brasiliana degli anni cinquanta, che parava l’imparabile e aveva una grande abilità a neutralizzare i rigori. Purtroppo, il nome di Barbosa non è rimasto associato alle infinite prodezze, alla capacità di bloccare la palla con una mano sulle giocate aeree, ma ad una sola défaillance commessa in quella (maledetta) finale della Coppa del Mondo tra Brasile e Uruguay, giocata il 16 luglio del 1950 nel mitico Maracanà di Rio de Janiero, davanti a centoventimila spettatori.
La nazionale giallo-oro sulla carta partiva nettamente favorita, i tifosi brasiliani già prima della partita sentivano la Coppa Rimet tra le mani dei loro beniamini, aspettavano solo la fine delle ostilità per festeggiare il trionfo ed ubriacarsi di gioia. Ma a chiusura dei novanta minuti un sogno si infranse e da quel momento in poi Barbosa divenne l’eroe negativo, il capo espiatorio di una sconfitta che passerà alla storia del calcio mondiale di tutti i tempi. A pochi minuti dal fischio finale il parziale dell’incontro era sull’ 1-1, ma all’improvviso un giocatore dell’Uruguay, Ghiggia, sferrò un siluro dal limite dell’aria che Barbosa, nonostante avesse toccato la sfera con le dita della mano, non riuscì ad evitare che finisse in rete. L’Uruguay a sorpresa, contro tutti i pronostici divenne campione del mondo e tutto il Brasile cadde nello sconforto e in un silenzio tombale (tant’è che molti saranno i suicidi), mentre al povero Moacir toccò l’infamia del traditore della patria. Gli incollarono addosso fino al giorno della morte (avvenuta il 31 marzo del 2000 all’età di settantanove anni) il marchio della scarogna. “State alla larga da lui, porta sfortuna” dicevano quando lo incontravano per strada, e lui incassava zittito l’ingiuria, ma soffocava di rabbia, ma voleva pure che i suoi connazionali si ricordassero che in quel campionato del mondo fu pure riconosciuto il numero uno tra i numeri uno. L’umiliazione più grande il povero Barbosa la subì quella volta che gli fu vietato di andare a salutare i giocatori della nazionale del Brasile prima di partire per un mondiale. Dissero ancora una volta “porta iella”. Ma quella volta lui trovò la forza di pronunciare qualche parola in sua difesa: “In Brasile la pena massima per un delitto è trent’anni di galera, Ed io da più di trent’anni sto pagando per un delitto che non ho commesso”. Un numero uno poeta è stato Moacir Barbosa Nascimento. Che almeno il mondo del calcio non dimentichi la sua vicenda da calunniato. Darwin Pastorin nel libro “Ragazzi questo è il calcio” (Gallucci Editore) ha scritto “Mi piacerebbe che il Maracanà portasse il nome di Barbosa”. Chissà, forse un giorno….


 
 
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