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- italia, sociale
Carcere a casa, nuova cultura della pena
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Eleonora Martini
05.07.2013
La Camera approva il ddl sulla detenzione domiciliare e la messa alla prova. Intervista al sottosegretario alla Giustizia, Cosimo Ferri: «Non si tratta né di amnistia né di indulto, è un cambio di paradigma culturale»

Eleonora Martini - 05.07.2013
L'ostruzionismo di Fratelli d'Italia, Lega e Movimento 5 Stelle - una «ridicola sceneggiata», come l'ha definito la Radicale Rita Bernardini - non ha impedito alla Camera di approvare ieri, con 357 voti favorevoli, un astenuto e 123 contrari, il disegno di legge delega sulle pene detentive non carcerarie e sulla messa alla prova. Un provvedimento che attende ora di passare all'esame del Senato e che non ha nulla a che vedere con il cosiddetto decreto «svuota carceri», il n.78 del 1 luglio 2013, già in vigore e depositato al Senato per iniziare l'iter di trasformazione in legge. Quest'ultimo, come spiega il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Maria Ferri, «agisce soprattutto sulla rimozione dei limiti imposti dalla ex Cirielli, permettendo ai recidivi che si sono macchiati di reati di lieve entità di accedere alle misure alternative al carcere».
Ferri, ex segretario di Magistratura Indipendente e membro del Csm, era presente ieri mattina nell'Aula di Montecitorio durante le dichiarazioni di voto trasmesse in diretta tv come "contropartita" per placare l'ostruzionismo a oltranza. Ma tra gli oppositori al governissimo c'è stato anche chi, come Daniele Farina a nome del gruppo di Sinistra Ecologia e Libertà, ha dichiarato il voto favorevole al ddl che introduce la detenzione domiciliare come pena alternativa al carcere comminabile direttamente in giudizio per i delitti puniti con una pena edittale massima fino a 6 anni. Una legge che è «un cambio di paradigma culturale», come la definisce Cosimo Ferri.

Sottosegretario, Lega e Fdi in Aula vi hanno accusato di aver confezionato in realtà un provvedimento di amnistia e indulto, e nemmeno troppo mascherato...
È stato un bel dibattito parlamentare anche se non ho condiviso i toni e l'impostazione delle opposizioni. Non si tratta né di amnistia né di indulto: con questa norma si consente al giudice di passare dalle classiche pene della reclusione in carcere o della pena pecuniaria a un terzo tipo di pena presso il domicilio. Il giudice la impone alla fine di un processo penale quindi si rispetta anche la certezza della pena. Perciò è importante, perché introduce la gradualità della pena lasciando al giudice la discrezionalità di valutare la gravità del reato, l'intensità del dolo, la personalità dell'imputato, ecc. sulla base dei criteri previsti nell'articolo 133 del codice penale.

A discrezione del giudice, dunque. Senza escludere a priori alcuna tipologia di reato?
In Commissione Giustizia avevo presentato un emendamento che delegava il governo a escludere dai domiciliari una serie di reati di grave allarme sociale, tra i quali lo stalking. Ma la commissione Affari costituzionali ha dato parere contrario suggerendoci di individuare tali reati direttamente nella legge di delega, oppure, «come forse appare preferibile e maggiormente coerente con l'impostazione della delega», dice la commissione, di lasciare «al giudice la facoltà di decidere per singoli reati».

Le opposizioni hanno obiettato che con la detenzione domiciliare non si può perseguire il fine rieducativo della pena.
Il domicilio non è inteso solo come l'abitazione ma anche come il luogo pubblico o privato di cura, assistenza e accoglienza. Dunque dobbiamo pensare a tutti quei centri che aiutano il condannato a reinserirsi, facendo attenzione anche alla sicurezza. Diamo così fiducia alla magistratura e anche all'associazionismo. È un messaggio importante di civiltà ma soprattutto è importante quando si parla di carcerazione preventiva, perché può aiutare a introdurre una nuova cultura anche nel sistema giudiziario. Può aiutare anche il giudice della cognizione, il giudice dibattimentale, e non solo il giudice di sorveglianza, a capire l'importanza delle pene alternative al carcere.

La cella come extrema ratio.
Sì, dobbiamo ricordare che oggi il carcere è cambiato e che la recidiva aumenta tra coloro che entrano nel circuito carcerario rispetto a chi sconta pene alternative.

Ma le statistiche parlano pure di una diminuzione della recidiva per coloro che hanno usufruito di amnistia e indulto. Lei è favorevole a questi provvedimenti?
Come ha detto il ministro Cancellieri, sono questioni di cui si deve occupare il parlamento, non il overno. Da magistrato posso dire che è una rinuncia dello Stato a punire, ma è chiaro che il problema esiste: c'è la sentenza Torreggiani e la Corte europea di Strasburgo ci ha dato poco tempo per risolvere l'emergenza. Vanno trovate delle soluzioni, non c'è dubbio. (A questo punto il sottosegretario Ferri si interrompe per salutare Pier Ferdinando Casini e rimpalla la domanda all'attuale presidente della commissione Esteri del Senato. Il responso? «Sì, sì, Casini è favorevole», riferisce il sottosegretario. Ma il leader dell'Udc preferisce rispondere di persona: «Non ti ho ancora scelto come portavoce», scherza con Ferri. E allora, presidente, l'amnistia? «È una cosa su cui bisogna riflettere, certamente non da scartare in modo prioristico».)
 
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