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Spagna, pagare per lavorare
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L'Fmi propone di tagliare gli stipendi del 10% come ricetta contro la disoccupazione. Anche il commissario Ue per gli Affari economici Olli Rehn plaude alla proposta choc che vuole ridurre i salari per aumentare l'occupazione
Giuseppe Grosso - 09.08.2013
La crisi spagnola ha varie e complesse sfaccettature anche se quella più eclatante e più dolente riguarda la cronica mancanza di lavoro. Il dato sulla disoccupazione oscilla da troppo tempo intorno ad un inquietante 25% e determina una serie di effetti collaterali che stanno lacerando il tessuto sociale del paese: la povertà è aumentata e il suo tasso si attesta al 21,8%, uno dei peggiori d'Europa. Dal 2007 al 2010 le persone assistite dalla Caritas sono passate da 400.000 a 950.000, e un quarto della popolazione (11.675.000) risulta a rischio di esclusione sociale. Per non parlare del nefasto effetto polarizzante che questa situazione sta creando, modellando un paese in cui la forbice tra ricchi e poveri sta crescendo a dismisura.
Questo è lo scenario - destinato a rimanere pressoché invariato per lo meno fino al 2018, secondo le istituzioni internazionali - in cui il Fondo monetario internazionale, nel dossier annuale sulla Spagna pubblicato qualche giorno fa, ha lanciato la sua proposta per accendere la luce in fondo al tunnel della crisi iberica: un taglio del 10% dei salari (già in picchiata), prescritto come un salasso curativo. Con il rischio concreto che l'efficacia sia la stessa. La pensa diversamente, però, l'Fmi che dai suo alchemici calcoli ha tratto le seguenti conclusioni: con una diminuzione nominale del 10% degli stipendi, accompagnata da una riduzione dell'1,7% della pressione contributiva in busta paga, si avrebbe un aumento di 5 punti di Pil in 5 anni e un abbassamento del tasso di disoccupazione pari al 7%. E persino una diminuzione dei prezzi (-4/5% in due anni) con un conseguente aumento del consumo. Una formula che ha del miracoloso e che si può riassumere così: salario (e un po' di Iva in più) in cambio di impiego. Ammesso che funzioni. Il fondo monetario ne è convinto. Lo ha ribadito martedì anche il commissario Ue per gli Affari economici Olli Rehn, che ha invocato un accordo tra la Confindustria spagnola e i sindacati per iniziare quanto prima a somministrare l'amarissima ma salvifica medicina agli spagnoli. La terapia, però, suscita perplessità. Persino il governo neoliberista del Partido Popular, già autore di una durissima riforma del lavoro acclamata dall'Fmi e solitamente prodigo in fatto di tagli ha sollevato qualche dubbio. «Non vediamo - fanno sapere prudentemente dalla Moncloa - le condizioni sociali adeguate per raggiungere un accordo tra le parti». Meglio non tirare troppo la corda, avrà pensato l'esecutivo, che, sopraffatto dagli scandali di corruzione e dal disastro economico sfuggitogli completamente di mano, non ha la credibilità per imporre ulteriori sacrifici. Né gli spagnoli - che sono alle prese con aumenti delle bollette, delle tasse universitarie, dei trasporti pubblici e delle spese sanitarie - hanno la possibilità di sopportarli. Con buona pace pace del Fmi, che però considera «interessante esplorare questa opzione», come fosse un esperimento sociale e in caso di errore si potesse far finta di nulla. Quasi sconcertato è il rifiuto dei sindacati: «Misure come queste si sono già dimostrate inefficaci e non fanno altro che causare sofferenza alla cittadinanza. Ci stupisce - commenta Comisiones obreras, il primo sindacato di Spagna - la mancanza di fantasia dell'Fmi che continua a insistere con le stesse formule».
Questo è lo scenario - destinato a rimanere pressoché invariato per lo meno fino al 2018, secondo le istituzioni internazionali - in cui il Fondo monetario internazionale, nel dossier annuale sulla Spagna pubblicato qualche giorno fa, ha lanciato la sua proposta per accendere la luce in fondo al tunnel della crisi iberica: un taglio del 10% dei salari (già in picchiata), prescritto come un salasso curativo. Con il rischio concreto che l'efficacia sia la stessa. La pensa diversamente, però, l'Fmi che dai suo alchemici calcoli ha tratto le seguenti conclusioni: con una diminuzione nominale del 10% degli stipendi, accompagnata da una riduzione dell'1,7% della pressione contributiva in busta paga, si avrebbe un aumento di 5 punti di Pil in 5 anni e un abbassamento del tasso di disoccupazione pari al 7%. E persino una diminuzione dei prezzi (-4/5% in due anni) con un conseguente aumento del consumo. Una formula che ha del miracoloso e che si può riassumere così: salario (e un po' di Iva in più) in cambio di impiego. Ammesso che funzioni. Il fondo monetario ne è convinto. Lo ha ribadito martedì anche il commissario Ue per gli Affari economici Olli Rehn, che ha invocato un accordo tra la Confindustria spagnola e i sindacati per iniziare quanto prima a somministrare l'amarissima ma salvifica medicina agli spagnoli. La terapia, però, suscita perplessità. Persino il governo neoliberista del Partido Popular, già autore di una durissima riforma del lavoro acclamata dall'Fmi e solitamente prodigo in fatto di tagli ha sollevato qualche dubbio. «Non vediamo - fanno sapere prudentemente dalla Moncloa - le condizioni sociali adeguate per raggiungere un accordo tra le parti». Meglio non tirare troppo la corda, avrà pensato l'esecutivo, che, sopraffatto dagli scandali di corruzione e dal disastro economico sfuggitogli completamente di mano, non ha la credibilità per imporre ulteriori sacrifici. Né gli spagnoli - che sono alle prese con aumenti delle bollette, delle tasse universitarie, dei trasporti pubblici e delle spese sanitarie - hanno la possibilità di sopportarli. Con buona pace pace del Fmi, che però considera «interessante esplorare questa opzione», come fosse un esperimento sociale e in caso di errore si potesse far finta di nulla. Quasi sconcertato è il rifiuto dei sindacati: «Misure come queste si sono già dimostrate inefficaci e non fanno altro che causare sofferenza alla cittadinanza. Ci stupisce - commenta Comisiones obreras, il primo sindacato di Spagna - la mancanza di fantasia dell'Fmi che continua a insistere con le stesse formule».




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