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ZONA EURO - mondo, capitale&lavoro
Le incerte prospettive della ripresa
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Vincenzo Comito
14.08.2013
Dati Eurostat: nel secondo trimestre il Pil cresce dello 0,3% nell’Eurozona
e nella Ue a 27. La disoccupazione tedesca è scesa, ma pesa il fenomeno minijob che tocca 7,5 mln di persone

Vincenzo Comito - 14.08.2013
Come annunciato dall’Eurostat, si è verificata nel secondo trimestre del 2013 una crescita complessiva dell’economia dell’eurozona e dell’intera Unione Europea che viene stimata per entrambe come pari allo 0,3% rispetto al trimestre precedente; tale aumento appare superiore alle previsioni della vigilia. Va comunque sottolineato che la previsione su base annua per i paesi della moneta unica, le cui economie erano in recessione da sette trimestri consecutivi, è stimata ancora a un - 0,7%.
Certamente alcuni governi gioiranno più di altri per i dati appena pubblicati. Gioirà sicuramente quello portoghese: nessuno si aspettava una crescita così marcata dell’economia lusitana, con un + 1,1% nel secondo trimestre, rispetto a quello precedente, tanto più ricordando le difficoltà politiche che si sono registrate di recente nel paese e il pessimismo di fondo degli osservatori.
Sarà contento anche Françoise Hollande, che, dopo il fuoco delle critiche più insensate da parte della destra e della confindustria locale, finalmente può respirare alla luce di una crescita del pil nel trimestre pari allo 0,6%.
Gioirà ancora di più Angela Merkel, dal momento che l’economia tedesca, proprio il giorno successivo all’apertura della campagna elettorale della cancelliera, viene accreditata di un +0,7% di pil per il trimestre, quando appena pochi giorni fa il Fondo Monetario Internazionale prevedeva per il paese una crescita complessiva di appena lo 0,3% per tutto l’anno.
Gioirà certo meno il presidente del consiglio italiano: l’economia del nostro paese presenta un calo dello 0,2%, anche se la caduta sembra rallentare. Ma le previsioni per l’intero anno ruotano intorno ad un -2,0%, peggio di quanto si pensava soltanto qualche mese fa.
Per tornare alla Germania, forse Angela Merkel ha dato un aiutino alla crescita, dal momento che uno dei determinanti della stessa è stato proprio l’aumento della spesa pubblica.
Ma bisogna considerare anche le ombre rilevanti che gravano sull’economia tedesca, anche se esse ormai non peseranno molto sulla campagna elettorale. In effetti, per quanto riguarda il secondo trimestre, ha influito molto sui dati positivi anche la ripresa della produzione industriale, fenomeno che tanti considerano più che altro come un semplice rimbalzo tecnico dopo tanti mesi di difficoltà, e non una ripresa vera e propria.
In relazione a tale quadro, si pensa che la produzione, come suggerisce anche una nota di ieri del Financial Times, non crescerà per niente o aumenterà molto poco nel prossimo semestre.
Al di là comunque del dato congiunturale, bisogna considerare che le stesse recenti analisi del Fmi sottolineano, tra l’altro, la stretta dipendenza dell’economia tedesca da quella della zona euro; le incertezze europee, che non sono certo svanite dopo i buoni dati del trimestre - e che sono alimentate, aggiungiamo noi, dalle politiche imposte dalla Germania a tutta l’eurozona -, giocano un ruolo chiave nelle prospettive economiche del paese.
Il Fondo sottolinea la necessità che la Germania moderi anche il suo zelo budgetario, che la porta a stringere i cordoni della borsa anche quando sarebbe importante aumentare gli investimenti e la spesa sociale del paese. Esso sottolinea anche l’esigenza più generale di diversificare le fonti della crescita dell’economia, spingendo in particolare sull’aumento della domanda interna, anche attraverso l’incremento dei salari e degli stipendi.
In effetti i consumi, malgrado qualche progresso, restano i parenti poveri dello sviluppo economico del paese. L’aumento della domanda interna aiuterebbe poi a risollevarsi anche i paesi del Sud Europa.
<CW-11>Per quanto riguarda la situazione del mercato del lavoro, è vero che il livello della disoccupazione in Germania è sceso nel giugno 2013 al livello del 5,4%, contro il 7,1% di dodici mesi prima e contro dati ben più negativi di altri paesi dell’eurozona; ma bisogna anche considerare, ricorrendo ai dati dell’ufficio federale per il lavoro, che il fenomeno dei minijob (lavori retribuiti con 400-500 euro al mese) tocca ormai 7,5 milioni di persone e che il 9,1% dei tedeschi occupati (circa 2.660.000 lavoratori) fa un secondo lavoro per sopravvivere. La cifra corrispondente nel 2004 era del 4,3%. Solo qui a Berlino si contano, in ogni caso, 25.000 persone senza fissa dimora.
Su di un altro piano, bisogna ricordare come sulle prospettive del paese pesino una popolazione in declino, l’inefficienza del settore dei servizi, il basso livello di spesa nei settori delle infrastrutture e dell’istruzione.
Ma ormai non cambierà presumibilmente nulla nella politica tedesca sino al giorno delle elezioni; molti dubitano che cambierà poi qualcosa di sostanziale anche dopo, con la probabile formazione di un governo di coalizione tra Cdu-Csu da una parte e Spd dall’altra. Al di là del caso tedesco e al di là dei dati congiunturali, pesano sulle prospettive poco rosee delle economie dell’eurozona diversi problemi non risolti.
Intanto continueranno a dominare il campo le insensate politiche di austerità che si cercherà di portare ancora avanti, sia pura in una forma forse più moderata.
Si farà poi sentire in misura molto importante, tra l’altro, la pessima situazione del sistema bancario; qualcuno ha stimato che una ricapitalizzazione adeguata degli istituti dell’eurozona richiederebbe tra 1,0 e 2,6 trilioni di euro.
Intanto continua ad agire la spirale perversa tra difficoltà delle imprese e restrizione del credito alle stesse. Tale spirale tocca in particolare i paesi del Sud Europa. Sul tema potrebbero poi avere un’influenza negativa anche le minacciate politiche restrittive della Fed statunitense.
In ogni caso, anche se una qualche molto moderata ripresa si confermasse nei prossimi mesi, essa non sarebbe presumibilmente sufficiente a migliorare in misura rilevante la situazione della disoccupazione nei paesi del Sud. Si tratterà al massimo di una jobless recovery. E quì troviamo un’altra spirale perversa, quella tra rilevante livello della disoccupazione e bassa consistenza dei consumi, che stanno al palo in mancanza tra l’altro di adeguato potere d’acquisto dei cittadini.
 
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